Cultura è Salute

“La Spagnola”: il romanzo sulle abitudini e virtù che commuovono e fanno bene di rosa manganello

Rosa Manganello, Medico viterbese in pensione

Credo fosse Umberto Eco a dire che la lettura fa vivere mille altre vite. La lettura permette di incontrare amici benevoli, di fare vacanze anche quando non è possibile allontanarsi, di superare lo sguardo negligente dei vicini.

I libri, e specie il Don Chisciotte (letto e riletto pure in spagnolo), hanno accompagnato la mia clausura casalinga accanto a un familiare malato e mi hanno permesso anche di “inventare qualche vita”.

Sono le cose buone, l’Arte, la Musica, quelle che nessuno può rubarci, che ci aiutano a vivere. 

Durante i miei studi di Medicina, leggendo il manuale del Puntoni, sono rimasta sconvolta dall’epidemia influenzale “Spagnola”, pensando che una pandemia simile potesse ripresentarsi. Ho scritto “La Spagnola” prima della comparsa del Covid e ho messo nei pensieri del co-protagonista, il dottor Filippo, il mio pessimismo e il mio timore per la tubercolosi e per una nuova guerra. Romualda, invece, “rassegnata alla vita”, è la speranza che vorrei dare al lettore, insieme ai ricordi vissuti dai nonni: abitudini e virtù che commuovono e fanno bene.

“LA SPAGNOLA. VITA E SEGRETI DI UNA FAMIGLIA UMBRA TRA PANDEMIA E FASCISMO”

Cinquanta milioni di morti in tre anni di pandemia, dall’inizio del 1918 alla fine del 1920: la “Spagnola” con atroce perfidia s’accaniva sui giovani, risparmiando i vecchi. Falcidiava i reduci dal massacro della Grande Guerra, raddoppiando i morti. L’Italia, il Paese più colpito.

Con una vittoria sul morbo comincia la storia della contadina Romualda, quarant’anni, nubile per un patto infranto dal futuro sposo. “Buona come il pane, sempre pronta all’aiuto e poco alle chiacchiere”, braccia e cuore del casale dei Giornini nella piana di Cetona, tra Siena e Perugia. Se ne innamora e la sposa Filippo Cesarini, il medico amico dei poveri, e ce ne innamoriamo noi pagina dopo pagina, quando la vediamo prender come suo l’infante a cui dà il nome Tomasso, figlio illegittimo del conte Ferdinando Nesi, di cui la vera madre si vuole liberare perché cacciata dal villino di campagna della nobile famiglia.

Più dell’amore incondizionato per il figlio trovato, ci incantano l’educazione di cultura contadina con cui viene cresciuto, gli esempi di saggezza recuperati dalle pieghe di una memoria d’oggi impigrita, impegnata a salvare del passato più nomi e date che valori.

Ma la vita scorre e anche la storia di Romualda, Filippo e Tomasso si complica, ci tiene con il fiato sospeso, ci costringe al coinvolgimento emotivo. La vecchia contessa Nesi rivuole il nipote, i fascisti sono un brutale pericolo per gli antagonisti come il medico Filippo. A combattere c’è Romualda con la forza di chi “è rassegnata alla vita”, “una pietra ruvida su cui scivola il diluvio”.