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ANTIBIOTICO-RESISTENZA: LA PRIMA TERAPIA È LA CULTURA

12 Ottobre 2026 

del Dottor Gianni Verde, Medico di Medicina Generale – Coordinatore AFT Qualiano-Villaricca 2 – Segretario Nazionale CONF.I.A.L. Sanità

Ci sono battaglie che la medicina non può vincere soltanto con i farmaci, con le tecnologie o con l’aggiornamento delle linee guida. Sono battaglie che richiedono un cambiamento più profondo: quello della cultura, dei comportamenti e della consapevolezza collettiva. La lotta all’antibiotico-resistenza appartiene, a pieno titolo, a questa categoria.

È con questa convinzione che ho affrontato il tema «Infezioni e resistenze nella clinica territoriale: uso appropriato degli antibiotici nelle infezioni respiratorie acute», nell’ambito delle Giornate informative PNCAR organizzate dalla Regione Campania presso l’Aula Magna della sede centrale dell’ASL Napoli 2 Nord, a Frattamaggiore, dove ho avuto il piacere e la responsabilità di intervenire come relatore.

Il mio contributo nasce da una convinzione che accompagna quotidianamente il mio lavoro di medico di medicina generale: la qualità della medicina non si misura soltanto nella capacità di prescrivere una terapia, ma anche nella capacità di spiegare, orientare, prevenire e, quando necessario, scegliere consapevolmente di non prescrivere.

È proprio nel rapporto quotidiano con il paziente che la cultura sanitaria diventa pratica clinica. È nell’ascolto, nella visita, nella spiegazione di un sintomo, nella valutazione di un rischio e nel confronto con le aspettative del cittadino che si costruisce quella fiducia indispensabile per rendere efficace ogni intervento terapeutico.

La resistenza non nasce dal nulla: è una questione di cultura

L’antibiotico-resistenza rappresenta una delle più importanti minacce per la salute pubblica contemporanea. La diffusione di microrganismi resistenti può rendere inefficaci trattamenti che per decenni hanno consentito di curare infezioni anche gravi, aumentando il rischio di complicanze, ricoveri e mortalità.

Non siamo di fronte a un fenomeno esclusivamente ospedaliero, né a un problema che riguarda soltanto la microbiologia o la farmacologia. La resistenza antimicrobica attraversa l’intero sistema sanitario: ospedali, ambulatori, strutture residenziali, territorio e comunità.

Eppure, quando affrontiamo questa emergenza, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere un elemento fondamentale: la resistenza non è soltanto una conseguenza biologica, ma anche il risultato di comportamenti umani e organizzativi.

Nelle mie riflessioni ho sintetizzato questo percorso in una sequenza tanto semplice quanto significativa:

CULTURA → CONSUMO → SELEZIONE → RESISTENZA.

Una conoscenza insufficiente dell’uso degli antibiotici può alimentare aspettative inappropriate; queste possono tradursi in un consumo eccessivo o non necessario; l’esposizione agli antimicrobici esercita una pressione selettiva sui batteri, favorendo la sopravvivenza e la diffusione dei ceppi resistenti.

La risposta, pertanto, non può limitarsi a raccomandare una maggiore prudenza nella prescrizione. Occorre agire sulle cause culturali che precedono il comportamento prescrittivo e quello del paziente.

La prima terapia contro l’antibiotico-resistenza è culturale: usare meglio, non usare di più.

Il medico di famiglia: presidio clinico e protagonista dell’educazione sanitaria

La medicina generale occupa una posizione strategica in questa sfida. Il medico di famiglia rappresenta spesso il primo interlocutore del cittadino, il professionista al quale vengono affidati i sintomi iniziali, i dubbi, le paure e la richiesta di una risposta tempestiva.

È proprio in questo spazio di prossimità che si gioca una parte importante della lotta all’antibiotico-resistenza.

Le infezioni respiratorie acute costituiscono un esempio particolarmente significativo. Raffreddore, rinofaringite e gran parte delle bronchiti acute hanno prevalentemente origine virale e, in assenza di indicazioni cliniche specifiche, non traggono beneficio dalla terapia antibiotica.

Tuttavia, il paziente può interpretare la prescrizione di un farmaco come la dimostrazione più evidente dell’attenzione ricevuta. Può pensare che una cura più intensa sia necessariamente una cura migliore, oppure che la persistenza della tosse richieda automaticamente un antibiotico.

È qui che il lavoro del medico supera la dimensione strettamente farmacologica.

