Pareri a confronto

“QuaranTime in Venice”: note interlocutorie tra una Biennale e l’altra
di LUCA CALDIRONI

pubblicato il 10 Novembre 2021


Di LUCA CALDIRONI M.D.
Psychiatrist-Psychoanalyst
Italian Society of Psychoanalysis (SPI) 
American Psychoanalytic Association (APsaA)

“Healing means daring to step outside one’s fence”
[H. Kalweit]

“Dall’oscurità e dalla mancanza di forma qualcosa si evolve” (W.Bion)

Il titolo dell’ultima Biennale è stato ” May You Live in Interesting Times “ ed il titolo della prossima sarà ” How Will We Live Together?”.
Ho trovato queste due proposte, non solo estremamente interessanti e provocatorie, ma anche particolarmente pertinenti alla realtà in cui stiamo vivendo. Ma, a partire dal primo, cosa contraddistingue il tempo in cui viviamo?
L’esperienza con cui abbiamo a che fare ha elementi traumatici che appartengono ad aree della nostra vita che ci dovrebbero essere “familiari”. Nulla di ciò che ci sta accadendo è sconosciuto a priori, ma, allo stesso tempo, ci lascia spiazzati. Sembra assomigliare a ciò che era raffigurato in alcuni film ‘anticipatori’ ma, da virtuale, l’esperienza è diventata “reale”. È questo il passaggio che trasforma gli elementi familiari in ‘non-familiari’. Fenomeno che Freud chiama “Unheimliche” (“Perturbante”), che da una parte, ci affascina, come ci affascinano certe immagini in cui la natura reagisce con forza e si riprende i suoi spazi, ma che, a allo stesso tempo, ci spaventa e ci preoccupa come ogni cosa sconosciuta.
Stiamo vivendo quella che definirei “consapevolezza forzata” della nostra fragilità. Con consapevolezza forzata intendo sottolineare quanto siamo “costretti” dagli eventi a “forzare” i meccanismi psichici che ci difendono dall’avvicinare aree della mente che hanno a che fare con la nostra vulnerabilità, con il rapporto con il “tempo”, inteso anche come fine della vita e più in generale con paure e sofferenze.
Molto spesso anche la medicina, la psichiatria, pur avendo conseguito enormi e utilissimi successi riguardo la qualità della vita, non ci hanno aiutato a mantenere lo sguardo anche su altri aspetti che della vita comunque fanno parte. Sono aspetti che volentieri e rapidamente sfumano, aiutati a farlo anche da stimoli / consigli provenienti da quel ‘canto delle sirene’… che ci invita “non pensare”, a distrarsi… a pensare ad “altro”.
Ma quando questo ‘Altro’, invece, arriva… ci troviamo a vivere in una situazione che, da una apparente onnipotenza, dove tutto o quasi sembra possibile, dove l’inganno della tecnica ci compiace di protesi che sfidano ogni limite, improvvisamente ci troviamo seduti per terra, in questo caso “sul divano” dentro casa, quando va bene! In ogni caso non è una caduta molto soft. Non solo per l’emergenza sanitaria, che è l’intervento primario al momento, ma anche per tutte le successive complicanze economiche e sociali che si presenteranno di volta in volta.

Ci siamo “svegliati” di colpo e ci siamo sentiti smarriti, il GPS della nostra vita è andato in ‘crash’. Da una parte, si può dire che questa è la scoperta dell’ovvio, è lo sperimentare un concetto caro al pensiero orientale, l’“impermanenza”.
L’irruzione del Reale si pone come presenza forte nei confronti del Virtuale, avviene un “ribaltamento”, una “kata-strophé”, un ribaltamento della scena. Come nel teatro greco, questa esperienza è uno snodo cruciale nella e della tragedia. Ribaltamento che da più vertici stiamo vivendo anche noi: da spazi esterni, dobbiamo trasferirci ad un interno, i margini di sicurezza interpersonali devono dilatarsi. Viviamo il paradosso di sentirci più vicini nell’affrontare il problema e allo stesso tempo, dobbiamo tenerci lontano l’uno dall’altro per proteggerci.

