L'intervista

Covid, bambini
sempre più fragili.
Intervista al neuropsichiatra infantile FULVIO FILACCHIONE

3 Febbraio 2021

La socialità spezzata dei bambini durante la pandemia rischia di avere conseguenze gravi soprattutto sui più piccoli. Ne parliamo con il Dottor Fulvio Filacchione, neuropsichiatra infantile ed autore di un “Vademecum” di neurologia.

La chiusura delle scuole e l’isolamento di questi mesi, in seguito all’emergenza Coronavirus, hanno amplificato le diseguaglianze, trascurando i bambini più fragili? 

La fragilità si contrappone al concetto di onnipotenza come a quello di positivismo e di pragmatismo dell’attuale società tecnologica. Il distanziamento sociale ha minato alla base lo “stare con” qualcuno. Di conseguenza, in un periodo di sconvolgimento delle normali regole sociali, il “bambino più fragile” ha un ostacolo in più: la difficoltà organizzativa dei sistemi di aiuto, ove presenti. Se ha la fortuna di incontrare familiari ed operatori che hanno più di una rilettura metafisica di quanto stia accadendo, è possibile che l’angoscia che accompagna e aggrava l’attuale “spaesamento”, si trasformi in una esperienza che aiuta una riabilitazione esistenziale e struttura una “diversa abilità”. Nel caso contrario può solo aumentare l’angoscia e la  stessa fragilità.
C’è un contagio virale, ma può esserci anche una dimensione psichica del contagio che Freud chiamava “infezione psichica”…che può poi dilagare nel panico collettivo.

Sempre a causa della pandemia, possiamo parlare di una generazione “in pericolo”?

Se l’avvento della psicoanalisi, che ha caratterizzato e influenzato molti orientamenti del pensiero in quest’ultimo secolo, ha avuto come obiettivo quello di portare alla coscienza e quindi alle funzioni pragmatiche dell’Io i pensieri repressi o rimossi, lo smarrimento, la paura, la rabbia e un senso di angoscia collettiva non permettono di usare questa metodologia, a meno che…
Ruggero, un bambino di dodici anni da me seguito,  rivolgendosi alla madre dice: ” mamma, mi aiuterai a capire, mi aiuterai a cambiare, ci riuscirò?”. Se non si perde la possibilità che la funzione riflessiva possa sopravvivere alla sensazione di annichilimento che questo periodo comporta, buona parte di questa generazione potrà crescere e trasformare questa esperienza.
Se “i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al perché?” come citava Nietzsche, c’è il rischio che l’angoscia sia sterile e ci si senta dispersi e preda del “nulla”.

Lei ha scritto un “Vademecum” di neurologia: quali temi affronta?                      

Ad un certo punto della mia attività ambulatoriale in qualità di neuropsichiatra infantile, dipendente presso una ASL romana, mi si presentò l’occasione di un concorso interno per il passaggio di ruolo, allora ancora possibile, da assistente ad aiuto. Il compito che mi si presentava, apparentemente protetto dalla riserva dei posti, non mi permetteva di affrontarlo, confidando solo sullo studio dei temi che potevano essere più probabili oggetto d’esame; decisi quindi di ristrutturare uno studio sintetico, ma sistematico, di tutta la materia della NPI.
La ricchezza umana insita nel disagio delle patologie dei bambini e dei loro genitori e l’approccio tecnico necessario per gestirle mi ha aperto un mondo decisamente catturante.
Lo studio della materia e la sua pratica clinica però,  risentivano di un altro fenomeno: la sproporzione tra il numero degli operatori non medici NPI e gli altri, formato da assistenti sociali e  psicologi di provenienza dagli allora C.M.P.P. (Centro Medico Psicopedagogico) e terapisti della riabilitazione delle originarie U.T.R. , rischiava di indirizzare la valutazione dell’utenza infantile più sugli aspetti psico-sociali per i primi o sugli aspetti prevalentemente neuromotori per i secondi.
La costruzione del “Vademecum” aveva allora forse l’innocente presunzione di fornire uno strumento di consultazione che potesse compensare quello che le reciproche formazioni di base non avevano potuto fornire. I temi fondamentali trattati sono quattro: la psicopatologia dell’infanzia, con la disamina degli aspetti psicopatogenetici e clinici; la psicopatologia delle funzioni cognitive in interconnessione con i disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione e del linguaggio; l’etiopatogenesi e la clinica delle malattie e delle sindromi prettamente neurologiche dell’infanzia e dell’adolescenza; infine la trattazione di tre casi clinici seguiti personalmente in psicoterapia , due dei quali nell’istituzione.

Quando bisogna rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile? In quali casi intervenire?

C’è un elemento da non trascurare nella visita NPI: il bambino, “oggetto” dell’incontro, viene “portato” in visita e di conseguenza non è “soggetto”. Perché possa diventare “soggetto”  e quindi esprimere con genuinità i propri bisogni di salute, soggettivi ed obiettivi, è necessario entrare nella sua fiducia usando sia le tecniche di gioco descritte nelle teorie psicodinamiche, sia le capacità empatiche date dalla esperienza e  dalla personalità  dell’operatore.
Fermo restando che, se i sintomi riferiti rientrano comunque nella nosografia succitata, veri o presunti  che siano, è sempre utile una consultazione specialistica, possibilmente condivisa all’interno  di una equipe multi professionale ben formata, per una corretta diagnosi differenziale.
Troppo frequentemente i sintomi oggetto delle prime consultazioni NPI sono espressione di fantasie proiettive dei genitori o del contesto sociale e scolastico, ma allo stesso tempo queste rischiano di coprire o far sottovalutare segni clinici appartenenti a patologie evolutive anche molto serie. Una volta conclusa la consultazione diagnostica, si valuta quale intervento è necessario.

Quando si può parlare di un reale disturbo dello sviluppo? 

I “disturbi dello sviluppo” si dividono essenzialmente in “disturbi specifici dello sviluppo” e “disturbi pervasivi dello sviluppo”. I primi riguardano difficoltà nell’ambito neuro-psicologico e sono definiti “disturbi specifici dello sviluppo”. Comprendono i “disturbi dell’apprendimento scolastico”, i “disturbi del linguaggio” e i “disturbi della coordinazione motoria”.
I secondi riguardano serie difficoltà di molteplici funzioni di base che compromettono soprattutto la sfera psichica e comprendono i cosiddetti “disturbi dello spettro autistico (autismo tipico, sindrome di Asperger, disordine disintegrativo dell’infanzia) per necessità di sintesi. Le compromissioni del funzionamento mentale sono presenti contemporaneamente in questi ultimi disturbi, sia pur in misura diversa, nella sfera neuropsicologica (spesso in comorbidità), nella sfera della personalità e in quella socio-relazionale.