Pareri a confronto

La “patologia dell’apparire”: un nuovo fenomeno per la neuro medicina
di GIAN PIERO SBARAGLIA

19 Settembre 2023

Non ce ne stiamo accorgendo, o  facciamo finta di niente, ma è tempo che sta  dilagando tra la gente un’altra pericolosa devianza mentale, che è quella legata ai cambiamenti del “porgersi”, “dell’apparire” da parte di molti, preoccupati più di come farsi notare, di come mettersi in mostra, di come supplire ai deficit della propria personalità, invece di riflettere su come maturare il proprio pensiero, impegnandolo poi a favore della libertà, della pace, in una parola , del vivere civile, dove la giustizia regna sovrana, tacendo la prepotenza e la violenza.  Ed invece ecco oggi nascere prepotentemente tra la gente, la voglia di farsi “diversi” per essere “osservati”, non importa se poi criticati, ma sempre “osservati”, come oggetti di cui parlare.

È la posizione di chi non si è sentito realizzato o non si è realizzato, o è rimasto deluso dal lavoro, perché magari limitato o impedito nel raggiungere la meta agognata e quindi cadendo quasi sempre nella Sindrome del Burn -Hout: è “LA PATOLOGIA DELL’APPARIRE”. Simile disturbo già venne esternato da nostri antenati, quando, secondo la tradizione nella Genesi, si riporta che Iddio creò l’uomo e la donna, e li pose nel Paradiso Terrestre, raccomandando loro di non mangiare i frutti dell’albero; ma Eva, ascoltando la voce tentatrice del maligno che, ingannandola, le prometteva che sarebbe diventata come Dio, se avesse consumato i frutti dell’albero da Dio proibito, disobbedendo, ne mangiò dandone anche ad Adamo.

Il tutto perché un desiderio morboso, in più suffragato dalle parole del maligno, o la curiosità, di voler apparire “grande” simili a Dio, mangiando quei frutti proibiti, si rivelò più forte, per cui non fu difficile disobbedire, tacendo la loro coscienza ed il loro ardire, in favore della loro voglia di primeggiare, di apparire, pur se già nel Paradiso Terrestre, dove il Creatore li aveva posti quali Esseri Superiori, rispetto a tutti gli altri esseri viventi, erano stati incoronati  “i Re del mondo”. E ai nostri giorni sembra ripetersi la stessa scena. Basta guardarsi attorno: tutto ci parla di soggetti, ragazzi, giovani, anziani, uomini e donne che siano, che VOGLIONO FARSI NOTARE, cogliendo in un ipotetico albero i frutti atti a dar loro una particolare caratteristica estetica, volutamente modificata, in modo da captare la tua e l’altrui attenzione.

È esagerato da parte nostra fare queste riflessioni alla luce di ciò che osserviamo? O non merita qualche momento di meditazione il vedere da anni la “mania” insorta in migliaia di persone di “violentare” il proprio corpo con i più svariati disegni (tatuaggi), ricalcando le orme di antichi nostri predecessori? Appartenenti però a classi o categorie di facinorosi, quali erano i pirati, i corsari, i legionari, gli avventurieri, i predatori, i mercenari, anche se in molte civiltà il tatuaggio veniva considerato come un segno di “devozione”, come nell’antico Egitto, talvolta come segno di “fortuna”, sempre nell’antico Egitto. Nell’età romana, al contrario, considerato che i romani amavano la purezza del corpo, questa pratica era proibita ed usata per marchiare i vili, i criminali, i condannati.

Non solo: già nella Bibbia, Levitico 19:28, il Signore parlando a Mosè ammoniva: “Non vi farete incisioni sulla carne per un morto e non vi farete tatuaggi. Io sono il Signore”. Da ricordare in questa circostanza il pensiero del noto criminologo Cesare Lombroso, che definiva il tatuaggio segno di personalità delinquente, definizione che gli venne contestata per la sua appartenenza alla religione ebraica. Alla pratica del tatuaggio aggiungiamo l’altra, quella del piercing, che fa del corpo un “portaoggetti”, per il gusto di appendere in ogni parte del proprio fisico, oggetti di metallo prezioso e no, come anelli, spilli, pendenti, in particolare ai lobuli auricolari (costume già comunemente femminile!) o addirittura al naso o nella parte anteriore della lingua e all’ombelico. Anche questa pratica era molto usata tra i personaggi dell’antichità, soprattutto tra quelli appartenenti a bande di briganti e di mal costume.

E che dire delle scelte, o “mode”, di forgiare il proprio capo, sia maschile che femminile, con acconciature talora ridicole e magari copiate da personaggi “vip”, con l’apparente presunzione di essere come loro? Ecco allora vedere donne con capelli lunghi o corti che siano, colorati con tutti i colori: viola, rosso fuoco, azzurro, turchino, etc., mentre gli uomini o che hanno il volto coperto da folta criniera (lunga barba) o che associano a questo motivo, la loro lunghezza di capelli, magari arrotolati sull’occipite a mo’ di “cipolla” o con codino, o al contrario, completamente rasati, o tagliati a spazzola, quando invece la stessa viene ricoperta da treccine corte o lunghe, richiamando l’estetica di tribù assai lontane da noi e dalla nostra civiltà.