Spiegare perché un antibiotico non sia indicato non significa sottrarsi alla cura. Al contrario, significa esercitare pienamente la responsabilità professionale, distinguendo ciò che è necessario da ciò che è superfluo e proteggendo il paziente dai rischi di trattamenti inappropriati.

La medicina non deve assecondare ogni aspettativa: deve interpretarla, comprenderla e ricondurla alle evidenze scientifiche.

In questa prospettiva, considero l’educazione sanitaria una componente irrinunciabile del mio lavoro quotidiano. Ogni colloquio può diventare un’occasione per correggere una convinzione errata; ogni visita può contribuire a migliorare la consapevolezza del cittadino; ogni prescrizione appropriata può rappresentare un investimento nella salute futura della comunità.

Appropriatezza prescrittiva: la scienza incontra la responsabilità

L’appropriatezza non consiste semplicemente nel ridurre il numero delle prescrizioni. Consiste nell’individuare il trattamento corretto per il paziente giusto, sulla base del quadro clinico, della probabilità eziologica, dei fattori di rischio e delle evidenze disponibili.

Un antibiotico è prezioso quando è necessario. Diventa invece un’esposizione evitabile quando viene utilizzato senza una ragione clinica adeguata.

Questo principio richiede una medicina capace di integrare competenza, esperienza, aggiornamento scientifico e strumenti diagnostici appropriati.

Nel corso della mia relazione ho dedicato particolare attenzione al ruolo dei test diagnostici rapidi, o Point-of-Care Testing, che possono contribuire a orientare le decisioni cliniche in situazioni selezionate. La proteina C-reattiva, i test rapidi per lo streptococco e gli strumenti per identificare alcuni virus respiratori possono fornire informazioni utili, purché interpretati nel contesto clinico e senza attribuire loro un valore diagnostico assoluto.

La tecnologia, infatti, non sostituisce il medico: ne rafforza la capacità decisionale quando viene utilizzata correttamente.

La stessa prudenza deve guidare la scelta della molecola, dello spettro d’azione e della durata del trattamento. Gli antibiotici ad ampio spettro e quelli riservati alle infezioni difficili o sostenute da microrganismi multiresistenti costituiscono risorse preziose, da utilizzare secondo indicazioni appropriate.

La Antimicrobial Stewardship esprime proprio questa responsabilità: custodire l’efficacia degli antimicrobici attraverso prescrizioni motivate, trattamenti adeguati e una collaborazione concreta fra medicina generale, specialisti, ospedali e farmacisti.

Non si tratta di una limitazione dell’autonomia clinica, ma della sua espressione più consapevole.

La Campania e la necessità di un cambiamento condiviso

Il tema assume un significato particolare nel contesto campano, dove i dati richiamati nella documentazione scientifica e regionale evidenziano la necessità di rafforzare l’appropriatezza dell’uso degli antibiotici e di prestare attenzione al ricorso alle molecole ad ampio spettro.

Di fronte a questo scenario, ritengo insufficiente una risposta affidata esclusivamente a circolari, obiettivi numerici o richiami amministrativi.

Le indicazioni istituzionali sono indispensabili, ma diventano realmente efficaci soltanto quando si traducono in competenze, strumenti operativi e consapevolezza professionale.

Occorre sostenere i medici di medicina generale con percorsi formativi aggiornati, accesso agli strumenti diagnostici, integrazione con gli specialisti e sistemi informativi capaci di facilitare il lavoro clinico anziché appesantirlo.

Parallelamente, dobbiamo investire nella comunicazione rivolta ai cittadini, affinché comprendano che non tutte le infezioni richiedono un antibiotico e che la guarigione non dipende necessariamente dalla somministrazione di un farmaco.

Un cittadino informato non è un paziente meno esigente: è un paziente in grado di partecipare più consapevolmente alle decisioni che riguardano la propria salute.

La cultura sanitaria, dunque, non può essere considerata un’attività accessoria. È parte integrante dell’organizzazione delle cure e della prevenzione.

La lezione di Pasteur e Fleming: preservare ciò che la scienza ci ha consegnato

La storia della medicina ci insegna quanto sia fragile il confine tra una conquista scientifica e la sua perdita.

Louis Pasteur ci ha lasciato una lezione fondamentale sul rapporto fra microrganismi e malattia; Alexander Fleming, con la scoperta della penicillina, ha aperto una nuova era nella terapia delle infezioni batteriche.

