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DAL CERVELLO ALLA COSCIENZA: IL RACCONTO DI UN GIOVANE NEUROCHIRURGO IN “AWAKE”

9 Giugno 2026

Che cosa accade quando la neurochirurgia incontra la narrazione? In Awake, Christian Brogna racconta il delicato equilibrio tra tecnica, coscienza ed emozioni, accompagnando il lettore dentro la sala operatoria e nel cuore di una professione che ogni giorno si confronta con il mistero del cervello umano. Neurochirurgo tra i maggiori esperti di chirurgia awake, l’esperto ha raccolto queste esperienze in un libro che intreccia scienza e umanità. Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista, esplorando il rapporto tra cervello e coscienza, il valore dell’empatia nella cura e le sfide della medicina contemporanea.

Intervista a cura di Eleonora Marini

Professore, partiamo dal titolo del suo libro: perché Awake? Che significato ha per lei questa parola, dal punto di vista medico ma anche umano?

Sul titolo abbiamo riflettuto per mesi insieme alla coautrice del libro, Claudia Zanella, e agli editor di Rizzoli. Cercavamo una parola che riuscisse a contenere sia la dimensione medica sia quella più umana e filosofica del libro. Poi, quasi all’improvviso, è arrivato Awake, e ha messo tutti d’accordo. Dal punto di vista clinico richiama naturalmente la awake surgery, la tecnica neurochirurgica che pratico e che permette di operare il paziente mantenendolo cosciente durante alcune fasi dell’intervento. Ma awake significa anche altro: è un invito a restare svegli nel senso più profondo del termine, presenti, consapevoli, capaci di sentire. Viviamo in un’epoca in cui il rumore continuo, la velocità e i social rischiano spesso di anestetizzarci emotivamente. Con questo libro volevamo augurare al lettore di non addormentarsi davanti alla propria vita, di continuare a guardare, ascoltare e interrogarsi.

Il libro racconta esperienze vissute in sala operatoria e fuori. Quando ha sentito l’esigenza di trasformare il lavoro del neurochirurgo in una narrazione?

L’idea del libro è nata quasi spontaneamente, durante un caffè tra una visita e l’altra. Era venuta a trovarmi una cara amica scrittrice, Claudia Zanella, e in quell’occasione le raccontai la storia di Giorgio, il paziente che operai mentre suonava il sax durante un intervento awake. Ricordo che rimase molto colpita non solo dall’aspetto medico della vicenda, ma soprattutto da ciò che quella storia raccontava sull’essere umano, sull’identità, sulla paura e sulla forza della coscienza. Lei stava pensando a un nuovo libro e, quasi naturalmente, abbiamo intuito che poteva nascere qualcosa dall’incontro tra due mondi: da una parte la mia esperienza clinica e la conoscenza della neurochirurgia, dall’altra la sua capacità di trasformare storie complesse in una narrazione accessibile ed emotiva. È così che è nato Awake.

Nella sua pratica quotidiana è noto anche per gli interventi di chirurgia awake, con il paziente cosciente durante l’operazione. Qual è stata la prima volta in cui ha vissuto questa esperienza?

Quando ero ancora specializzando andai a Montpellier dal professor Hugues Duffau. Era il 2005 e allora la awake surgery era una tecnica praticata in pochissimi centri al mondo. Ricordo di osservare il professor Duffau dialogare continuamente con i pazienti durante l’intervento. Non si trattava soltanto di rimuovere un tumore: stava proteggendo il linguaggio, i ricordi, il lavoro, i sogni, l’identità stessa della persona. In una giovane paziente traduttrice, ad esempio, venivano controllate perfino le lingue straniere che parlava, perché perdere quella capacità avrebbe significato perdere una parte fondamentale della sua vita.

Che effetto fa operare il cervello di una persona che parla, ricorda o interagisce durante l’intervento?

C’è la felicità profonda di sapere che, attraverso quell’intervento, puoi restituire anni di vita a una persona. E quella persona non è mai soltanto un paziente: è un padre, una madre, un figlio, una moglie, un fratello. Dietro ogni cervello che operiamo c’è un intero mondo affettivo. Dall’altra parte, però, esiste anche la paura. Della paura dei chirurghi si parla molto poco, ma esiste. Ogni volta che si entra in sala operatoria si ha la consapevolezza di avere tra le mani qualcosa di estremamente delicato. La possibilità che qualcosa possa non andare come previsto impone una concentrazione assoluta. Per questo nei giorni precedenti agli interventi più complessi cerco spesso il silenzio e la meditazione. Mi aiutano a prepararmi mentalmente e a entrare in quello stato di lucidità e presenza totale che un’operazione al cervello richiede.

