Medico-Paziente

IL CON-TATTO: UNA PAROLA DA RIMETTERE AL CENTRO DELLA CURA

1 Luglio 2026

Di Isabelle Felicioni, psichiatra e psicoterapeuta

Con-tatto: un impatto tra due corpi celesti. Con-tatto: una mano che sfiora lieve un sorriso. Con-tatto: la nascita delle cose segrete, spiegate ma mai davvero rivelate. Introducendo un trattino tutto cambia forma. Il tiepido contatto si tramuta in caldo con-tatto.

È qualcosa di diverso. È qualcosa che nasce, che cresce, che accompagna l’essere umano in tutte le fasi della sua vita. Il primo contatto avviene al momento del concepimento. Nel mondo indiano si pensa che quel contatto sia qualcosa di predestinato, che un’anima sia pronta ad incarnarsi nel momento in cui un corpo e un altro si avvicinano fino a diventare un’unica cosa. E come per incanto la vita prende respiro. Già nella vita intra-uterina il sistema tattile è attivo. Il primo dialogo che abbiamo con il mondo non passa dagli occhi, ma dalla pelle. La pelle non è soltanto un rivestimento: è un confine intelligente tra noi e il mondo, è memoria, comunicazione, protezione. La prima forma di sicurezza non è verbale: è corporea.

Il contatto. Perso di vista, oggi. E uso la vista, come altro senso. Perché? Per fare le cose con-tatto. Serve anche poter vedere con quegli occhi del cuore, non di una rigida mentalità in cui quel tocco è soltanto diagnostico o semplicemente esplorativo. Il contatto è entrare in una terra senza mappe e cercare, tra le connessioni delle fibre nervose, quello che è il punto di amorevolezza e ascolto profondo dell’altro. Non per tutti è così. Ad oggi abbiamo perso il contatto con il trattino. Abbiamo dimenticato che il tatto è il re dei sensi e abbiamo permesso che abdicasse in virtù di qualcosa che potesse viaggiare più veloce, ma che perde di intensità. I nostri corpi non sono generatori in panne che devono essere revisionati con cura: sono strumenti che hanno bisogno di essere accordati per poter suonare insieme agli altri. Le neuroscienze oggi confermano ciò che il corpo sapeva da sempre: il tatto è doppio — uno misura, l’altro riconosce. Le fibre C-tattili leggono il secondo.

La relazione entra nella biologia

È bello poter pensare di sfiorare le persone con-tatto. La storia racconta e narra di contatti, di incontri, di flebili voci silenziose che attraversano i nostri corpi e portano un senso di appartenenza. La sopravvivenza era legata al contatto, in un lontano passato. Oggi l’appartenenza sembra relegata a un egoismo in cui abbiamo perso la dimensione del corpus domini: corpo dell’uomo che rappresenta il corpo di uomini. Uomini che insieme si tendono la mano per costruire relazioni, ponti. Ponti che connettono la terra con il cielo. Quel corpo collettivo è ciò che la medicina dovrebbe ricomporre quando cura. Un dito che punta verso l’alto, una mano che sembra sfiorare la terra. Con-tatto tra cielo e terra. Non in conflitto, ma complici in un’unione che permette qualcosa di più profondo: la presenza. Possiamo toccare senza entrare davvero in contatto. Oppure possiamo trasmettere presenza autentica attraverso un gesto minimo. La differenza sta nella consapevolezza.

Parlare di tatto, oggi, è parlare di umanità.

L’incontro con l’altro è inseparabile dall’incontro con noi stessi. Il simbolo abitato diventa significato. Apparentemente può sembrare qualcosa di poco scientifico, ma gli studi avvalorano l’importanza del contatto. Ippocrate stesso lo sapeva. Ma noi, come medici, abbiamo una grande responsabilità: quella non soltanto di curare — e quindi ascoltare il sintomo e portargli una risoluzione — ma di comunicare alle persone cosa sta accadendo, per renderle presenti e consapevoli nel viaggio. Non possiamo eliminare la fragilità, ma attraverso un gesto possiamo fare in modo che nessuno debba attraversarla completamente da solo: una mano poggiata sulla spalla o una mano che ne stringe un’altra a dire ci sono, sono qui per te e con te.

La relazione corporea dà significato all’emotività.

Questo è il segreto o la magia della medicina fatta a mano.

Nel momento in cui avviene quel primo contatto, fino a quando non arriva forse l’ultimo… Senza contatto non ci può essere distacco. Se non si entra nel proprio corpo attraverso le mani che toccano, non si può lasciare allo stesso modo il corpo senza mani che accompagnano. E parlo di esistenza e di incontro con l’Altro. La mano che cura, tiene e poi lascia. Tiene chi sta arrivando, tiene chi resta, e quando è tempo lascia andare. Tenere e lasciare sono lo stesso gesto, fatto in diversi momenti della vita. Da medici e da corpo di uomini lo sappiamo. Tocco, incontro, relazione. Uomo, vita, anima. Un cerchio che attraversa passato, presente e futuro, restituendo al tatto e al contatto qualcosa di unico e indescrivibile. Apriamo la mano, entriamo nello spazio compreso tra quel con e quel tatto.