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Pandemia, le donne che ci stanno salvando.
Di PATRIZIA LAVIA

Patrizia Lavia, ricercatrice dell’Istituto di Biologia e Patologia Molecolari, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, ci propone alcuni ritratti di scienziate che, da un anno a questa parte, hanno contribuito in modo significativo alla scoperta ed alla produzione dei vaccini anti-Covid.

Ozlem Tureci ed il marito Ugur Sahin

Ozlem Tureci ed il marito Ugur Sahin sono medici Tedeschi di origine turca, primi al mondo a sviluppare un vaccino efficace contro COVID-19.  Per il Financial Times sono le “persone dell’anno 2020”, perché, con il loro sviluppo del vaccino, rappresentano il “simbolo di una straordinaria storia di successo di scienza e di business”. Ricorda Paul Hunter, Professore di medicina all’Università dell’East Anglia, che il loro è “lo sviluppo più rapido nella storia, da quando Edward Jenner inoculò il vaiolo bovino nel figlio del suo giardiniere nel 1796”. Il precedente record moderno, ottenuto negli anni ’60 per il vaccino della parotite, era quattro anni. Non solo la velocità è stata il loro primato, ma l’innovazione.

Secondo il Prof. Peter Openshaw, dell’Imperial College di Londra “è straordinario che il nuovo approccio alla vaccinazione ideato dalla coppia – l’iniezione di RNA nel muscolo – si sia dimostrato così efficace, aprendo un nuovo campo della vaccinologia.” Un prossimo virus, suggerisce Openshaw, potrebbe essere affrontato ancora più velocemente, poiché i produttori di farmaci dovrebbero solo “riprogrammare la sintesi chimica” dei vaccini a mRNA esistenti.

Vediamone la storia. Ozlem Tureci è nata in bassa Sassonia, dove il padre, chirurgo originario di Istanbul, si era trasferito. Ha raccontato di essere cresciuta guardandolo operare i suoi pazienti all’Ospedale di Cloppenburg. Suo marito, Ugur Sahin, è invece immigrato in Germania dalla Turchia quando aveva 4 anni. La famiglia proveniva da Iskenderun, una città vicina al confine con la Siria, dove il padre era operaio in una fabbrica di automobili. I due si sono conosciuti nei primi anni ’90, nell’ultimo anno di medicina all’Università del Saarland, dove erano tirocinanti nel reparto di onco-ematologia, scoprendo subito di condividere un comune background come figli di famiglie emigrate dalla Turchia. Si sono anche resi conto di condividere un interesse principale per la ricerca: “Innanzitutto, siamo medici”, dice la dott.ssa Ozlem Tureci, ora capo della divisione di ricerca medica della company da loro fondata, BioNTech.

Nel 2000, Tureci e Sahin guidavano un laboratorio all’Università di Magonza specializzato nell’immunoterapia dei tumori.  Lei immunologa, lui più interessato alle biotecnologie, perseguivano lo sviluppo di vaccini contro il cancro. La loro idea era usare l’RNA messaggero (mRNA) – l’acido nucleico che, copiato dal DNA, contiene le istruzioni per costruire le proteine del nostro organismo – intuendo che, se sfruttato correttamente, l’mRNA avrebbe agito come un segnalatore per la risposta immunitaria, producendo proteine in grado di controllare, modulare e reindirizzare le risorse del sistema immunitario per combattere tumori e agenti patogeni. Con questo obiettivo, nel 2001 fondarono la Ganymed Pharmaceuticals come spin-off dell’Università di Magonza. Entrambi appassionati al proprio lavoro tanto che, si racconta, i due non hanno rinunciato ad andare in laboratorio nemmeno il giorno del loro matrimonio, nel 2002, per riprendere, dopo la cerimonia, le ricerche dove le avevano lasciate.

A differenza di molti ricercatori che si ritraggono davanti alle regole del mondo commerciale e finanziario, Ozlem Tureci non si è tirata indietro. Al contrario, si è immersa negli studi aziendali, seguendo video online e studiando manuali di Business Plan per impadonirsi delle cognizioni e della mentalità di prima mano.   Pochissimi inizialmente credevano alla loro idea. “Io fui tra i primi a dire che era una follia, che non avrebbe mai potuto funzionare “, ricorda Matthias Kromayer, dottore di ricerca in biologia molecolare che si occupa di investimenti nelle bioscienze presso la società di venture capital MIG di Monaco. Il suo scetticismo era fondato: infatti, l’mRNA è estremamente instabile, idrolizzato dagli enzimi entro pochi minuti e quindi difficilmente utilizzabile nel trattamento di patologie. Rendendosi conto che i vaccini a mRNA avrebbero richiesto ricerche lunghe prima di essere utilizzabili, la coppia decise di sviluppare i più consolidati anticorpi monoclonali per la terapia dei tumori.

