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CURARE CON “INTELLIGENZA”: LA SFIDA DELL’IA TRA ALGORITMI E DECISIONE CLINICA

9 Luglio 2026

Intervista a Salvatore Corrao, Professore Ordinario  di Medicina interna – Università degli Studi di Palermo

L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente negli ospedali, negli ambulatori e nei laboratori di ricerca, promettendo diagnosi più tempestive, terapie personalizzate e una gestione sempre più efficiente dei dati clinici. Ma fino a che punto un algoritmo può supportare il medico? E quali decisioni devono rimanere esclusivamente umane? Ne parliamo in questa intervista con il Professor Salvatore Corrao, autore del volume Curare con “intelligenza”. L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana, un saggio che affronta uno dei temi più attuali della medicina contemporanea. Dalla ricerca clinica all’etica, dalla formazione dei futuri medici fino al ruolo dell’Europa nella regolamentazione dell’IA, l’esperto ci accompagna in una riflessione sul futuro della sanità, dove la tecnologia rappresenta una risorsa preziosa, ma il giudizio clinico e la relazione con il paziente restano insostituibili.

Professore, nel titolo del suo libro la parola “intelligenza” è tra virgolette. È una provocazione? Oppure vuole ricordarci che la vera intelligenza, in medicina, resta quella umana?

Le virgolette non sono una provocazione, ma un invito a riflettere. Oggi definiamo “intelligenti” sistemi che elaborano enormi quantità di dati e producono risposte estremamente sofisticate. Tuttavia, l’intelligenza clinica è qualcosa di diverso: significa comprendere una persona, interpretare l’incertezza, assumersi una responsabilità. Un algoritmo può riconoscere schemi; un medico deve dare loro un significato nella storia clinica del paziente. Per questo preferisco parlare di una tecnologia che amplifica, aumenta le capacità dell’uomo, non di quella che tenta di replicarne l’intelligenza come troppo si pensa nell’immaginario collettivo.

Siamo alla “medicina aumentata”. Cosa significa concretamente? In che modo l’intelligenza artificiale può migliorare il lavoro del medico senza sostituirne il giudizio?

La medicina aumentata è quella in cui il professionista dispone di nuovi strumenti cognitivi, cioè strumenti che amplificano la capacità di ragionamento. L’intelligenza artificiale può integrare migliaia di pubblicazioni scientifiche, riconoscere correlazioni difficili da cogliere, suggerire diagnosi differenziali e simulare scenari terapeutici. Ma il giudizio clinico resta umano, perché nasce dall’integrazione tra evidenze scientifiche, esperienza, valori del paziente e contesto. L’IA propone; il medico comprende e decide.

C’è chi teme che l’intelligenza artificiale renda la medicina più fredda e impersonale. Lei sostiene invece il contrario. Come può la tecnologia restituire tempo alla relazione con il paziente?

Paradossalmente, proprio automatizzando molte attività burocratiche. Oggi i medici dedicano una parte considerevole del loro tempo alla documentazione e alla gestione amministrativa. Se queste attività vengono supportate dall’IA, il tempo recuperato può essere investito nell’ascolto, nell’empatia e nella comunicazione. Non dobbiamo permettere che la tecnologia tolga spazio alla relazione: al contrario, la tecnologia deve creare le condizioni affinché quella relazione possa finalmente tornare al centro.

Molti pensano che l’IA serva soprattutto a scrivere referti o riassumere cartelle cliniche. Qual è invece, secondo lei, la trasformazione più importante che vedremo nei prossimi anni?

Queste sono solo le applicazioni più visibili legate all’automazione. La vera rivoluzione risiederà nella capacità di integrare conoscenze oggi frammentate. L’IA può diventare un sistema di supporto al ragionamento clinico, capace di collegare biologia molecolare, dati clinici, imaging, dati di laboratorio e letteratura scientifica in tempo reale. Spero che non sia soltanto uno strumento per la produzione di documenti, ma soprattutto un partner nella costruzione della conoscenza clinica.

