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“L’ESTREMO DEL MINIMO”: ANATOMIA DEL BUON SENSO IN MEDICINA

21 Settembre 2026

Intervista a Stefano Rausei, chirurgo generale con esperienza nella chirurgia oncologica, autore di “L’estremo del minimo. Anatomia del buon senso” a cura di Eleonora Marini

Che cosa significa fare il medico quando la sola competenza tecnica non è sufficiente? È da questa domanda che sembra partire L’estremo del minimo. Anatomia del buon senso, il libro in cui Stefano Rausei, chirurgo generale con esperienza nella chirurgia oncologica, intreccia formazione professionale, esperienza clinica e riflessione personale. Al centro c’è il “buon senso”, inteso non come semplice intuizione, ma come capacità di misura e di giudizio nei momenti in cui protocolli, conoscenze e procedure non riescono da soli a indicare la strada. Un tema che porta inevitabilmente a interrogarsi su che cosa significhi oggi prendersi cura di una persona nella sua interezza.

Dottore, L’estremo del minimo è un titolo molto particolare. Che cosa rappresenta quell’“estremo del minimo” e perché ha scelto di accostarlo all’idea di buon senso?

Con “estreminimo”, che non è altro che la crasi tra l’estremo e il minimo, ho voluto significare lo scontro e l’incontro tra il rigore dei valori con i quali sono stato educato, estremi per l’appunto, e il minimo comun multiplo, in sintesi “l’altro” in ogni sua accezione, verso il quale durante i primi 50 anni della mia vita mi sono dovuto necessariamente aprire. Il buon senso è stato lo strumento necessario per far sì che il cambiamento, che quest’apertura ha presupposto, non mi destabilizzasse.

Nel libro definisce il buon senso non come una dote spontanea, ma come una vera e propria “pratica dell’umano”. Che cosa significa, concretamente, per un medico?

Ho avuto la fortuna di imparare ad “essere” (e non “fare il”) medico quando già questo cambiamento cui accennavo era in divenire. Quindi, mi sono approcciato al malato con un bagaglio di esperienza che mi ha predisposto alla prossimità verso la persona e alla sua cura, prima ancora che alla sua terapia e alla sua guarigione. Benché la tendenza all’umanizzazione delle cure possa essere intrinseca in ciascuno di noi, è l’esercizio del buon senso a indurci a praticarla costantemente per stabilire con la persona che si ha di fronte un rapporto di fiducia, che poi si rivela determinante per il buon esito clinico.

Lei scrive di quei momenti in cui la competenza da sola non è sufficiente. Può raccontarci che cosa accade quando un medico si trova davanti a una decisione per la quale non esiste una risposta già scritta in un protocollo?

Ha colto nel segno! Alla base della piramide della medicina, basata sull’evidenza, c’è il buon senso al pari dell’opinione dell’esperto. È quello di cui il libro parla. Il contesto in cui quanto si è studiato e quanto si è sperimentato devono essere declinati per la cura di quella specifica persona affetta da quella specifica patologia in quello specifico momento. È un processo decisionale complesso di cui quella persona deve essere resa partecipe mediante una comunicazione attenta, efficace e, non ultimo, affettiva.

Quanto del buon senso medico passa dalla capacità di ascoltare il paziente?

Se applicassimo i protocolli senza ascoltare la persona che si ha davanti, non ci metteremmo neppure nelle condizioni di capire quale è la via di mezzo, la misura corretta per la cura di quella persona, per la soddisfazione dei suoi bisogni di salute e delle sue aspettative.

Lei è un chirurgo oncologico: quanto è particolare il rapporto con il concetto di responsabilità quando si prendono decisioni che possono cambiare radicalmente la vita di una persona?

È l’essere competenti che rassicura relativamente al peso della responsabilità. Perché una volta ascoltata la persona, bisogna essere in grado di predisporre un percorso terapeutico corretto e nello stesso tempo convincente. Il paziente oncologico oggi per il trattamento della sua patologia deve incontrare tanti specialisti diversi in un arco di tempo non così breve. Il medico o i medici che gli ha/hanno presentato quel percorso dovranno saper accompagnarlo nelle diverse tappe, sperabilmente, fino al follow-up della malattia. Nel libro parlo di frequente del paziente oncologico. Alcune storie dei pazienti più cari le ho scritte. Molte ne conservo nel cuore. Mi hanno insegnato tanto.

Come si impara a convivere con il margine di incertezza inevitabile in medicina?

La medicina non è mai una scienza esatta e noi medici dovremmo sempre aver presente e presentare a nostra volta, in tutta franchezza, questo margine. Nel contesto del reparto che ho la fortuna di dirigere, così come in ambito congressuale, mi sforzo di ribadire che la complicanza in medicina diventa errore e malpractice quando non si è comunicato bene. Il mio professore di Semeiotica Medica affermava che “Non ti denuncerà mai il paziente che non hai guarito ma hai trattato bene, ma più probabilmente ti denuncerà il paziente che hai guarito, ma hai trattato male”.

Lei racconta anche la propria formazione. Quanto è cambiato il modo di formare un medico rispetto alla sua generazione?

Molto. Oggi i giovani medici rivendicano legittimamente il loro ruolo di discenti ben più di quanto lo facessimo noi. A prescindere dagli strumenti ministeriali per l’accreditamento delle scuole di specializzazione, facilmente aggirabili, oggi quei pochi che manifestano interesse per le discipline chirurgiche si informano dove si fa Scuola e sono disposti a spostarsi anche per centinaia, migliaia di chilometri da casa per vedersi garantito l’insegnamento pratico (e non solo teorico), tanto in corsia quanto in sala operatoria. Basterebbe guardare le scuole di specializzazione che rimangono con pochi iscritti o addirittura senza alcun iscritto a fronte di quelle con un gran numero di specializzandi per aver misura di quanto dico. Oggi il giovane medico non accetta più di perdere tempo, vuole imparare in fretta per fare del lavoro, anche del chirurgo giustamente, solo uno strumento per condurre la propria vita, non finalizzando la vita stessa intorno alla professione.

Se dovesse lasciare ai giovani medici un messaggio contenuto in “L’estremo del minimo”, quale sarebbe?

Che, nonostante la difficoltà del percorso, le figure controverse che incontreranno sul loro cammino, le dinamiche non sempre così meritocratiche con cui dovranno confrontarsi, potranno soddisfare le proprie ambizioni, senza mai dimenticare che la professione del medico, in fondo e da principio, è cura. Mai missione, cura.

Infine, nel libro emerge anche il rapporto con l’istituzione. Quanto le difficoltà organizzative del Servizio sanitario nazionale rischiano di incidere sulla relazione tra medico e paziente?

In particolare, dopo la pandemia il personale sanitario si trova tirato, da una parte, dai governatori della Sanità, sempre più concentrati sui numeri di aziende che aziende non potranno mai essere e con una farraginosa impalcatura amministrativa che si arroga il diritto di impartire ordine ai clinici, dall’altra, da un’utenza sempre più insoddisfatta, quindi arrabbiata, pretenziosa e giustizialista. A volte ci si trova ad essere un po’ soli e un po’ troppo di fretta per ascoltare e comunicare bene.