Passando, ora, al titolo della prossima Biennale: ” How Will We Live Together?” notiamo quanto sia e ‘diventi’, in questo momento, estremamente provocatorio. Non solo per il suo già avvenuto rinvio, ma anche per l’interlocuzione e la sfida che questo titolo ci pone riguardo al futuro.
Ancora una volta, ci troviamo di fronte al paradosso che ho citato in precedenza. Un paradosso che coinvolge la nostra vita “globale” e globalizzata con la quale dovremo sempre più spesso aver “con tatto”.  Avere tutte quelle attenzioni che derivano dal nostro senso di responsabilità. Sviluppare una cittadinanza che tagli trasversalmente l’individuo, la comunità e l’ambiente può rappresentare la sfida di farci sentire parte di “qualcosa di più grande”, avere quel rispetto per sé e per gli altri dove ognuno fa la sua parte. Si può ipotizzare che nel gioco di parole “condividere le distanze” ci sia e/o si crei lo spazio in cui vivere assieme? E come? credo che ci saranno molti “come”, molti “come” ed ogni volta dipenderà da noi come affrontarli.
Viviamo, quindi, il paradosso della necessità di un aiuto sociale reciproco all’interno di una richiesta di isolamento sociale.
Nasce un senso di responsabilità che non è e non può essere solo individuale ma che diventa collettivo. L’isolamento forzato o la convivenza in uno stesso luogo riporta alla relazione che ognuno ha con sé stesso, con il proprio spazio mentale e con le molte parti di Sé e con la loro conflittualità. Associo questa immagine ad una che mi è particolarmente cara, quella del “labirinto”. Penso alla nostra mente come ad un labirinto in cui bisogna entrare per poi uscirne trasformati. Non c’è altro modo! Ma chi è il Minotauro? Forse il virus, il “monstrum”, come dicevano i latini? Probabilmente sì, ma forse è anche l’incontro con noi stessi. Quell’incontro che Edipo ebbe nel risolvere l’enigma posto dalla Sfinge. Forse l’unica risposta possibile, come quella che diede Edipo, è l’‘Uomo’ e questa risposta è valida ancora oggi. Ciò che mi chiedo ora è, può questo momento trasformarsi in un momento in cui la “paura” non diventi “panico”, dove “l’ansia” non diventi “angoscia”, dove la preoccupazione non diventi “depressione”, dove le restrizioni non si trasformino in esperienze persecutorie? Difficile da dire! È una situazione “inquietante”, familiare e non familiare allo stesso tempo, come ho detto prima.

Nell’esperienza dell’impotenza, l’uomo ha da sempre sviluppato forme di aggregazione collettiva per la sopravvivenza. Ma sappiamo anche quanto queste forme risentano di fenomeni distruttivi esse stesse. È un equilibrio molto delicato. Se il Covid-19 è un fenomeno del mondo globalizzato, credo che il ‘mondo globalizzato’ rappresenti una risorsa per affrontarne il suo” lato oscuro “. Il Covid-19 può allora rappresentare il ‘negativo’ che, come nelle vecchie macchine fotografiche, ci aiuta a capire cosa sta succedendo, ci aiuta a comprendere la globalizzazione stessa e a svilupparne componenti diverse e più adattative. Occorre ripensare alla globalizzazione, così come all’idea di natura, come a qualcosa di estremamente correlato di cui tutti noi siamo parte. Dobbiamo usare il potere della immaginazione per alleggerire il miope punto di vista antropocentrico e dare più spazio alla creatività come possibilità di “ascolto”.

Molteplici voci diffondono suadenti messaggi di speranza, così come di futuri apocalittici… Dobbiamo vigilare su tutto ciò. Se, da una parte, le voci rassicuranti ci fanno dimenticare per un momento le ansie che stiamo vivendo, dall’altra dobbiamo chiederci: vogliamo davvero tornare e/o possiamo veramente tornare ad una situazione precedente? È questa una ‘comfort zone idea’? Quello che stiamo attraversando non ci sta insegnando qualcosa di nuovo da scoprire? Credo che sia più opportuno affrontare questo dolore e tentare di declinarlo nello spazio tridimensionale e più profondo della “sofferenza”. Nell’antica Grecia c’era la frase: “pathei mathos” (“la saggezza si ottiene attraverso la sofferenza”). Solo attraverso la possibilità che il dolore possa essere sentito e non negato può avvenirne una sua trasformazione. Anche la parola “sofferenza” e il verbo “soffrire” ci riportano ad uno spazio interno. “Sofferenza”, è più vicina all’antico “pathos” (greco), deriva dal latino ‘suf-ferre’ (mettere o prendere qualcosa all’interno), con la conseguente implicazione di un passaggio da una dimensione superficiale ad uno spazio emotivo profondo.

