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“BENESSERE E LONGEVITÀ SENZA FARMACI”: LA SFIDA DELLA MEDICINA DELLO STILE DI VITA

3 Giugno 2026

Intervista a Stefano Bellentani a cura di Eleonora Marini

Dalla nutrizione alla longevità, passando per relazioni, attività fisica e benessere emotivo, in questa intervista esclusiva per “La voce dei medici” Stefano Bellentani spiega perché la salute non dipende soltanto dalle cure, ma soprattutto dalle scelte quotidiane che compiamo durante tutta la vita. L’esperto è una delle figure più autorevoli a livello internazionale nel campo dell’epatologia, della gastroenterologia e della medicina dello stile di vita. Medico, ricercatore e docente con oltre quarant’anni di esperienza, è considerato uno dei massimi esperti mondiali di steatosi epatica e di approcci multidisciplinari alle malattie dismetaboliche. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche internazionali e responsabile in Ticino della Società Svizzera di Lifestyle Medicine, coniuga attività clinica, ricerca e divulgazione scientifica tra Svizzera, Italia e Regno Unito. Con il libro “Benessere e longevità senza farmaci” ha ottenuto il primo premio come miglior autore italiano al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026.

Dottor Bellentani, la sua carriera si è sviluppata tra ricerca scientifica, epatologia, nutrizione e medicina dello stile di vita. Qual è stata la svolta che l’ha portata a concentrarsi sempre di più sul legame tra prevenzione, alimentazione e benessere globale della persona?

La svolta è stata comprendere appieno che cosa sia la Medicina dello Stile di Vita e avere avuto la fortuna di essere formato da un grande clinico italiano, che affrontava i problemi dei suoi pazienti considerandoli prima di tutto persone. La medicina moderna, soprattutto quella di impronta anglosassone e “evidence-based”, cioè basata sulle evidenze scientifiche, tende a sviluppare una visione sempre più specialistica del paziente. Il medico di famiglia è diventato progressivamente uno “smistatore” verso gli specialisti e sempre meno un coordinatore delle cure, proprio in un’epoca in cui l’approccio alla persona dovrebbe essere sempre più multidisciplinare. La Medicina dello Stile di Vita dovrebbe tornare a far parte degli strumenti fondamentali del medico di famiglia perché si occupa di educare il paziente, fin dalla giovane età, a prendersi cura di sé. Attraverso i suoi sei pilastri fondamentali insegna a nutrirsi correttamente, a svolgere attività fisica regolare, a mantenere un sonno adeguato, a evitare le dipendenze, a gestire lo stress e a coltivare relazioni positive. In altre parole, la Medicina dello Stile di Vita si prende cura dell’intera persona e favorisce una vita più sana, longeva e possibilmente libera da malattie.

Nel suo libro “Benessere e longevità senza farmaci” lei sostiene che molte malattie moderne siano strettamente legate allo stile di vita. Quali sono oggi gli errori più comuni che compromettono salute e longevità?

Oggi la maggior parte delle patologie è rappresentata da malattie croniche degenerative e non più da malattie infettive. In particolare, le malattie dismetaboliche, come obesità e diabete, sono in costante crescita da oltre cinquant’anni. Anche molte forme di tumore rientrano tra le patologie cronico-degenerative. Purtroppo, tutte queste condizioni sono spesso associate a stili di vita non corretti, in particolare a un’alimentazione sbagliata, alla mancanza di attività fisica costante e personalizzata e a una gestione inadeguata dello stress.

Nel volume si parla di prevenzione come “vera medicina del futuro”. Quanto è ancora difficile, secondo lei, far passare il messaggio che salute non significa solo cura della malattia, ma anche costruzione quotidiana del benessere?

È molto difficile, soprattutto se non si parte dall’educazione delle nuove generazioni e se il medico di famiglia non tornerà a essere centrale nella tutela della salute e del benessere dei propri assistiti. Occorre recuperare la figura del “medico della persona”, capace di prendersi cura dell’individuo nella sua interezza e non soltanto delle sue patologie.

Uno dei temi centrali del libro è il ruolo dell’alimentazione. Esiste davvero una dieta della longevità oppure il segreto è soprattutto l’equilibrio complessivo dello stile di vita?

I più recenti studi sulle cosiddette Blue Zones, le aree del mondo in cui vivono numerosi ultracentenari, come alcune zone della Sardegna o della Grecia, così come il caso di Maria Branyas Morera, scomparsa nel 2024 all’età di 117 anni e citata nel libro, non dimostrano l’esistenza di una specifica “dieta della longevità”. Dimostrano piuttosto che queste persone, che sembrano essersi “dimenticate di morire”, condividono tutti e sei i pilastri della Medicina dello Stile di Vita, oltre a una predisposizione genetica favorevole, misurabile anche attraverso indicatori come la lunghezza dei telomeri. Dal punto di vista alimentare emerge però un elemento comune: mangiare poco ma bene, nutrire il microbiota intestinale con alimenti fermentati, come lo yogurt, e privilegiare cibi poco processati, naturali e possibilmente a chilometro zero.