Nel 2008 riuscirono a sviluppare l’anticorpo iMAB362 per la terapia del carcinoma gastro-esofageo metastatico, portandolo fino alla fase clinica. In seguito a questo successo, nel 2008, hanno venduto la maggior parte delle azioni alla società ATS Beteilingungsverwaltung GmbH, mantenendo la direzione scientifica di Ganymed per estendere i progetti ad includere altri cinque anticorpi contro il carcinoma mammario, colorettale, polmonare, pancreatico e prostatico. Nonostante l’enorme successo di Ganymed, venduta definitivamente per 1,4 miliardi di dollari nel 2016, la coppia non rinuncia all’idea dell’mRNA. Continuano le ricerche all’università di Magonza con un programma chiamato “NT – Novel Technologies”, con pubblicazioni e brevetti che in seguito costituiranno la base di BioNTech, le cui lettere maiuscole sono un omaggio a quel periodo.

Due mesi prima che l’OMS dichiarasse la pandemia, una domenica, facendo colazione e leggendo un articolo su The Lancet sull’epidemia di Wuhan, la coppia coglie immediatamente i potenziali pericoli della diffusione del virus. Immediatamente cominciano a lavorare all’idea di utilizzare l’mRNA per un vaccino contro il Coronavirus. Nel 2008, erano riusciti a sviluppare un metodo per proteggere la vulnerabile molecola di mRNA, conferendole stabilità. Avevano inoltre già lavorato ad un vaccino contro l’influenza con Pfizer. Così, in febbraio 2020, riprendono la collaborazione con la casa farmaceutica statunitense, questa volta sul progetto anti-COVID: progetto battezzato SpeedLight, velocità della luce.

Dice la Dott.ssa Tureci, ora capo della divisione ricerca di Biontech, che la forza che ha consentito loro di essere così veloci è nell’esperienza acquisita con l’mRNA ma anche nelle dimensioni agili della loro biotech. “Nessuna velocità, nessuna innovazione, nessuna decisione rapida, nessuna assunzione di rischi, nessuna riflessione non politica sarebbe stata possibile in una grande società farmaceutica”. Così, il team di BioNTech, al riparo dalla burocrazia delle multinazionali più grandi, è stato in grado di sviluppare 20 candidati vaccini contro Covid-19 in poche settimane.

Un interessante aspetto nella storia del vaccino è anche l’amicizia instaurata tra la coppia Sahin/Tureci, turchi, ed Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, greco. Tureci ha raccontato di aver subito riconosciuto un legame con Bourla nella comune esperienza di scienziati e immigrati. “Ci siamo resi conto che lui viene dalla Grecia, noi dalla Turchia”, ha detto, senza menzionare l’antagonismo di lunga data dei loro paesi di origine. “Si è instaurato un legame molto personale fin dall’inizio.”

A giugno 2020, con l’annuncio della collaborazione di Pfizer alla produzione, le azioni di BioNTech hanno un impressionante rialzo. Alla pubblicazione dei primi risultati del vaccino, le azioni hanno un ulteriore aumento. A settembre, il settimanale tedesco Welt am Sonntag inserisce la coppia tra i 100 tedeschi più ricchi al mondo. Il 6 novembre BioNTech vale 25 miliardi di dollari. Mentre il valore di BioNTech cresce in borsa, e la fama e la fortuna dei due raggiungono proporzioni stellari, loro rimangono concentrati sulla promozione del progresso medico più che sul denaro che la scoperta assicura loro. Ozlem Tureci continua ad organizzare le attività dall’Associazione per l’Immunoterapia contro il Cancro, di cui è presidentessa. Sahin continua ad insegnare all’Università di Magonza.

Inondati dalle scartoffie delle autorità di regolamentazione di tutto il mondo, i due medici hanno perso il filmato televisivo del 9 dicembre, in cui si vede la 90enne Margaret Keenan rimboccarsi la manica nell’ospedale di Coventry, nel Regno Unito, per diventare la prima paziente al mondo a cui è stato iniettato il vaccino anti-Covid-19 di BioNTech/Pfizer. La notizia arriva loro da amici e colleghi. Come ha scritto il Financial Times, la potenza simbolica di quell’immagine è comunque inarrivabile: segna il via alla lotta dell’umanità contro una malattia che è costata più di 1,6 milioni di vite.