In quei momenti il neurochirurgo è solo un tecnico o entra inevitabilmente in una relazione profonda con il paziente?

In quei momenti il neurochirurgo non può essere soltanto un tecnico. Durante un intervento awake il paziente è cosciente, parla, prova emozioni e talvolta paura. Per questo la concentrazione deve raddoppiare: da una parte c’è la precisione del gesto chirurgico, dall’altra la relazione continua con il paziente, che ha bisogno di essere ascoltato e rassicurato. Quando il paziente è addormentato ti occupi soprattutto del suo cervello. Quando è sveglio, invece, devi occuparti anche della sua mente: una mente che pensa, ricorda, sogna, si spaventa e fa domande. È lì che il tuo ruolo si espande: non sei soltanto un chirurgo, ma diventi anche una presenza umana, una voce rassicurante, un supporto emotivo oltre che medico.

Qual è la lezione più grande che il cervello umano le ha insegnato fino a oggi?

La più grande lezione che il cervello umano mi ha insegnato è che nulla dentro di noi è davvero immobile. Tutto è in continuo movimento e cambiamento: i pensieri, le emozioni, la memoria, perfino il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. È meraviglioso osservare la straordinaria capacità del cervello di adattarsi, trasformarsi e creare nuove connessioni anche dopo eventi molto difficili. Tutto è in cambiamento, dentro di noi e fuori di noi.

Oggi si parla molto spesso di burnout medico. Crede che nella formazione sanitaria si dia ancora troppo poco peso alla fragilità dei curanti?

Sì, credo che nella formazione sanitaria si dia ancora troppo poco spazio alla fragilità dei curanti. Eppure il burnout medico è un tema enorme, anche se per anni è stato quasi taciuto. Quando lavoravo al King’s College Hospital di Londra facevo turni massacranti. A volte non tornavo a casa per due giorni. Ho visto medici dormire per terra tra un intervento e l’altro, completamente esausti. Siamo abituati a prenderci cura degli altri, ma troppo spesso nessuno si chiede chi si prenda cura di noi. La medicina richiede competenza, lucidità e resistenza, ma i medici non sono macchine. È fondamentale iniziare a parlare anche della nostra vulnerabilità, senza viverla come una debolezza.

Nel suo libro emerge un rapporto continuo tra scienza ed emozione. È possibile essere un grande chirurgo senza sviluppare empatia?

Credo che senza empatia si possa forse essere un grande esecutore tecnico di un intervento chirurgico, ma non un vero medico. L’empatia è alla base della medicina. Un paziente non ha bisogno soltanto di un atto chirurgico corretto: ha bisogno di sentirsi ascoltato, rassicurato e compreso. A volte una parola, uno sguardo o il modo in cui entri in una stanza possono avere un impatto enorme quanto una terapia. La tecnica è fondamentale, naturalmente, ma la medicina perde una parte essenziale di sé quando dimentica la dimensione umana della cura.

A chi si rivolge Awake? Ai medici, ai pazienti o a chi cerca di comprendere meglio sé stesso?

Awake si rivolge a tutti. Ai medici, certo, perché racconta qualcosa che appartiene profondamente alla nostra professione. Ma anche ai pazienti e, più in generale, a chiunque abbia bisogno di speranza. Alla fine Awake è soprattutto la storia dell’incontro tra due uomini in una sala operatoria. E da quell’incontro nasce un cambiamento in entrambi. Credo che il libro parli proprio di questo: della possibilità che anche nei momenti più difficili possa esistere una trasformazione, una rinascita, una nuova consapevolezza. Per questo ho sentito il bisogno di lavorare insieme a una scrittrice come Claudia Zanella. Noi medici rischiamo spesso di parlare in “medichese”, con un linguaggio troppo tecnico. La letteratura, invece, riesce a tradurre la medicina in emozione e, quando una storia riesce a emozionare, può arrivare davvero al cuore di tutti.

Quale idea o emozione spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Spero che al lettore resti soprattutto un’idea di coraggio. Ma non il coraggio inteso come assenza di paura. Mi piace il significato più antico e latino della parola: avere cuore. Avere cuore nella vita, nelle relazioni, nel lavoro, persino nei momenti difficili. Metterci davvero il cuore, in ciò che facciamo e nelle persone che incontriamo. Credo che Awake, in fondo, parli proprio di questo: della fragilità umana, ma anche della straordinaria forza che nasce quando scegliamo di restare vivi, presenti e aperti agli altri.