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“PRESCRIVERE UN MUSEO” NON È (SOLO) SCRIVERE UNA RICETTA

3 Giugno 2026

Intervista di Gabriella Albieri (psichiatra) a Francesca Masi (direttrice del Museo Classis di Ravenna)

Negli ultimi mesi la prescrizione sociale è entrata con forza nel dibattito pubblico. In alcune regioni italiane si sperimentano percorsi che consentono ai medici di indirizzare i pazienti verso attività culturali — visite museali, laboratori artistici, esperienze teatrali — come parte integrante di un progetto di salute. I titoli dei media sono spesso efficaci: “Il medico ti manda al museo”, “L’arte al posto delle pillole”.

Ma la realtà è molto più complessa.

La prescrizione sociale non nasce per sostituire la terapia farmacologica né per trasformare i luoghi della cultura in ambulatori alternativi. È un modello che prova a intervenire sui determinanti sociali della salute — isolamento, fragilità relazionale, perdita di ruolo, impoverimento culturale — attraverso un lavoro strutturato di rete tra sanità, enti locali e istituzioni culturali. Non una scorciatoia suggestiva, dunque, ma un processo che richiede progettazione, competenze, valutazione degli esiti e, soprattutto, formazione condivisa.

In questo scenario si apre anche una domanda non secondaria: che cosa significa, per un museo, essere coinvolto in un percorso di cura? È un’opportunità di ampliamento della propria missione pubblica o esiste il rischio di una banalizzazione, di una riduzione dell’esperienza culturale a semplice “attività terapeutica”?

Ne parliamo con Francesca Masi, direttrice del Museo Classis di Ravenna, che guarda alla prescrizione sociale con interesse ma anche con prudenza critica. Perché, se è vero che cultura e salute possono incontrarsi, è altrettanto vero che questo incontro richiede rigore, consapevolezza e un’idea alta sia della cura sia della cultura.

Quando sente parlare di “museo su prescrizione”, qual è la sua prima reazione? La preoccupa di più la narrazione mediatica semplificata o il rischio che il museo venga percepito come un servizio sanitario aggiuntivo, perdendo la propria specificità culturale?

Il museo è un luogo di cura per la sua dimensione profondamente relazionale e abilitante. Entrare in un museo significa incontrare persone, riannodare ricordi, provare nuove emozioni, acquisire nuove abilità; ma significa anche sentirsi in dialogo, disorientarsi e trovare nuove strade di riavvicinamento a sé, spostare il punto di vista.I media sono, appunto, uno strumento e, se amplificano la sensazione di benessere provata da chi vive nel museo esperienze orientate alla cura della percezione emotiva, allo stimolo della creatività, al rallentamento degli stati di agitazione, al miglioramento — insomma — della consapevolezza e dunque della salute fisica, psicologica e spirituale, costituiscono un prezioso alleato per passare dall’idea di un museo “sottovetro” a quella di un museo come spazio della comunità in cui stare bene. Occorre cogliere tutto ciò che c’è di positivo nei media, anzi cercarne l’alleanza, al fine di ridurre lo stigma legato alla vecchiaia, sia delle persone sia dei musei. Anche i musei, infatti, devono riscoprire nella vocazione sociale la più contemporanea delle loro missioni.

Non vedo il rischio della medicalizzazione se, come nell’esperienza di M.A.D.E.R. (Musei per l’Alzheimer e le Demenze dell’Emilia-Romagna), si costruisce una comunità di professionisti della salute che progettano e lavorano insieme ai professionisti dei musei, secondo diverse articolazioni, ma con piena titolarità di ciascuno nell’esplorare e condividere il proprio ambito, con il coraggio di trovare un linguaggio comune e pratiche che sappiano dialogare. Ciascuno deve farsi parte attiva nel definire standard di formazione e comunicazione, strumenti di rilevazione e mappe di cammino condivise. Ognuno al proprio posto e tutti insieme. Piuttosto, è una prospettiva che solleva le persone dal portare carichi senza aiuto, che riconnette chi lavora nei diversi settori e che, in sostanza, alleggerisce senza banalizzare, moltiplicando le prospettive.

A suo avviso, quali condizioni devono essere presenti perché un’esperienza museale possa inserirsi in un percorso di prescrizione sociale in modo serio e non simbolico?

