16 Settembre 2026 ![]()
del dott. Gian Piero Sbaraglia, otorinolaringoiatra
Nelle ultime newsletter a cura dell’OMCeO Roma sono stati pubblicati i dati relativi agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, elaborati dall’INAIL e riferiti ai primi mesi del 2026: c’è stato un aumento del 5,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il 2025.
La pubblicazione propone poi una statistica sia delle malattie professionali sia delle morti sul lavoro, oltre che degli incidenti “in itinere”, cioè quelli che si verificano nel percorso di andata e ritorno da e verso il posto di lavoro. La lettura dei dati lascia stravolti, sia per il loro aumento, sia per le riflessioni che tali dati portano obbligatoriamente a fare, nel voler comprendere come sia possibile che, in un clima di tanta predicata prevenzione, ci sia ancora spazio per questi disastri, anzi addirittura per il loro aumento!
E allora, come non chiedersi, al di là di una così fredda elencazione di dati, se non ci sia spazio per studiare con occhio critico e scientifico le possibili cause, accidentali o meno, di questi episodi incresciosi e dolorosi? Si sono mai messe in evidenza le possibili motivazioni che hanno condotto, e conducono, a questi dolorosi eventi, facendone quindi una statistica da valorizzare quale possibile fonte di suggerimenti per la prevenzione? Si è pensato, in ogni caso, di istituire l’obbligatorietà di avere per ciascun dipendente una cartella clinica, tenuta nel rispetto della privacy e contenente i dati sanitari personali di ogni lavoratore, così da evidenziare facilmente eventuali cause di malesseri in ambito lavorativo, non attinenti quindi direttamente al lavoro, ma che potrebbero di certo essere possibili fattori di infortunio? Come, ad esempio, nel caso di un dipendente diabetico che si sia casualmente trovato ad avere una crisi ipo- o iperglicemica, oppure ipotensiva o ipertensiva?
Di certo, nei posti di lavoro con numerosi dipendenti, sarebbe bene istituire, come più volte abbiamo detto da questa sede, anche la presenza di personale sanitario, pronto a intervenire nei casi di emergenza e a verificare che siano rispettate le normative in materia di sicurezza sul lavoro, anche attraverso l’uso, laddove previsto, dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale). E invece questo non si fa; e allora, come può predicarsi la prevenzione? La prevenzione deve essere, ed è, costituita da soluzioni razionali e adeguate, conseguenti a studi preventivi sulle circostanze che hanno determinato gli eventi dannosi per la salute in ambito lavorativo. Queste dovrebbero essere le pratiche soluzioni al problema, tendenti a porre un freno all’aumento degli infortuni sul lavoro.
E invece si grida sempre più a gran voce: “NON SI PUÒ MORIRE DI LAVORO!”. Sì, non si può morire di lavoro, ma se ancora oggigiorno, (14 settembre 2026 n.d.r.) nel Lazio ci sono state altre due morti sul lavoro, noi gridiamo a gran voce alle Istituzioni: “NON SI PUÒ PERMETTERE CHE DIPENDENTI E LAVORATORI SI ACCINGANO A COMPIERE IL PROPRIO LAVORO ALL’OSCURO DELLE LINEE GUIDA PER LA SICUREZZA IN AMBITO LAVORATIVO!”. Non è difficile verificare quanto stiamo dicendo, facendosi due passi per la città, dove in ogni angolo c’è un cantiere edile attivo, e vedere gli operai che, in barba alle regole della sicurezza, se ne fanno beffa, addirittura non indossando i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), obbligatori per legge. Per cui, fintanto che non si pone mano concretamente al problema dell’aumentato numero delle denunce di infortuni in ambito lavorativo, responsabilizzando maggiormente e con mezzi severi chi lavora in qualunque luogo, ma soprattutto in attività con ampio rischio per la salute, il problema sarà sempre sulle prime pagine dei giornali! Le Istituzioni si diano una mossa!
