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PROTESTE E VIOLENZE: IL FUTURO NON SI CONQUISTA SPACCANDO VETRI

19 Ottobre 2026 

di Gianni Verde, Medico di Medicina Generale – Coordinatore AFT Qualiano-Villaricca 2 – Segretario Nazionale CONF.I.A.L. Sanità

Condivido pienamente il richiamo alla legalità e al rispetto delle Forze dell’Ordine. Ma credo sia necessario andare oltre la condanna degli episodi di violenza e interrogarsi sul significato più profondo di ciò che sta accadendo.

La scuola è lo specchio della società: se la società è attraversata da disagio, disuguaglianze e perdita di valori, quel disagio inevitabilmente si riflette anche nei giovani. Comprenderne le cause è un dovere; giustificare la violenza, invece, sarebbe un errore imperdonabile.

La libertà di pensiero e di espressione è il fondamento della democrazia. Voltaire, attraverso le parole attribuitegli da Evelyn Beatrice Hall, ci ha lasciato un principio straordinario: «Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Ma difendere il diritto di parlare non significa legittimare il diritto di aggredire, devastare o intimidire. La libertà senza responsabilità diventa arbitrio; il dissenso senza rispetto degenera in sopraffazione.

Già Aristotele distingueva l’uomo dagli altri esseri viventi attraverso la ragione e la parola, strumenti per discutere ciò che è giusto e ingiusto. Quando, invece, alla forza delle idee si sostituisce la forza dei pugni, quando una bottiglia prende il posto di un argomento e un vetro infranto quello di una proposta, non siamo davanti a una forma più coraggiosa di protesta, ma alla negazione stessa del confronto civile.

Martin Luther King ammoniva che «la violenza genera violenza». E Gandhi ci ha insegnato che la forza autentica non risiede nella capacità di distruggere, ma nel coraggio di resistere senza rinunciare alla propria umanità.

Protestare è un diritto; devastare non è un diritto. E quando si danneggiano le scuole, persino quelle frequentate da bambini, si finisce per colpire proprio il bene che si dichiara di voler difendere: l’istruzione, il futuro, la possibilità di emanciparsi attraverso la conoscenza.

Mi domando allora: dov’è la proposta? Dov’è il progetto? Dove sono le idee su come migliorare la scuola, rendere sostenibili gli affitti universitari, finanziare le residenze studentesche, contrastare la precarietà e garantire pari opportunità? Con quali risorse, attraverso quali riforme, con quali responsabilità?

Una protesta acquista autorevolezza quando non si limita a denunciare ciò che non funziona, ma indica anche una strada per cambiare le cose. È così che si conquista la società civile, non trasformando una legittima rivendicazione in uno spettacolo di distruzione.

Non possiamo ignorare, inoltre, il rischio che il conflitto politico tra destra e sinistra finisca per strumentalizzare il disagio giovanile, alimentando contrapposizioni nelle quali le aspirazioni degli studenti diventano il pretesto per altre battaglie. Le responsabilità vanno accertate individualmente, senza generalizzazioni, ma anche senza ingenuità.

Viviamo in una società che spesso premia l’apparire più dell’essere, la visibilità più della competenza, il gesto eclatante più della riflessione. In questa cultura della notorietà fugace, persino la protesta rischia di diventare un contenuto da esibire, anziché un percorso di partecipazione consapevole. Bauman ha descritto la fragilità dei legami e delle strutture della modernità liquida: una condizione che dovrebbe indurci a riflettere su quanto sia difficile costruire identità solide e obiettivi condivisi.

Non tutti i giovani sono così, naturalmente: sarebbe ingiusto e miope confondere una minoranza violenta con un’intera generazione. Esistono ragazzi straordinari, capaci di impegno, solidarietà e pensiero critico. Proprio per loro dobbiamo pretendere che la protesta torni a essere uno strumento di crescita democratica.

La democrazia, infatti, non consiste nell’ottenere sempre ciò che si desidera, ma nell’accettare che esistano regole comuni, diritti altrui e percorsi attraverso cui cercare di cambiare ciò che non si condivide.

La protesta più forte non è quella che lascia più macerie, ma quella che lascia più idee. Non è quella che fa più rumore, ma quella che riesce a farsi ascoltare. Non è quella che distrugge una scuola, ma quella che sa immaginare e costruire una scuola migliore.

Perché il disagio merita ascolto, i giovani meritano opportunità e la libertà merita rispetto. Ma nessuna causa, per quanto nobile, può trasformare la violenza in una virtù.

È questa la linea che separa il dissenso dalla sopraffazione, la partecipazione dall’inciviltà e, soprattutto, una democrazia viva da una società che ha smarrito il valore del confronto.

Il futuro non si conquista spaccando vetri. Si conquista formando coscienze, elaborando proposte e assumendosi la responsabilità delle proprie idee.