Il suo libro si è classificato primo tra gli autori italiani del 2026 e lei ha ricevuto il premio come miglior autore italiano al Salone Internazionale del Libro di Torino. Che significato ha per lei questo riconoscimento, soprattutto per un libro che mette al centro salute e prevenzione?

Ha un significato molto speciale, anche perché si tratta del mio primo libro e sinceramente non me lo aspettavo. Questo riconoscimento mi ha spinto a sviluppare ulteriormente i miei progetti come scrittore e divulgatore. Ho intenzione di tradurre il libro in inglese e presentarlo nel Regno Unito, a Londra, dove ho lavorato per diversi anni, per poi promuoverlo nel resto del mondo anglosassone. Inoltre, insieme a un caro amico musicista, sto valutando la possibilità di scrivere un secondo libro dedicato al rapporto tra musica, salute e benessere.

Lei è tra i promotori della Medicina dello Stile di Vita. In che cosa questo approccio si differenzia dalla medicina tradizionale e perché potrebbe rappresentare una risposta importante alle malattie croniche dei nostri tempi?

Come accennato, la Medicina dello Stile di Vita non si concentra esclusivamente sulla diagnosi e sul trattamento delle malattie, ma punta a intervenire sulle loro cause profonde attraverso la modifica dei comportamenti quotidiani. L’obiettivo è prevenire l’insorgenza delle patologie croniche e migliorare la qualità della vita delle persone, integrando le cure tradizionali con un approccio globale e multidisciplinare.

Nel dibattito scientifico si parla sempre più del peso che stress cronico, solitudine e relazioni tossiche hanno sulla salute fisica e mentale. Quanto conta oggi la qualità delle relazioni umane nel mantenimento del benessere?

Conta moltissimo.In un mondo dominato sempre più dai rapporti virtuali e in cui la comunicazione autentica tra le persone è spesso più difficile, le relazioni con familiari, amici e persone care diventano ancora più importanti con il passare degli anni. Le relazioni positive rappresentano una delle principali fonti di benessere e di equilibrio psicofisico.

Negli ultimi anni si sono accesi i riflettori anche sul burnout dei medici e degli operatori sanitari. Secondo lei quali sono le cause principali di questo malessere e quali strumenti servirebbero davvero per prevenirlo?

La causa principale del burnout è senza dubbio una gestione inadeguata delle situazioni di stress. Oggi la crescente velocità dei ritmi lavorativi, la continua connessione digitale, Internet e l’intelligenza artificiale rendono la nostra vita sempre più complessa e impegnativa. Per questo diventa fondamentale imparare a riconoscere e gestire lo stress in modo efficace, sia nella vita professionale sia in quella personale.

Si parla sempre più spesso di “prescrizione sociale”, cioè della possibilità di affiancare alle cure tradizionali attività culturali, sociali o relazionali. Ritiene che questo modello possa avere un reale impatto sulla salute delle persone?

Assolutamente sì. Accanto alla prescrizione sociale e alla prescrizione dell’attività fisica, ritengo molto importante anche il ruolo dell’arte-terapia, alla quale dedico un capitolo del libro. Oggi sappiamo che musica, teatro, cinema e persino la semplice esposizione alla bellezza possono contribuire a migliorare alcuni stati patologici e, in determinate situazioni, rappresentare un valido complemento alle terapie farmacologiche tradizionali.

Come valuta a tal proposito il progetto di Club Medici “Cultura è Salute”, che punta a integrare attività culturali e artistiche nei percorsi di prevenzione e cura?

Si tratta di un progetto innovativo e molto interessante, che credo possa ottenere un grande successo e suscitare notevole interesse. Ansia e depressione, che oggi spesso vengono trattate prevalentemente con farmaci, potrebbero in futuro beneficiare sempre di più di approcci complementari come la cinematerapia e altre forme di prescrizione culturale personalizzata. In questa direzione si stanno già muovendo importanti strutture sanitarie italiane, come l’Ospedale Niguarda di Milano e il Policlinico Gemelli di Roma, dove sono state realizzate sale cinematografiche dedicate ai pazienti ricoverati. La ricerca scientifica in questo campo è in pieno sviluppo e nei prossimi anni avremo dati sempre più solidi sul contributo che arte, cultura, musica e spettacolo possono offrire al benessere psicofisico delle persone.

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