26 Agosto 2026 ![]()
Intervista ad Antonio Silvestri a cura di Eleonora Marini
Medico, scrittore e osservatore della persona nella sua complessità, Antonio Silvestri ha trasformato una lunga esperienza professionale maturata anche a livello internazionale in un’occasione di riflessione e di racconto. Nei suoi libri la medicina si intreccia con le storie individuali, la memoria familiare e la grande storia, in un percorso che nasce dalla necessità di conservare e condividere ciò che la professione gli ha insegnato. Con “Medicina olistica integrata”, in particolare, Silvestri affida alla scrittura il frutto di decenni di esperienza: non un manuale, ma un racconto fatto di incontri, esperienze, successi, errori e interrogativi sul significato più profondo del prendersi cura. Un libro nel quale il medico diventa anche narratore e nel quale la cura viene osservata nella sua dimensione fisica, psicologica e umana. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo rapporto con la scrittura, del valore della memoria e della sua idea di una medicina capace di ascoltare la persona nella sua interezza.
Da medico con una lunga esperienza professionale, quando e perché è nata l’esigenza di dedicarsi alla scrittura?
Direi alla fine degli anni ’70 ed in particolare quando mi è apparso evidente che la vita non poteva durare a lungo e professionalmente parlando mi sono reso conto che purtroppo non stavo lasciando né una scuola né un discendente; da lì il desiderio di scrivere.
Il suo primo libro “Montecassino 1943-1944. Da Trieste a Piazza Plebiscito a Napoli” è legato alla memoria familiare e alla grande storia, con particolare riferimento agli anni della Seconda guerra mondiale. Che cosa l’ha spinta a raccontare proprio quella vicenda?
Da sempre volevo scrivere, ma sentivo di avere una sorta di “debito”, quello di scrivere il primo libro su quella vicenda per onorare mia madre, la sua memoria, e quella di tutta quella generazione di Italiani/e.
Passiamo a “Medicina olistica integrata”, un libro che lei precisa di non considerare né un manuale di medicina né un’enciclopedia delle medicine complementari. Che cosa ha voluto raccontare realmente?
Ho voluto illustrare le controversie della Medicina Moderna, che ormai da poco spazio alla Persona. Quindi ho cercato di dotare la persona, malata o no, di una mentalità critica ed indipendente affinchè ognuno sia in grado di cercare ciò di cui ha bisogno. Adottare uno sguardo olistico sul paziente vuol dire comprenderlo/a nel profondo e ed insieme a quella Persona cercare la soluzione individuale più adeguata.
Lei racconta molte esperienze maturate nel corso della sua attività professionale, comprese quelle vissute durante il Covid e in contesti internazionali come il Bhutan. Quanto è stata importante l’esperienza diretta nella costruzione del suo pensiero medico?
Direi determinante.
Uno degli aspetti più interessanti del suo approccio sembra essere l’idea di aiutare la persona a diventare protagonista del proprio percorso di salute, evitando una medicina che renda il paziente passivo o dipendente. È questa, secondo lei, una delle grandi sfide della medicina contemporanea?
Come si dice… bella domanda! Sì, è esattamente così, altrimenti saremmo condannati a prendere le medicine, fare gli esami e mangiare senza alcun potere decisionale, solo in base all’orientamento predisposto da chi ha più potere.
Il suo percorso mette insieme due mondi apparentemente diversi, medicina e cultura. Il progetto “Cultura è Salute” di Club Medici parte proprio dall’idea che la cultura possa contribuire alla cura e al benessere. Quanto è vicino questo principio alla sua esperienza personale e professionale?
Cultura e salute sono profondamente legate, perché la cultura rappresenta uno strumento individuale che ciascuno di noi possiede e può sviluppare. Per questo sono pienamente d’accordo con il progetto “Cultura è Salute”. La mia stessa esperienza professionale me lo ha dimostrato. Penso, ad esempio, a una persona che seguo da circa dieci anni e che, all’inizio, la medicina considerava ormai senza possibilità di recupero. Insieme abbiamo intrapreso un percorso diverso, nel quale, accanto agli interventi medici, abbiamo dato nuovamente spazio alla sua vita, alle sue capacità creative e al rapporto con la natura, aspetti che aveva progressivamente abbandonato e che pensava di non possedere più. Nel tempo è riuscita a recuperare la propria salute. Questo, per me, è stato il risultato più importante: non semplicemente aver guadagnato anni di vita attraverso un percorso terapeutico adeguato, ma aver restituito valore e spazio alla persona, alle sue sensibilità, ai suoi interessi e alla sua capacità di stare bene.