Dice la dott.ssa Ozlem Tureci, citando lo scrittore Erich Kästner: “Es gibt nichts Gutes, außer man tut es”, Non c’è niente di buono, a meno che tu non lo faccia.

Melissa Moore

L’azienda Moderna Therapeutics di Boston è stata la seconda al mondo a riuscire a produrre un vaccino contro Covid 19, seguendo da vicino il successo di BioNTech, con un’efficacia simile (circa 94,5 %). Anche questo vaccino è frutto della visione di una donna, Melissa Moore.

Melissa Moore

Dalla valle dello Shenandoah a Boston

Melissa Moore è nata e cresciuta a New Market, una cittadina di appena 2.000 abitanti in Virginia.  La grande valle dello Shenandoah ai piedi dei monti Appalachi è oggi una grande regione agricola, in passato teatro di alcune importanti battaglie della guerra di secessione e di origine quasi mitica nel nome coniato dai nativi Americani: Shenandoah significa figlia delle stelle. Ad un biologo questo nome può apparire premonitore: la successiva attività scientifica di Melissa, infatti, il suo modo di ragionare, la sua impressionante capacità di chiarire problemi molecolari estremamente complessi, l’eleganza delle sue dimostrazioni che sembrano ottenute senza fatica, ed anche il suo spirito combattivo, sembrano tutti un tributo ed una realizzazione di quel nome. Melissa frequenta un liceo dal quale, all’epoca, solo il 20% degli studenti continuava gli studi universitari.  Lei invece continua. Si laurea in Chimica e Biologia, poi consegue un prestigioso Dottorato di Ricerca in Biochimica presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston. Qui incontra figure straordinarie della biologia molecolare. Nel 1993 il suo mentore, Philip Sharp, proprio mentre Melissa fa il Dottorato con lui, ottiene il Nobel per la medicina per i suoi studi sull’RNA, l’acido nucleico che trasmette i messaggi “copiati” dal DNA all’apparato di produzione delle proteine all’interno delle cellule. Negli anni di dottorato con Sharp, Melissa ottiene risultati fondamentali nella comprensione della biologia dell’RNA; sviluppa inoltre una visione multidisciplinare, passando dalla base strutturale delle molecole, fin dalla loro composizione atomica, alla complessità delle funzioni biologiche. Questa formazione non può che lasciare un’impronta profonda sulla sua successiva attività.

Dall’Università a Moderna Therapeutics

Dopo il dottorato Melissa vince una borsa di studio alla Brandeis University, dove resta alcuni anni, per poi trasferirsi alla facoltà di Medicina dell’Università del Massachusetts (UMMS). E’ Professore di Biochimica e Farmacologia Molecolare e ricercatore dell’Howard Hugues Medical Institute, una delle più prestigiose organizzazioni Americane, che finanzia ricerche selezionando le più innovative e con la maggior capacità di avanzare le frontiere della conoscenza in biomedicina. Al contempo, comincia a pensare alle potenzialità mediche dell’RNA – ad esempio, per la terapia di tumori e di sindromi causate da un gene mutato o assente. L’RNA può consentire di “colmare” un difetto genetico, pur senza entrare nel patrimonio genetico dell’individuo, ma fornendo le istruzioni “a valle” del DNA per fabbricare la proteina necessaria e sostituire quella difettosa o mancante. Diventa fondatrice e co-direttrice dell’RNA Therapeutics Institute (Istituto per lo sviluppo di terapie basate sull’RNA) dell’Università del Massachussets sviluppando un programma di frontiera per coniugare sviluppo imprenditoriale e ricerca e facilitare le applicazioni delle scoperte della biologia molecolare in farmaci, prodotti e tecnologie.

Nell’estate del 2013, all’Università trapelano voci riguardo le ambizioni di alcune biotech di sviluppare terapie innovative. Tra queste, Moderna Therapeutics, sempre nell’area di Boston, vuole usare l’RNA a scopo terapeutico. Melissa constata la crescita delle biotech ed il numero di scienziati uomini chiamati come consulenti, molto più alto rispetto alle colleghe donne. Quando un collega le parla di Moderna, scatta una decisione e scaturisce una email “fatale” a Tony de Fougerolles, allora direttore scientifico di Moderna: “Anche se abbiamo molti collegamenti in comune, non credo che lei ed io ci siamo mai incontrati”, scrive. “Io sono probabilmente l’esperto mondiale di come la sintesi dell’RNA, e la sua interazione con proteine specifiche, contribuiscano a regolare l’espressione genica”. Forse, suggerisce Moore, il suo bagaglio di conoscenze avrebbe potuto migliorare il prodotto di Moderna. “Ricordo di essere rientrata a casa sentendomi emotivamente svuotata, perché mi ero totalmente messa in gioco”, ha poi raccontato.  “Non avevo mai fatto niente del genere prima, ma sentivo che dovevo farlo.” De Fougerolles invita Melissa a tenere un seminario, propone un accordo di collaborazione, poi una posizione nel comitato di consulenza. Infine, dopo diciannove anni nella ricerca pubblica, nel 2016 Moore si dimette dall’Università per assumere la direzione della ricerca sull’RNA presso Moderna Therapeutics.