La prima condizione è una visione che sappia rispettare il ruolo di ciascuno e che metta al centro del proprio cammino il benessere delle persone, a partire da chi lavora e opera nel progetto. Un ambiente di lavoro orientato al benessere parte dall’ascolto dei lavoratori e delle lavoratrici e offre loro nuovi modelli di interazione. Occorre poi individuare un percorso di formazione comune che preveda momenti di scambio reciproco delle competenze. In altre parole, bisogna costruire uno spazio condiviso e implementabile, dove ciascuno possa essere valorizzato per la propria formazione. In questo è fondamentale la capacità di coinvolgere, connettere e aprirsi. Sia il mondo sanitario sia quello museale devono farsi trovare pronti alla chiamata delle persone con demenza e delle loro famiglie. Occorre operare nella qualità attraverso la formazione, la creazione di reti e la condivisione di modelli di progettazione, gestione e validazione scientificamente sostenuti. È importante, in particolare, garantire fin da subito la continuità dell’offerta attraverso protocolli chiari e pluriennali che coinvolgano tutti gli attori impegnati nella salute fisica, mentale e spirituale delle persone.

Il modello internazionale prevede figure di raccordo tra sanità e territorio. Chi dovrebbe svolgere questo ruolo di “ponte” tra museo e sistema sanitario, e con quali competenze? È un compito che può essere improvvisato o richiede una nuova professionalità condivisa?

È un compito fondamentale che non può essere lasciato alla buona volontà o alla particolare sensibilità dei singoli. Occorre mappare l’offerta museale qualificata, condividere modelli di intervento e utilizzare strumenti comuni di rilevazione. Insomma, è necessaria un’organizzazione a matrice che può nascere solo dagli enti territoriali. In particolare, occorre formare quella figura che nel mondo anglosassone viene definita Link Worker, capace di operare tra il mondo sanitario e quello culturale e di sistematizzare procedure di connessione, coprogettazione e cogestione, nel rispetto delle specifiche competenze. Immagino infatti che questo percorso porterà alla definizione di nuove figure professionali orientate alla cura della persona nella sua integrità, capaci di tenere insieme bisogni e desideri delle persone con le politiche di programmazione e sviluppo delle agenzie votate al benessere, siano esse sociali, sanitarie o culturali.

Come si evita il rischio di una proposta standardizzata — una sorta di “ricetta culturale uguale per tutti”? In che modo un museo può garantire personalizzazione, inclusione e reale accessibilità anche per persone con fragilità cognitive, economiche o sociali?

Il patrimonio culturale è intrinsecamente accessibile, perché è espressione di chi lo ha tramandato: uomini e donne nella loro totalità. Abbiamo complicato molto, ma possiamo tornare alla funzione originaria delle opere custodite nei musei: esprimere ed entrare in relazione. Il metodo deve essere standardizzato — o meglio, validato e scientificamente provato come efficace e sostenibile — ma si tratta di un mezzo affinché ogni singola opera possa dispiegare i propri effetti di cura e consolazione. Occorre dunque lavorare insieme, analizzare quali siano i livelli di qualità da garantire, quali le adattabilità rispetto al territorio e alle condizioni esistenti, replicando le buone pratiche e integrando le peculiarità.

Per esempio, all’interno della rete M.A.D.E.R. sono emersi due modelli differenti di intervento: quello della coprogettazione con i C.D.C.D. (Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze) dell’ASL, rivolto alle persone con demenza che vivono nel proprio ambiente familiare e che coinvolge i caregiver familiari; e quello della coprogettazione con il mondo A.S.P. (Azienda di Servizi alla Persona), rivolto invece alle persone ospiti delle R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistenziali), coinvolgendo dunque caregiver professionali. Li accomuna però un analogo percorso di formazione degli operatori, un medesimo strumento di validazione, una progettazione condivisa e un controllo dei gruppi da parte delle strutture sanitarie, entro un protocollo terapeutico in cui l’intervento museale si integra con altri percorsi di cura.

La prescrizione sociale può rappresentare un’opportunità per ridefinire la missione pubblica dei musei? O teme che, se non ben governata, possa generare aspettative improprie sia sul piano sanitario sia su quello culturale?

La prescrizione sociale riporta il museo all’interno del dibattito pubblico, facendone un presidio di umanità e di democrazia. Il museo non aspetta più il pubblico, ma esce dalle proprie mura. Diventa un nodo di una rete che guarda alle persone in modo integrale. La sua missione non è più soltanto la tutela delle opere, ma anche la cura delle persone attraverso quelle opere. Il personale museale cambia pelle. Accanto ai curatori e agli storici dell’arte compaiono figure come mediatori culturali specializzati ed educatori formati per interagire con fragilità specifiche — anziani soli, persone con disabilità cognitive, giovani a rischio. Il museo impara a parlare il linguaggio del sociale.

Anche l’architettura e l’allestimento si adattano. Non si parla soltanto di rampe per sedie a rotelle, ma anche di:

  • aree di decompressione, spazi calmi per chi soffre di sovraccarico sensoriale;
  • laboratori permanenti, luoghi in cui l’esperienza estetica si trasforma in produzione manuale o dialogo;
  • accessibilità cognitiva, con testi e percorsi semplificati, fruibili da tutti, nessuno escluso.