Tutto ciò ci rimanda ad un problema ontologico, è un problema di vita o di morte, inteso nell’aspetto e nella relazione che ognuno di noi ha con la propria finitudine.
È, questa, una considerazione che può contribuire a rendere la vita una occasione unica di gioia, una gioia ‘laica’, dove la creatività, i sentimenti e le nostre emozioni possono convergere.
Quindi, ‘mettiamoci in ascolto’! Dobbiamo avere il coraggio e la forza di mantenere la capacità di farlo e, perché ciò accada, dobbiamo mantenere la capacità e il coraggio di pensare. Come ci ricorda Wittgenstein in un suo diario: “… qualcuno potrebbe fissare il prezzo dei pensieri. Alcuni costano molto, altri poco ‘. E con cosa vengono pagati i pensieri? Credo di sì: con il coraggio … “
Ma perché parlare di tutto questo? Forse proprio perché ci stiamo rendendo conto che non ci sono persone che ‘sanno il come si fa’… e forse perché siamo anche un po’ stanchi dei decaloghi comportamentali che assomigliano più a ‘presunzioni di sapere’, atti più a coprire, piuttosto che a lavorare su i sentimenti di paura ed incertezza.
Al riguardo mi piace concludere citando W. Bion, quando, riprendendo l’aforisma di Maurice Blanchot, dice: “La réponse est le malheur de la question” E, alla luce di questo, preferisco astenermi dal dare risposte, vorrei, piuttosto, provare a condividere idee e continuare a pensare. Cosa tutt’altro che facile e che ci ricorda nuovamente un altro concetto caro a W. Bion, quello di “capacità negativa”.

“Capacità negativa” è una disposizione decisamente diversa dall’ ‘essere paziente’, rappresenta uno stato mentale in grado di tollerare l’incertezza, e il dubbio. Il concetto si basa su un’espressione del poeta J. Keats per descrivere uno stato di ricettività creativa: “per capacità negativa intendo quando un uomo è in grado di trovarsi in incertezze, misteri, dubbi, senza dover precipitare in …. fatti e ragioni … (infatti) L’incapacità di costruire uno spazio mentale che tollera l’ignoranza o l’incertezza, induce la creazione di un linguaggio d’azione”.

Essere, quindi, in grado di sfruttare e rafforzare questa capacità può aiutarci ad evitare pericolosi e precipitosi ‘acting out’, sia da parte nostra, sia da chi deve prendere decisioni che riguardano tutti noi!

Riferimenti biografici:
Bion W.R. ‘Cogitations’, Karnak Books, London, 1992
Bion W.R. ‘Attention and Interpretation’, London, Tavistock Publications, 1970
Blanchot M. ‘L’Entretien Infini’, Gallimard, Paris, 1969
Caldironi L. ‘Psychoanalysis and cyberspace. Shifting frames and floating bodies’, in Reconsidering the moveable frame in psychoanalysis, Routledge, New York, 2018
Castiglioni L. Mariotti S. ‘IL Dizionario della Lingua Latina’, Loescher, Milano 1970
Freud, S. (1919). The ‘Uncanny’. The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, Volume XVII (1917-1919): An Infantile Neurosis and Other Works, 217-256
Keats J. ‘The complete Poetical Works and Letters of J. Keats, Cambridge Edition, 1899
Rocci L. ‘Vocabolario Greco Italiano, Società Editrice Dante Alighieri, Firenze, 1939
Sofocle, ‘Le tragedie’, il Mulino editore, Napoli, 1960
Wittgenstein L. Diari segreti, introduzione di Aldo G. Gargani, Bari, Laterza, 1987.