Altro è invece il mostrare la propria nuda forza, sia fisica che mentale, al fine di apparire “unico” e “particolare”, con la pratica di sfide oltre la ragionevole comprensione, mettendo a rischio la propria e l’altrui salute, come il filmare scene estreme, talora uniche testimoni delle loro bravate, penalizzate con ferimenti o addirittura morte. Sono i lutti di questi giorni sulle strade, nelle case, insomma in vari ambienti, di famiglia e non, dove personaggi definiti poi “sbroccati”, ma guarda un po’, conosciuti già per altre incredibili imprese e quindi noti nel loro essere violenti, perché ossessionati dall’APPARIRE unici ed onnipotenti.

Vittime inermi ed inconsapevoli di costoro, sono quei soggetti che, come spesso si sente ripetere, “STAVANO AL POSTO SBAGLIATO E AL MOMENTO SBAGLIATO”, mentre i violenti, “forti della loro devianza mentale”, erano liberi di circolare ed esercitare la loro stravagante violenza, pur se le istituzioni ne avessero già colto la loro pericolosità.

E quest’ultima riflessione porta ad una pesante considerazione, il più delle volte giustificata dalle stesse istituzioni: perché certi trattamenti a soggetti violenti, pur se presi in fragrante, vengono erogati in un modo, così da sembrare più “dolci”, e ad altri in un altro modo, certamente più proporzionato all’atto commesso?                                                    

D’altro canto già i latini affermavano in un brocardo di grande riflessione “Impunitas semper a deteriora invitat = “L’impunità (la clemenza) invita a delitti peggiori”.
Mai così vera oggi è questa massima! 

È il caso di quel soggetto nord africano – e non è il solo caso!! – che girava libero, ma con l’obbligo di firma e con sulle spalle altri crimini noti alle Istituzioni, e che ha ucciso dopo averla violentata, una signora in un parco a Rovereto il 5 Agosto ultimo scorso. Di certo la psicopatia innescata dalla volontà di “APPARIRE PIÙ FORTE”, lo ha soverchiato, inducendolo al crimine, quale evento dimostrativo delle sue alte qualità di grandezza, in una incontenibile follia. 

E che dire dell’uso smoderato dei social, dove vengono immessi filmati di imprese al limite della razionalità e vantate come grandi conquiste, che spesso emulate da inconsapevoli e sprovveduti soggetti, li portano a rischiare se non a perdere la propria vita! Si pensi per un momento a quello che è accaduto qualche giorno fa a Londra, quando attraverso i social si sono dati appuntamento migliaia di giovani nel centro della città per svaligiare negozi, creando caos e apprensione ai cittadini. Per restare poi in casa nostra, dove, proprio attraverso i social gruppi di ragazzini si danno appuntamento, come da notizie di questi ultimi giorni, per stuprare “bambine” con una arroganza e insensibilità, ma soprattutto con una incoscienza da paura!

E quello che più demoralizza e preoccupa che sempre più sono “bambini” a commettere questi crimini, che poi dalla Giustizia Ufficiale sono trattati con mano leggera, perché minori. E allora, perché non chiamare i loro genitori a rispondere in pieno di questi misfatti, o abbassare la soglia dell’età della punibilità, come sta ora facendo il nostro governo, così da ricevere un trattamento da adulti, dal momento che le loro azioni sono simili in tutto agli adulti? Altri esempi sono gli innumerevoli e affollatissimi raduni di folla oceanica richiamata dai loro idoli cantanti, o la domenica negli stadi, dove la dimostrazione della “diversità” dei partecipanti, si esplica con cori a perdifiato, o sfidando la propria salute a causa di improvvisi cambiamenti climatici, quando a farla da padrona, –  notizie avute da ragazzi partecipanti -, è la circolazione incontrollata , pur se nota, di sostanze stupefacenti, soprattutto, anche in queste circostanze, tra i minori.

E i genitori? I genitori sono latitanti, o meglio lasciano correre, il che è peggio! Tutto ciò fa parte anche del fenomeno legato all’Emergenza salute mentale dei giovani, di cui alla fine marzo u.s., se ne è occupata Roma Capitale, ricevendo in Campidoglio una delegazione di studentesse e studenti della Rete degli Studenti Medi, che hanno consegnato all’Assessore alla Scuola una loro indagine, su circa 30.000 studenti delle medie e dell’Università, circa la salute mentale dei giovani in tempo di pandemia, come comunicato dalle Newsletter OMCeO-ROMA del 30 Marzo 2023. E tale proposito ci sorge un a riflessione: perché in quella occasione non sono stati coinvolti i genitori, per mettere in evidenza se alcune emergenze della salute mentale dei giovani, non trovassero terreno fertile in un contesto familiare difficile e con qualche problematica? Anche la ricerca fatta dagli studenti sarebbe stata ancora più completa se avesse tenuto conto dello studio del contesto familiare, come detto.