Il welfare culturale sposta il focus dall’evento alla frequenza. Le attività non sono più visite guidate occasionali, ma percorsi di lungo termine coprogettati con medici e assistenti sociali. Il museo diventa un’abitudine, un luogo dove “andare a stare bene” regolarmente. Il successo del museo non si misura più soltanto dal numero di biglietti staccati, ma anche attraverso l’impatto sociale: miglioramento dell’umore delle persone, riduzione dei livelli di stress, aumento della partecipazione civica. In breve, il museo diventa un’infrastruttura sociale al pari di una biblioteca o di un ambulatorio, dove la bellezza è considerata una risorsa essenziale per la dignità e la salute della popolazione.

Lei ha curato progetti come “Fabbrica di Sguardi” e la rete “M.A.D.E.R.”, che utilizzano l’arte per la cura e l’inclusione delle persone affette da demenza e dei loro caregiver attraverso attività continuative integrate con il supporto sanitario. Come sono nate queste iniziative? E come è riuscita a costruire la rete necessaria?

Il progetto M.A.D.E.R. nasce da un bisogno profondo della nostra collettività e da una “chiamata” della Regione Emilia-Romagna per trasformare i musei in spazi abilitanti. Oggi M.A.D.E.R. è una rete che vuole fare dei musei luoghi in cui la fragilità diventa un’opportunità per creare nuovi linguaggi. Per farlo abbiamo costruito una sinergia solida tra istituzioni culturali — come la Fondazione Ravenna Antica, i Musei Civici di Bologna, il M.A.R. (Museo d’Arte della Città di Ravenna), la Fondazione Palazzo Magnani — e realtà sanitarie come l’AUSL Romagna, perché il museo non può essere lasciato solo nella sua autoreferenzialità “sotto vetro”.

I risultati che stiamo misurando con strumenti scientifici, come il sistema RADAR, sono straordinari. Registriamo quello che definiamo un “benessere pacificato”, ovvero:

  • Riduzione degli stati negativi: l’angoscia cala drasticamente, fino al -41% durante i laboratori.
  • Riconnessione al patrimonio: l’arte funge da ponte identitario; le persone si sentono “persone” e non pazienti, recuperando dignità e normalità fuori dai contesti medicalizzati.
  • Potenziamento dell’agency: attraverso i laboratori di mosaico, il fare con le mani produce meraviglia e partecipazione attiva.

Ma l’impatto più profondo riguarda gli stessi operatori museali. Siamo passati da un modello trasmissivo, centrato sul raccontare l’opera, a uno centrato sulla persona. Abbiamo imparato che il museo è un luogo dove sperimentare la condizione umana. Il nostro obiettivo ora è aprire porte, ascoltare il territorio e fare in modo che questa rete diventi un modello nazionale di welfare culturale.

Come vengono strutturati operativamente i laboratori museali della rete “M.A.D.E.R.” per coinvolgere i pazienti e i loro familiari?

Il progetto Fabbrica di Sguardi, che portiamo avanti al Museo Classis di Ravenna, si basa su un’idea di fondo semplice ma rivoluzionaria: non utilizziamo gli oggetti del museo per fare una lezione di storia, ma per avviare un dialogo che non si basi sulle capacità logico-cognitive — spesso compromesse dalla malattia — bensì sulle emozioni e sull’osservazione condivisa. Costruiamo un vero e proprio ecosistema di cura in coprogettazione. Il progetto nasce infatti da un accordo quadro che vede insieme il Comune, l’AUSL Romagna, l’Associazione Alzheimer e la Fondazione Ravenna Antica. Questa rete permette un approccio multiprofessionale in cui educatori museali, psicologi e volontari collaborano per accogliere gruppi di sei-otto persone con demenza insieme ai loro caregiver familiari. L’attività stessa è strutturata per umanizzare l’esperienza. C’è un momento di accoglienza, una passeggiata dolce tra i reperti e poi l’osservazione di un reperto specifico attraverso domande sensoriali. Chiediamo, ad esempio: Ti piace quello che vedi? oppure Che nome gli daresti?

Le risposte che riceviamo sono spesso spiazzanti e bellissime. C’è chi, davanti a una statua, dice: «Quella statua sono io, così chiusa ma aperta verso gli altri», oppure chi racconta di sentirsi “riempito di intelligenza” dalla bellezza che ha intorno. Ma non ci fermiamo alla teoria. Abbiamo sviluppato anche una didattica del fare, in cui il laboratorio di mosaico diventa un dispositivo relazionale e trasformativo. I partecipanti manipolano tessere e materiali, creando un’opera che poi portano a casa come testimonianza dell’esperienza. In questo modo il museo smette di essere soltanto un luogo dove si conserva il passato e diventa uno spazio in cui si produce benessere nel presente, offrendo anche ai caregiver un momento prezioso di sollievo, confronto e condivisione.