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Vaccino agli ex-Covid: uno spreco di risorse?
di BARBARA ILLI

Ultimo Aggiornamento il 21 Maggio 2021 da Redazione

Nonostante la campagna vaccinale nel nostro paese proceda spedita, pur con differenze tra regione e regione, il problema delle dosi di vaccini disponibili per coprire l’intera popolazione permane. Una questione aperta è se, data la attuale penuria di vaccini, a fronte  di più della metà della popolazione che ancora deve ricevere la prima dose, sia opportuno vaccinare chi ha già contratto il Covid-19, i cosiddetti ex-Covid.

Secondo quanto stabilito dall’ Istituto Superiore di Sanità,, in Italia, chi ha già incontrato il SARS-CoV-2 riceve una sola dose di vaccino da 3 a 6 mesi dopo aver contratto la malattia.

Ma è davvero necessario vaccinare questa fascia di popolazione, in questo momento? O non sarebbe meglio destinare queste dosi per ampliare la platea dei vaccinati, almeno con una dose?

Gli scienziati sono divisi su questo punto e le informazioni veicolate sul perché ci si debba vaccinare, benché si abbia già contratto l’infezione, sono carenti.

In questo articolo, cerchiamo di stabilire pochi, fondamentali, punti fermi.

Cosa succede quando incontriamo un vaccino?

Quando il nostro sistema immunitario “vede” per la prima volta un vaccino (o un patogeno), le due principali popolazioni cellulari devolute alle nostre difese immunitarie, i linfociti B e T, si attivano. I primi, una volta divenuti plasmacellule, producono anticorpi. Alcuni linfociti B si selezionano per diventare cellule di memoria e rimangono “dormienti”. Queste cellule producono anticorpi specifici ad un nuovo incontro col vaccino (o col patogeno). I secondi, I linfociti T, sono preposti all’eliminazione delle cellule infettate (e del patogeno stesso nel corso di un infezione). Anch’essi hanno popolazioni di cellule di memoria. La risposta di queste popolazioni, soprattutto dei linfociti B, ad un primo incontro col vaccino è piuttosto debole e di breve durata. Ecco perché, per la maggior parte dei vaccini, occorre il “richiamo”. Ad una seconda esposizione, la risposta dei linfociti T si potenzia. Una classe particolare di cellule T “aiuta” i linfociti B di memoria a differenziare in plasmacellule e a produrre anticorpi a più alta affinità per il vaccino. La “risposta T”  può perdurare anche tutta la vita. Alcuni lavori scientifici ritengono che questa sia la nostra principale difesa contro il SARS-CoV-2.

Qual è  la copertura vaccinale dopo una singola dose di vaccino anti Covid? Qualche  numero

  1. Pfizer/BioNTech.  Secondo un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine, la copertura dopo una singola dose di questo vaccino si aggirerebbe attorno al 52% a partire dal 12° giorno dopo la somministrazione. Tuttavia, secondo la stima del Comitato Vaccini del Regno Unito, che ha calcolato il  numero di infezioni dal 15° al 21° giorno dopo la prima somministrazione di vaccino alla popolazione, la copertura sarebbe dell’89%.
  2. Moderna. Il dossier che Moderna ha inviato all’FDA riporta una copertura dopo la prima dose dell’80,2%, comparato al 95% dopo la seconda, come sappiamo.
  3. Oxford/Astra Zeneca. Il 3 febbraio un comunicato stampa di Astra Zeneca riportava il 70% di protezione dalla malattia lieve-moderata e il 100% dalla malattia grave a 22 giorni dalla prima somministrazione. A questo comunicato stampa è seguita una pubblicazione su The Lancet in cui si dimostrava anche la maggior efficacia della seconda dose di vaccino quando somministrato a 12 settimane di distanza.

Da questo breve excursus sui vaccini attualmente utilizzati in Italia che richiedono una seconda somministrazione (il vaccino di Jhonson&Johnson, come sappiamo, prevede una sola dose), si deduce che vaccinare tutta la popolazione con una singola dose sia una strategia vincente e che, quindi, anche una sola fiala di vaccino sia, in questo momento, un patrimonio prezioso.

Quanto dura l’immunità contro il SARS-CoV-2?