Di esempi ce ne sono molti, e tutti, se vagliati e studiati, portano ad un’unica deduzione: sono il frutto di cambiamenti comportamentali non più in linea con il vivere civile, tanto che la convivenza si sta facendo pericolosa e rischiosa. In una parola, che potremo definire con un “neologismo”, si sta affacciando la psicologia del “menefreghismo”, di quell’atteggiamento volgare di ciascuno “Sto bene io, chi se ne frega degli altri”.

E che dire poi della moda, prepotentemente insediatasi ed accettata a braccia aperte da milioni di soggetti, di adottare un animale in casa, nella maggior parte dei casi un cane o un gatto.

Lungi dal pensare o insinuare, neppure lontanamente, che la cosa non sia buona e positiva, ma ci porta ad osservare nuovi atteggiamenti o cambiamenti di abitudini, che poi si riflettono sul carattere di ognuno di noi, modificandoci senza accorgercene.  

Alludiamo al fatto che oggi, più che mai, si assiste alla “fanatica” ostentazione di benevolenza, di pazienza, di sopportazione nel tenere ed accudire questi animali, quando poi queste virtù non sono messe in pratica verso i nostri consimili; anzi spesso il tenere un animale in casa in molti casi è oggetto di contenziosi per i disturbi che esso arreca – l’abbaiare, lo sporcare, soprattutto se si abita in un condominio – ma anche quando si portano gli animali fuori casa per i loro bisogni naturali, non si controlla se le regole di pulizia ed igiene, vengano rispettate, controllo che dovrebbe derivare dalla educazione e responsabilità di ciascun proprietario.

Ma non è raro, invece, vedere marciapiedi e aiuole, con gli escrementi di questi animali, in barba soprattutto al rispetto delle regole. E allora dove guardava il padrone mentre il suo bel cagnolino o cagnolone lasciava gli escrementi per strada? Guardava altrove, perché la sua mente ha perso il senso di “responsabilità”, o se vogliamo, di autocontrollo. D’altronde – diciamocelo – chi controlla il rispetto delle regole, soprattutto quando si portano gli animali fuori casa di sera tardi? E questa mancanza di controllo, fa diventare molti i “furbetti del quartiere”.

Numerosi altri esempi o argomenti potremmo elencare, ma ci limitiamo a quelli sopra descritti, perché eloquenti nel mettere in evidenza, soprattutto per chi ha occhi per vedere e mente per pensare, i cambiamenti caratteriali e comportamentali di molta gente, che oggi vediamo in tante espressioni, più negative che positive, ma soprattutto forieri di una malaugurata paura per la salute o incolumità dei “soggetti normali”.

Per rendere più credibile questo argomento, non abbiamo voluto scomodare due grandi Medici Criminologi, Cesare Lombroso (1835-1909) ed Ernest Kretschmer (1888-1964).                           

Il Lombroso, italiano, considerato il padre della criminologia, ha cercato attraverso i suoi studi di far sposare le impronte fisiche degli individui criminali con il loro modo di pensare e di agire, in particolare con lo studio della Fisiognomica: (vedi C. Lombroso: “La Medicina Legale delle Alienazioni Mentali – 1865; L’uomo delinquente – 1896”). Attraverso lo studio della Fisiognomica, molto discussa già ai suoi tempi, Lombroso pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto.

Kretschmer Ernest, tedesco maestro di Tubinga, anche lui eminente criminologo sulle orme di Lombroso, nella sua opera “Costituzione del Corpo e Carattere” – 1921, descrive tre tipi Somato – Costituzionali: Schizotimico, Ciclotimico, Atletico, anche lui cercando di individuare i tratti somatici particolari degli esseri violenti o con deviazioni mentali.  Queste ultime citazioni, tanto per dovere di punti di riferimento culturali, sono utili a chi ne volesse approfondire l’argomento. Ed è per questo che si chiede l’intervento della medicina sociale, della neuromedicina, onde riportare alla normalità la quotidianità, allontanando lo spettro della “PATOLOGIA DELL’APPARIRE”.

Dott. Gian Piero Sbaraglia
MEDICO CHIRURGO
Spec. In Otorinolaringoiatria
già Primario Otorinolaringoiatra,
C.T.U. del Tribunale Civ. e Pen. di Roma
Direttore Sanitario e Scientifico Centro di Formazione
BLSD-PBLSD – Accreditato ARES 118-Lazio e IRC-
Misericordia di Roma Centro – ROMA.