Strumenti come ChatGPT sono entrati nella vita quotidiana di medici e cittadini. Quali sono le opportunità e quali i rischi dell’utilizzo dell’IA generativa nella pratica clinica?

L’opportunità principale è democratizzare l’accesso alla conoscenza. Un medico può confrontarsi rapidamente con la letteratura internazionale; un cittadino può comprendere meglio la propria malattia. Ma esistono rischi importanti: informazioni non verificate, errori convincenti, eccessiva fiducia nello strumento e, per i pazienti, il passaggio da doctor Google a doctor Chatgpt. Per questo dobbiamo imparare a utilizzare questi sistemi con uno spirito critico. L’intelligenza artificiale non elimina la necessità della competenza; la rende ancora più importante.

L’università sta preparando adeguatamente i futuri medici all’utilizzo dell’intelligenza artificiale oppure esiste ancora un ritardo culturale?

Stiamo facendo passi avanti, ma il ritardo esiste. Non basta insegnare a usare un software. Occorre formare medici capaci di comprendere come funzionano questi strumenti, quali siano i loro limiti, quali bias possano introdurre e come integrarli nel ragionamento clinico. La formazione del futuro dovrà unire medicina, scienza dei dati, etica e capacità critiche.

Lei scrive che l’IA deve essere un “partner intelligente”. Dove deve fermarsi la macchina e dove deve iniziare la responsabilità del medico?

La macchina deve fermarsi prima di prendere una decisione che riguardi una persona. Può analizzare, suggerire, stimare probabilità. Ma la responsabilità resta del medico, sia nell’utilizzo di modalità operative avanzate e non di natura passiva, sia nella valutazione della proposta più appropriata per quel paziente, in quel momento della sua vita. La responsabilità clinica non è delegabile perché implica valori, responsabilità morale, relazione umana capacità di prevedere con saggezza scenari futuri.

Lei porterà queste riflessioni anche al Parlamento Europeo. Quali saranno i messaggi principali che intende condividere con le istituzioni?

Vorrei trasmettere un messaggio semplice: l’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare la qualità e l’equità dell’assistenza, ma solo se sarà governata con una visione centrata sulla persona. Servono regole che garantiscano trasparenza, sicurezza e responsabilità, ma serve anche investire nella formazione dei professionisti e nell’interoperabilità dei sistemi sanitari. L’Europa può diventare un modello di innovazione tecnologica basato su valori umani.

Perché i cittadini dovrebbero fidarsi dell’intelligenza artificiale in medicina? E cosa dovrebbe fare il sistema sanitario per conquistare questa fiducia?

La fiducia non nasce dalla tecnologia, ma dalla trasparenza. I cittadini devono sapere quando viene utilizzata l’IA, quali dati vengono impiegati, quali controlli esistono e chi assume la responsabilità finale. Il sistema sanitario deve dimostrare che l’IA migliora effettivamente gli esiti clinici, tutela la privacy e riduce le disuguaglianze. Solo allora la fiducia sarà una conseguenza naturale.

Se ci risentissimo tra dieci anni, quale sarebbe il cambiamento che si augura di vedere realizzato grazie all’intelligenza artificiale?

Mi auguro che tra dieci anni non parleremo più di intelligenza artificiale come di qualcosa di separato dalla medicina, così come oggi non parliamo più dello stetoscopio come di una tecnologia innovativa. Vorrei vedere medici che dedicano più tempo ai pazienti e meno ai computer, diagnosi più precoci, terapie realmente personalizzate e sistemi sanitari capaci di imparare continuamente dall’esperienza, con una forte integrazione tra i vari database sanitari e informazioni potenti per una corretta governance del sistema. Se l’IA riuscirà a renderci non soltanto più efficienti, ma anche più umani, allora avremo raggiunto il risultato più importante.