Il fatto che questo sia un virus nuovo rende le analisi su qualunque aspetto sia dell’infezione sia della malattia che questa causa molto dinamiche e fluide. Di fatto, stiamo imparando nel tempo, studiando i pazienti che hanno contratto il Covid-19, in forma asintomatica o meno. Anche la valutazione della durata della risposta immunitaria, pertanto, si scontra con il limitato lasso temporale delle osservazioni. I lavori scientifici che riportano dati sull’immunità degli individui esposti al SARS-CoV-2 testimoniano come, almeno per il periodo di osservazione consentito, la risposta immunitaria sia durevole, produca cellule di memoria anche in caso di malattia lieve e come, addirittura, si adatti nel tempo e possa evolvere assieme alle varianti del virus. Ad oggi, sappiamo che tale risposta possa perdurare, pur con variabilità tra individuo e individuo, anche in termini di “potenza”, per almeno 11 mesi (ossia, tutto il tempo in cui i pazienti sono stati seguiti dall’inizio della pandemia.

La risposta al vaccino di chi ha già contratto il Covid-19

Solo di recente la letteratura scientifica ha provveduto a fornire dei dati sulla risposta immunitaria di individui ex-Covid e vaccinati.  Dai dati disponibili sappiamo che il titolo anticorpale delle persone con Covid-19 pregresso e vaccinate con singola dose di vaccino ad mRNA (Pfizer o Moderna) è da 10 a 45 volte superiore rispetto a quella di persone  che non hanno mai incontrato il virus e vaccinate con prima dose, e di 6 volte rispetto a quella degli stessi individui vaccinati con doppia dose. Inoltre, in pazienti ex-Covid, la risposta immunitaria al vaccino Pfizer è efficace anche contro le varianti maggiormente diffuse ora, quella inglese e quella sud-africana, e quella al vaccino Astra Zeneca è efficace contro le varianti inglese, sud-africana e brasiliana, probabilmente per quel fenomeno di evoluzione della risposta immunitaria, soprattutto anticorpale, di cui parlavamo nel precedente paragrafo.

La risposta al vaccino negli ex-Covid dipende dal titolo anticorpale pre-vaccino e anche dai sintomi sviluppati durante la malattia: perdita di gusto e olfatto e disturbi gastrointestinali sembrano correlare con titoli anticorpali più alti.

Pertanto, vaccinare anche chi ha avuto la malattia è del tutto ragionevole.

È sicuro vaccinare chi ha già avuto la malattia? Il fenomeno del “potenziamento da anticorpi”

Indurre una risposta immunitaria così importante in individui che hanno già affrontato la malattia apre un dibattito su un fenomeno che, seppur raro, è sempre possibile che si verifichi: il potenziamento della  malattia dipendente da anticorpi, ossia il cosiddetto ADE (Antibody Dependent Enhancement). È  questo un fenomeno che, nel caso dei vaccini, si ha quando il sistema immunitario viene esageratamente attivato a causa della produzione di anticorpi a bassa affinità – non neutralizzanti – per il vaccino e della produzione di immunocomplessi che amplificano la risposta infiammatoria, anziché spegnerla, esacerbando i sintomi della malattia.  Non si hanno dati su un probabile ADE indotto dai vaccini contro il SARS-CoV-2 e i dati sullo stesso fenomeno indotto dal suo fratello SARS-CoV sono controversi. Tuttavia, il fatto che le strategie vaccinali contro il SARS-CoV-2 siano state disegnate in modo che l’organismo produca anticorpi neutralizzanti per la maggior parte dovrebbero scongiurare questo pericolo. Altro discorso per i vaccini inattivati come il cinese Sinovac: in questo caso, la produzione di anticorpi a bassa affinità è possibile e l’ADE da tener presente come possibile effetto collaterale nel caso di una somministrazione a pazienti ex-Covid.

Dritto e rovescio

Da quanto esposto finora, vaccinare pazienti ex-Covid ha senz’altro basi scientifiche, tenendo conto, soprattutto, del fatto che la risposta immunitaria al SARS-CoV-2 è variabile e individui che presentano risposte immunitarie deficitarie possono aver bisogno di un potenziamento. Per contro, per chi scrive, vaccinare questi individui in un lasso di tempo da 3 a 6 mesi dopo l’insorgenza della malattia, potrebbe essere superfluo, in quanto un’immunità robusta è stata rilevata fino a 11 mesi dall’incontro col virus. In un momento in cui il Paese riapre e la percentuale dei vaccinati con ambo le dosi è – nel momento in cui scriviamo – del 15%  (del 33% con dose singola), ritardare le vaccinazioni per chi ha avuto il Covid-19 durante l’ultimo anno consentirebbe di risparmiare quantità di vaccino preziose che non solo aumenterebbero la “sicurezza epidemiologica” in una fase così delicata, ma potrebbero anche prevenire l’affacciarsi di una ulteriore ondata con l’avvento della stagione fredda.