Storie Sanità e Territorio

“Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese”
di SANTO GIOFFRÈ

pubblicato il 23 Luglio 2021

Con grande coraggio e senza alcun filtro il medico-scrittore calabrese, Santo Gioffrè, ha raccontato nel suo libro-denuncia “Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese” la sua drammatica e sconcertante esperienza ai vertici dell’Azienda sanitaria di Reggio Calabria.

Medico, politico, dirigente sanitario e scrittore: con il suo libro “Ho visto” lei racconta in presa diretta la “grande truffa della sanità calabrese”. Cosa l’ha spinta a farlo?

Raccontare un pezzo di verità, dura e sconosciuta. Perché grande era la confusione sotto il cielo e distorte erano le notizie che raggiungevano il vasto pubblico dei rotocalchi televisivi e giornalistici, in Italia e all’Estero. Il rischio, insomma, era che tutto ciò che, per mesi e mesi, veniva raccontato intorno alla questione della sanità  calabrese e, specificatamente, intorno all’Asp di Reggio Calabria, l’Ente sanitario pubblico più disastrato e ingovernabile d’Europa( come venne definito in una seduta di Commissione a Bruxelles, nel gennaio 2015), si riducesse ad un fatto scandalistico, dove l’ascoltatore provasse la sensazione di un Popolo perso e dove emergeva, solo, uno status del Calabrese, comunque e sempre contiguo al sistema di malaffare.

Nel sistema fuori controllo e pieno di falle che lei descrive, si è sentito “abbandonato”? Quali reazioni ha suscitato la sua denuncia?

Quel sistema, da me definito “contabilità orale”, ormai patrimonio di ogni cronaca giornalistica che s’interessi delle vicende dell’Asp di R.C, è il frutto di 20 anni di cattiva gestione che godeva di una totale e assoluta impunità e di potenti protezioni. Quando mi resi conto in quale inferno ero capitato e incominciai a “domandare” e prendere” provvedimenti”, mi ritrovai oggetto di feroci attacchi, dapprima subdoli e indecifrabili e poi, diretti e mirati. Certo, le mie denunce hanno goduto e godono, di grande favore presso un’opinione pubblica e tra la Gente comune, piegata e mortificata dalla mancanza di risposte sanitarie vere ai loro bisogni. per altri “poteri” solo fastidio…

Lei ha addirittura rischiato la vita. Tornasse indietro, rifarebbe la stessa scelta?

Oltre all’episodio che io racconto nel mio libro, ho avuto, sempre, la percezione che la mia vita fosse in pericolo. Io sono stato Commissario dell’Asp di Reggio Cal che, sicuramente, non è un’Asp Toscana e mi sono imbattuto in situazioni dove ho annullato delibere false che avrebbero assegnato milioni di euro, non dovuti, a dei privati. Certo, per chi ha 1000 protezioni, la paura può essere solo un argomento di dialogo.  Per me che rientravo, ogni sera a casa ogni la sera tardi, a 50 Km di distanza, con la mia macchina, (visto che, per mio principio etico, avevo rinunciato alla macchina di rappresentanza) la paura era la mia sola e fedele compagna di viaggio. No, se mi si offrisse la stessa opportunità, rifiuterei in modo netto e assoluto perché ho perso il concetto di bene-comune.

Dopo mesi di stoico servizio, è stato inoltre messo alla porta, con un decreto dell’Anac che lo ha sollevato dall’incarico. Quanto si è sentito solo in quel momento?

Beh, basterebbe dire, (tanto pericoloso e ostinato ero divenuto nella mia volontà di tirare fuori tutto il marcio, ricostruendo il bilancio dell’Asp degli ultimi 15 anni e mettendo mano al sistema dei pagamenti dei contenziosi e dei pignoramenti non contabilizzati per l’apparato burocratico dell’Asp) che il decreto emesso dall’Anac col quale venivo sollevato, arrivò nella mia segreteria alle 14,00 e io lo venni a sapere dai giornalisti alle 23,00.  Non ho provato alcuna sensazione particolare. Solo, appunto, che quel sistema era strutturale. L’Anac è intervenuta, giustamente, dopo una forsennata campagna contro di me. L’inconferibilità derivava dalla mia candidatura, nel 2013, a Sindaco, sconfitto, in un Comune di 2 mila abitanti, (Legge Severino), 2 anni prima del mio mandato di Commissario Straordinario. Il provvedimento colpì solo me. Non altri nella mia stessa situazione, ex Commissari dell’Asp di R.C.  legge Severino vigente e candidati in altre elezioni.  Insieme a me, venne sanzionato il Presidente della Regione Calabria che mi aveva affidato quell’incarico. Il Presidente fece ricorso al TAR. Il giorno prima che si discutesse la causa, l’Anac, in auto-tutela, ritirò la sanzione contro il Presidente. Io, in silenzio, andai via.

Sostiene che “La sanità calabrese difficilmente si salverà”. Perché? E quanto la pandemia ha accentuato le problematiche già esistenti?

La Calabria è l’unica Regione italiana che, ancora, permane dentro i rigori del cosiddetto “Piano di Rientro” che ha causato uno stato di macelleria sociale, con chiusura di ben 18 ospedali, blocco del turnover e delle assunzioni di personale sanitario. Desertificazione dei servizi sanitari territoriali. Chiusura, continua, di reparti. Abbattimento, drammatico, degli screening oncologici,

 A causa del Piano di Rientro, in Calabria, vi è stata una drammatica riduzione del tempo di buona salute che è pari a quarantun anni, mentre in Trentino a sessantasei anni e sette mesi. Secondo una recente pubblicazione scientifica (Arcà, Principe, Van Doorslaer (2020); Death by austerity?

The impact of cost containment on avoidable mortality in Italy) in Calabria, a causa del piano di rientro, vi è stato un aumento annuale del 3% delle morti evitabili (morti prevedibili, diagnosticabili e trattabili in un sistema sanitario funzionante…) Ma, allo stesso tempo, la Calabria spende, ogni anno, ben 320 milioni di euro per far curare i suoi ammalati nelle Regioni del Nord-Italia: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana ec.ecc. Poiché, il debito, tutt’ora è inquantificabile, la Calabria non uscirà mai dal Piano di Rientro. La Pandemia, poi, ha aggravato tutti i parametri di assistenza sanitaria, Il Covid ha sorpreso la Calabria come un territorio di guerra. Se non fossero arrivati, prima Emergency, poi il Genio Militare Sanitario e la Croce Rossa per organizzare ipPiani di intervento, assistenza e vaccinazioni, la Calabria avrebbe avuto lo stesso destino del Brasile.  

Un’ultima curiosità: che ruolo ha avuto la scrittura nella sua vita? Quanto l’ha supportata nella sua attività di medico?

La scrittura mi ha permesso di trovare una dimensione intimistica e di farla diventare universale perché ho potuto trasmettere sentimenti sopiti e umanità, a volte, messa in secondo piano. L’attività di medico, fin dai tempi antichi, ha animato ogni forma di letteratura. I drammi e i bisogni umani che si incontrano in ogni atto di cura medica, per uno scrittore e medico, è un impulso potente perché il dolore e le sofferenze diventano piaghe vive tra i polpastrelli delle due dita che tengono dritta la penna.