9 Giugno 2026 ![]()
La poesia può aiutare a comprendere il dolore? E la letteratura può diventare uno strumento di cura? Ne parliamo in questa intervista con il dottor Giovanni Mandoliti, oncologo e autore del libro “Quando la poesia cura. Leggere l’Inferno con gli occhi della medicina”, un viaggio tra Dante, Medical Humanities e pratica clinica. Un dialogo che esplora il legame tra scienza e umanesimo, mostrando come l’ascolto, la narrazione e le arti possano contribuire a una medicina più attenta alla persona.
Intervista a cura di Eleonora Marini
Come nasce l’idea di rileggere Dante attraverso la lente delle Medical Humanities?
L’idea di questo libro nasce dall’incontro tra la mia passione per la Divina Commedia e l’esperienza clinica quotidiana accanto ai pazienti. Tutto parte dalla lettura di uno studio che mostrava come molti descrittori del dolore utilizzati oggi in medicina fossero già presenti nelle terzine dell’Inferno. Da questa intuizione è nato in me un percorso di approfondimento sulla figura di Dante e sulla sua formazione medico-scientifica. Il poeta fu iscritto all’Arte dei Medici e Speziali e, durante il soggiorno bolognese, entrò in contatto con l’ambiente di Taddeo Alderotti, maestro dell’osservazione clinica, che contribuì a dare alla medicina una dimensione insieme pratica e filosofica. In questo contesto, Dante assimilò la Scolastica medica, basata sull’incontro tra logica aristotelica e tradizione ippocratico-galenica. Questa chiave di lettura mi porta a ritenere che la Commedia non descriva soltanto pene morali, ma possa essere letta come un’anticipazione del concetto moderno di “dolore totale”, in cui si intrecciano dimensioni fisiche, psicologiche, sociali e spirituali. Questo libro nasce quindi dal desiderio di costruire un ponte tra letteratura e medicina, per rileggere Dante come uno strumento ancora attuale per comprendere la complessità del dolore e della fragilità umana nella pratica clinica.
Nel libro lei parla di una sofferenza multidimensionale. Quanto è importante, oggi, per un medico andare oltre il sintomo fisico?
Oggi, in un contesto sempre più dominato da tecnologie e algoritmi diagnostici, per il medico è fondamentale andare oltre il sintomo e riscoprire la persona nella sua interezza. La lezione di Dante è sorprendentemente attuale: la sofferenza non è mai soltanto fisica, ma coinvolge dimensioni emotive, psicologiche, relazionali e spirituali, anticipando il moderno concetto di “dolore totale”. Come emerge dalle pagine della Commedia, il compito del medico non è limitarsi a interpretare segni e sintomi, ma saper leggere i “referti dell’anima” che ogni paziente porta con sé. In questa prospettiva, la medicina narrativa e l’ascolto empatico diventano strumenti essenziali della cura. Andare oltre il sintomo significa, dunque, costruire un ponte tra sapere scientifico e umanità, ricordando che dietro ogni dolore esiste una personale “selva oscura” e il desiderio profondo di ritrovare la strada per “riveder le stelle”.
Quale personaggio dantesco l’ha colpita maggiormente come “caso clinico” o umano?
Tra tutti i personaggi della Divina Commedia, quello che mi ha colpito più profondamente, sia come “caso clinico” sia come esperienza umana, è il Conte Ugolino. Nella sua vicenda ho riconosciuto una rappresentazione straordinariamente moderna del trauma: un dolore così intenso da rimanere congelato nel tempo, incapace di essere elaborato. Il gesto ossessivo con cui rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri esprime la persistenza di una ferita emotiva mai rimarginata, che continua a vivere nel rancore e nella disperazione. Ma ciò che rende Ugolino indimenticabile è soprattutto la sua dimensione umana: quella di un padre costretto ad assistere impotente alla morte dei propri figli. Nel suo silenzio pietrificato e nella sua sofferenza senza voce si riconosce un dolore universale, che attraversa i secoli e continua a parlarci con una forza emotiva straordinaria.
Nel titolo compare la parola “cura”: in che modo la poesia può diventare uno strumento di cura?
Nel libro, la parola cura non è intesa soltanto come trattamento terapeutico, ma soprattutto come capacità di prendersi cura della persona nella sua interezza. In questa prospettiva, la poesia diventa uno straordinario strumento di cura perché offre parole al dolore, aiutando chi soffre a esprimere ciò che spesso appare indicibile. Al tempo stesso costruisce un ponte empatico tra chi cura e chi è curato, affinando l’ascolto e la comprensione della sofferenza. Come insegna la medicina narrativa, la poesia trasforma il grido isolato del dolore in una storia condivisa, capace di dare significato all’esperienza della malattia. La sua forza risiede proprio nella capacità di restituire umanità alla cura, ricordandoci che dietro ogni sintomo esiste una persona con una storia, una fragilità e un bisogno profondo di essere compresa.
Quando è nato il suo interesse per la poesia e la letteratura?