A Fleming viene tradizionalmente associato un monito profetico: l’impiego scorretto della penicillina può favorire la selezione di microrganismi resistenti. Un’intuizione che conserva oggi un valore straordinario, perché ci ricorda che ogni conquista terapeutica richiede responsabilità nel suo utilizzo.

La scienza, da sola, non garantisce il progresso. Sono le modalità con cui applichiamo le sue conoscenze a determinare se una scoperta diventerà un beneficio duraturo oppure una risorsa progressivamente compromessa.

Anche per questo, la formazione continua non deve essere vissuta come un adempimento burocratico, ma come un dovere etico e professionale.

Come insegna il metodo della medicina basata sulle evidenze, l’esperienza clinica deve dialogare con i migliori dati scientifici disponibili e con le caratteristiche individuali del paziente. Nessuna linea guida può sostituire integralmente il giudizio clinico; nessuna convinzione personale può, d’altra parte, prescindere dalle evidenze.

È in questo equilibrio che si riconosce la medicina responsabile.

One Health: una responsabilità che supera i confini dell’ambulatorio

L’antibiotico-resistenza ci obbliga, infine, a superare una visione settoriale della salute.

Il paradigma One Health riconosce l’interconnessione fra salute umana, salute animale e ambiente. L’impiego degli antimicrobici in diversi contesti, la circolazione dei microrganismi e la diffusione dei determinanti genetici della resistenza rendono evidente che nessun ambito può considerarsi isolato dagli altri.

La tutela dell’efficacia degli antibiotici richiede pertanto una responsabilità condivisa fra professionisti sanitari, istituzioni, mondo veterinario, ricerca e cittadini.

È una sfida che non può essere affrontata dal singolo medico, ma nella quale il singolo medico ha un ruolo decisivo.

Ogni prescrizione appropriata, ogni comportamento preventivo, ogni informazione corretta e ogni occasione di formazione contribuiscono a costruire una risposta collettiva.

La mia idea di medicina: curare, insegnare, responsabilizzare

L’esperienza di queste Giornate informative PNCAR conferma una convinzione che considero centrale nella mia attività professionale: il medico non è soltanto colui che diagnostica una malattia e prescrive una terapia, ma anche colui che contribuisce a formare la coscienza sanitaria della comunità.

È un compito che si esercita ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, attraverso il rapporto fiduciario con i pazienti, il confronto con i colleghi, la formazione e la diffusione di una cultura scientifica accessibile e rigorosa.

Come medico di medicina generale e coordinatore di un’aggregazione funzionale territoriale, considero questo impegno parte integrante della responsabilità che mi è affidata. La medicina territoriale non può limitarsi a gestire la domanda di salute: deve anche contribuire a orientarla, prevenendo i rischi evitabili e promuovendo comportamenti consapevoli.

Il mio lavoro sulla cultura dell’appropriatezza nasce proprio da questa prospettiva: trasformare la conoscenza scientifica in una pratica quotidiana, la prescrizione in una scelta motivata e l’informazione in uno strumento di prevenzione.

Non basta, infatti, disporre di antibiotici efficaci. Dobbiamo fare in modo che continuino a esserlo.

E per riuscirci non sono sufficienti nuove molecole: occorrono medici formati, istituzioni responsabili e cittadini consapevoli.

Concludo con un principio che riassume il senso del mio intervento e il valore dell’impegno che intendo continuare a portare avanti:

«La vera appropriatezza non consiste nel prescrivere sempre, ma nel sapere quando prescrivere e quando, con altrettanta competenza, non farlo».

Perché la cultura non è un ornamento della medicina. È una delle sue prime forme di cura.

E preservare oggi l’efficacia degli antibiotici significa proteggere la possibilità di curare domani.


Riferimenti scientifici essenziali

  • Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), L’uso degli antibiotici in Italia, Rapporti nazionali 2022 e 2023.
  • Regione Campania, Linee di indirizzo per l’attuazione dei programmi di Antimicrobial Stewardship, Decreto Dirigenziale n. 424 dell’11 luglio 2023.
  • Istituto Superiore di Sanità, sistema di sorveglianza dell’antibiotico-resistenza AR-ISS.
  • Anthonisen NR et al. Antibiotic therapy in exacerbations of chronic obstructive pulmonary disease. Annals of Internal Medicine. 1987;106(2):196–204.
  • Butler CC et al. C-Reactive Protein Testing to Guide Antibiotic Prescribing for COPD Exacerbations. New England Journal of Medicine. 2019.