8 Ottobre 2026 ![]()
Intervista alla Dr.ssa Cristina Lenzi, specialista in medicina interna ed esperta in ormoni bioidentici — medyca.it/dr-cristina-lenzi a cura di Eleonora Marini
La menopausa non è soltanto la fase della vita associata a vampate, insonnia e sbalzi d’umore, ma un momento di profondi cambiamenti ormonali che possono avere ripercussioni anche sulla salute di ossa, cuore e cervello. Dalla prevenzione dell’osteoporosi alla salute cardiovascolare, fino al ruolo della terapia ormonale e degli ormoni bioidentici, la dott.ssa Lenzi spiega quali sono le strategie per affrontare la menopausa con maggiore consapevolezza e attenzione alla salute nel lungo periodo.
Dottoressa Lenzi, quando parliamo di menopausa tendiamo ancora a concentrarci soprattutto su vampate, insonnia e sbalzi d’umore. Perché invece dovremmo considerarla un momento importante anche per la salute futura di ossa, cuore e cervello?
Perché con la menopausa l’organismo perde la protezione degli ormoni sessuali e le conseguenze vanno oltre i sintomi. Dopo la menopausa l’osso resta senza quella protezione: in Italia l’osteoporosi colpisce circa 5 milioni di persone, e l’80% sono donne in post-menopausa (dati del Ministero della Salute, n.d.r.). Lo stesso vale per il cuore: fino alla menopausa le donne sono aiutate dalla protezione ormonale, in seguito le malattie cardiovascolari le colpiscono addirittura più degli uomini. Oltre ad agire sui sintomi nel breve termine, la terapia contribuisce alla prevenzione e alla protezione a lungo termine su ossa, cuore e cervello. Il massimo beneficio si ottiene quando è iniziata entro circa 10 anni dalla menopausa o prima dei 60 anni; i benefici restano anche dopo.
Quanto è importante iniziare a occuparsi della salute dello scheletro già durante la perimenopausa, prima ancora dell’arrivo della menopausa vera e propria?
È importante iniziare a occuparsi subito dell’osso perché l’osteoporosi è una malattia subdola che non dà segni né sintomi: si manifesta senza sintomi, con una frattura ossea. Per questo è importante valutare il punto zero quando si entra in menopausa, per vedere la salute delle ossa e capire se c’è bisogno di integrare subito, in genere con vitamina D.
Passiamo al cuore. Con la menopausa aumenta effettivamente il rischio cardiovascolare? Quali sono i principali cambiamenti metabolici e vascolari legati alla riduzione degli estrogeni?
Sì, dopo la menopausa le malattie cardiovascolari colpiscono le donne addirittura più degli uomini. Gli ormoni sessuali hanno un’attività protettiva sull’endotelio, quindi sulla parete interna di tutto l’albero cardiovascolare. Ma la cosa importante è che con la menopausa compaiono questi sintomi particolari che sono le vampate: un rilassamento immediato e repentino di tutto il sistema cardiovascolare, in cui il cuore percepisce di non riuscire a mandare sangue a tutti gli organi e i tessuti, e per questo aumenta la sua frequenza cardiaca. Una vampata è quindi associata a tachicardia e spesso a tachiaritmia e questo può portare a un affaticamento del cuore.
Si parla spesso della terapia ormonale come possibile strumento di protezione cardiovascolare. Che cosa possiamo dire oggi con certezza e quali sono invece i limiti delle evidenze scientifiche?
Con buona sicurezza possiamo dire che il profilo cardiovascolare è favorevole o neutro se la terapia è iniziata entro circa 10 anni dalla menopausa o prima dei 60 anni. Dentro questa finestra il beneficio più chiaro riguarda gli estrogeni da soli: nel Women’s Health Initiative, tra i 50 e i 59 anni, gli estrogeni senza progestinico hanno ridotto la malattia coronarica (HR 0,65), mentre l’associazione con un progestinico di sintesi non ha raggiunto la significatività. Il limite delle evidenze: la International Menopause Society chiede di considerare questi benefici nella decisione di iniziare la terapia, ma la sola prevenzione coronarica primaria non è un’indicazione. Nella mia esperienza, comunque, si può iniziare la terapia ormonale a qualsiasi età. È chiaro che prima si inizia, migliori saranno i benefici, però non vedo una particolare limitazione nell’iniziarla dopo 10 anni dalla menopausa. E prima si protegge tutto l’albero cardiovascolare, più protezione avremo sulla comparsa o meno dell’infarto.
Leiparla di “ormoni bioidentici”. Che cosa s’intende esattamente e in cosa si differenziano dagli altri preparati utilizzati nella terapia ormonale menopausale?
Gli ormoni bioidentici hanno la stessa struttura chimica di quelli prodotti dal corpo, come l’estradiolo e il progesterone. Derivano da precursori vegetali, come dioscorea, patata dolce e soia, e vengono finalizzati in laboratorio: non sono «naturali» nel senso di prodotti dalla pianta. La differenza è con le molecole che il corpo non produce, come gli estrogeni equini coniugati e i progestinici di sintesi dei vecchi regimi orali. La molecola bioidentica, con via e dose scelte per la singola paziente, può essere meglio tollerata e il progesterone naturale micronizzato non dà in genere i tipici effetti collaterali dei progestinici sintetici. Questa tollerabilità maggiore vale quando gli ormoni sono assunti in quantità fisiologiche.
Uno dei temi più delicati riguarda il rapporto tra benefici e rischi della terapia ormonale. Quali sono le condizioni nelle quali può essere indicata e quali, invece, richiedono particolare cautela o la rendono sconsigliabile?
Ogni valutazione parte dal profilo della singola donna: tutte le donne possono trarre beneficio dalla terapia, ma va iniziata solo se il suo profilo personale la richiede e la giustifica. Nella mia esperienza, l’unica vera controindicazione all’assunzione di una terapia ormonale bioidentica è la presenza di una patologia tumorale attiva. Per la terapia sistemica usiamo ormoni bioidentici per via transdermica: saltando il passaggio epatico, a dosaggi terapeutici standard la via transdermica non si associa ad alcun incremento del rischio di trombosi e non carica il fegato del metabolismo di primo passaggio. Questo fa già cadere le controindicazioni legate alla trombosi, come la trombosi venosa profonda, l’embolia polmonare e la trombofilia. Le altre condizioni che di solito si indicano, come i sanguinamenti vaginali non diagnosticati, le gravi malattie epatiche attive e i recenti eventi cardiovascolari, non sono mai in bianco e nero e meritano un approccio individualizzato. Sul seno, le evidenze più recenti non associano la terapia estrogenica a un aumento del rischio nelle pazienti idonee, e l’associazione con progesterone naturale micronizzato non è risultata associata a un aumento del rischio fino a circa 5 anni di terapia, a differenza dei progestinici di sintesi. L’obiettivo è la dose minima efficace, con controlli nel tempo.
Infinequal è il messaggio che vorrebbe lasciare a una donna che sta entrando in menopausa e che magari considera ancora questa fase semplicemente come qualcosa da “sopportare”?
Che la menopausa si può curare, non solo sopportare. Per decenni è stata trattata come una fase fisiologica da accettare, ma ripristinando l’equilibrio ormonale una donna può vivere gli anni successivi senza i sintomi e i rischi associati al calo della produzione ormonale. Ogni donna dovrebbe considerare la terapia, e iniziarla solo se il suo profilo personale la richiede e la giustifica: il primo passo è parlarne con il medico.