Il mio interesse per la poesia e la letteratura affonda le radici negli anni del liceo, quando scoprii nella parola scritta non soltanto un oggetto di studio, ma uno strumento privilegiato per comprendere la complessità dell’esperienza umana. Tra tutte le opere, la Divina Commedia e in particolare l’Inferno, esercitò su di me un fascino particolare, rivelandosi una straordinaria mappa dell’animo umano. Questa passione mi ha accompagnato anche durante gli studi di medicina, rappresentando un prezioso contrappunto alla formazione scientifica. Mentre imparavo a conoscere il corpo e i meccanismi della malattia, la letteratura mi aiutava a non perdere di vista la persona nella sua interezza. Con il tempo, questi due percorsi si sono intrecciati naturalmente, portandomi a comprendere che la cura autentica non può prescindere dall’ascolto, dall’empatia e dalla forza della parola.
Nella sua esperienza professionale ci sono stati pazienti che le hanno insegnato a guardare il dolore in modo diverso?
Nella mia esperienza di oncologo clinico, sono stati i pazienti a insegnarmi che il dolore non coincide mai esclusivamente con il sintomo fisico. Ricordo in particolare una paziente affetta da una malattia avanzata che, nonostante una terapia antalgica adeguata, continuava a soffrire intensamente. Solo attraverso l’ascolto emersero le sue paure più profonde: l’angoscia per il futuro dei figli e il senso di solitudine imposto dalla malattia. Esperienze come questa mi hanno fatto comprendere concretamente il significato del “dolore totale”, in cui sofferenza fisica, emotiva e relazionale si intrecciano in modo inscindibile. È stato il contatto con questi pazienti a mostrarmi che curare non significa soltanto trattare una malattia, ma accogliere una storia, ascoltare una sofferenza e prendersi cura della persona nella sua interezza.
Quanto conta l’ascolto nella pratica clinica?
Nella pratica clinica, l’ascolto rappresenta molto più di un gesto di attenzione: è un autentico strumento di cura. Attraverso il racconto del paziente, il medico può cogliere aspetti della sofferenza che nessun esame diagnostico è in grado di rilevare. La malattia, infatti, non si esprime soltanto attraverso sintomi fisici, ma coinvolge paure, emozioni, relazioni e vissuti personali. Un ascolto attento permette di comprendere quella dimensione complessa che oggi definiamo “dolore totale”, andando oltre il dato biologico per incontrare la persona nella sua interezza. Inoltre, favorisce la costruzione di un’alleanza terapeutica fondata sulla fiducia e sull’empatia. In un’epoca sempre più dominata dalla tecnologia, l’ascolto restituisce alla medicina la sua dimensione più autenticamente umana e ricorda che la parola possiede una straordinaria forza terapeutica.
La medicina moderna rischia talvolta di essere troppo concentrata sulla tecnologia e poco sulla relazione?
Uno dei rischi più concreti della medicina contemporanea è che il progresso tecnologico, pur straordinario e indispensabile, finisca per allontanare il medico dalla persona malata. Algoritmi, imaging avanzato e terapie di precisione consentono diagnosi sempre più accurate, ma non possono cogliere la dimensione umana della sofferenza. Il pericolo è ridurre il paziente a un insieme di dati, trascurando paure, fragilità e vissuti che accompagnano la malattia. Per questo il tempo dedicato all’ascolto e alla relazione non deve essere considerato un elemento accessorio, ma una parte essenziale della cura. La tecnologia può aiutarci a trattare il corpo, ma solo l’incontro con il paziente permette di comprenderne davvero il dolore. La sfida della medicina moderna è dunque integrare innovazione scientifica e umanesimo, mantenendo sempre al centro la persona.
Ritiene che le arti possano contribuire alla formazione dei professionisti sanitari?
Credo che le arti e le discipline umanistiche rappresentino una componente fondamentale nella formazione dei professionisti della salute. La letteratura, la poesia e le arti visive aiutano a sviluppare empatia, sensibilità e capacità di comprendere la sofferenza nella sua complessità, andando oltre il dato biologico. Allo stesso tempo affinano l’osservazione, insegnando a cogliere dettagli, espressioni e linguaggi non verbali spesso decisivi nella relazione di cura. Inoltre, offrono uno spazio di riflessione indispensabile per affrontare il peso emotivo che accompagna il contatto quotidiano con la malattia e il dolore. Integrare le Medical Humanities nei percorsi formativi significa formare professionisti non solo competenti sul piano tecnico, ma anche capaci di ascolto, comprensione e autentica vicinanza umana.
Crede che la prescrizione sociale e le pratiche culturali possano e debbano entrare stabilmente nei percorsi di cura?
Sono fermamente convinto che la prescrizione sociale e le pratiche culturali debbano entrare stabilmente nei percorsi di cura della medicina moderna. La salute non coincide infatti con la sola assenza di malattia, ma comprende dimensioni psicologiche, relazionali e sociali che influenzano profondamente il benessere della persona. Attività come la partecipazione a gruppi di lettura, laboratori artistici, eventi culturali o percorsi di scrittura possono contribuire a ridurre isolamento, ansia e sofferenza, favorendo resilienza e qualità della vita. In particolare nei pazienti affetti da patologie croniche o oncologiche, la cultura può diventare uno strumento concreto di supporto e di cura. Per questo ritengo necessario un cambiamento di prospettiva: considerare la cultura non come un semplice intrattenimento, ma come una vera risorsa per la salute e per la costruzione di percorsi assistenziali più umani e completi.