Melissa Moore

Moderna era stata fondata nel 2010 da Derrick Rossi, biologo esperto in cellule staminali con l’idea di ingegnerizzare l’RNA per produrre farmaci e vaccini. Da quando Melissa Moore assume la direzione della piattaforma di ricerca sull’RNA, Moderna diventa una grande impresa: oggi ha al suo attivo 23 molecole terapeutiche basate sull’RNA, tra cui un vaccino contro lo Zika virus e uno per l’herpes, di cui 14 in fase clinica.

Il vaccino Moderna

Il 13 Gennaio 2020, solo 2 giorni dopo che le autorità cinesi avevano reso pubblica la sequenza del genoma del virus di SARS-CoV-2 (appunto, un genoma virale a RNA), il gruppo di Moore “disegna” una sequenza con caratteristiche ottimizzate per il vaccino a mRNA-1273. Il 24 Febbraio il primo lotto del vaccino viene spedito al vaglio dell’NIH. All’inizio di marzo, quando la scala della crisi del coronavirus si manifesta in tutta la sua chiarezza, Trump invita un gruppo di rappresentanti delle principali aziende farmaceutiche alla Casa Bianca. Il lunedì successivo il vaccino di Moderna è pronto. Il 16 Marzo i partecipanti al primo trial clinico ricevono la prima dose. Un processo che in altri tempi avrebbe richiesto anni era stato ridotto a due mesi, secondo nel tempo, ma non in qualità, solo al vaccino BioNTech, senza saltare nessuna verifica nè nessun necessario controllo. In un magnifico, visionario seminario sul lavoro “dietro le quinte”, Melissa ha ricordato come il lavoro sull’RNA di oltre tre decenni abbia permesso lo sviluppo rapido del vaccino contro COVID-19. Senza questa conoscenza, non sarebbe stato possibile.

Per lo sviluppo del vaccino, incluse le fasi cliniche, il governo americano ha finanziato Moderna con quasi 2,5 miliardi di dollari nell’ambito del programma di vaccinazione Warp Speed (letteralmente, velocità di curvatura dell’universo, ossia la velocità della luce). Come co-finanziatore il governo USA ha diritto d’opzione ed ha ordinato 200 milioni di dosi. Con oltre mezzo milione di morti per COVID-19 e quasi 29 milioni di casi, il vaccino Moderna sta avendo un impatto enorme negli Stati Uniti.

Il messaggio alle donne

Come scienziata, Melissa Moore vive in un mondo governato dai dati. Dal dottorato, alla ricerca, allo sviluppo di farmaci, i dati hanno costituito la base di tutto. Ma Moore non si è limitata a generare dati scientifici: ha anche annotato i dati comportamentali e li ha applicati al suo percorso nel lavoro nei confronti dei colleghi uomini.

Melissa racconta che nel primo anno all’Università, uno dei compagni di studio interrompeva costantemente lei mentre parlava, ma non i colleghi uomini. Melissa ha iniziato a osservarlo scientificamente. “Invece di richiamarlo semplicemente, ho raccolto dati precisi sulla frequenza delle sue interruzioni a me e agli altri, poi gli ho presentato i dati di fronte ai nostri colleghi”, ricorda. “Questo ha messo fine alle sue interruzioni. Ho imparato che, se qualcosa ti danneggia, non solo ne devi parlare, ma lo devi supportare con i dati. Di fronte a dati, è difficile che le persone non ti prendano sul serio.”

C’è un consiglio generale che Moore offre alle donne che vogliono progredire nell’industria biotech o altrove: nessuna paura. “La paura trattiene ed impedisce di assumere rischi, che però possono dare enormi risultati”, ha detto. Come ha fatto Moore a superare le sue esitazioni o paure?  Risponde: come al tavolo da poker. “Al tavolo da poker si impara molto”, dice. “A poker, devi sopportare l’idea che, semplicemente, non puoi vincere ogni giro. Per diventare brava, devi imparare a imparare dal fallimento “. Questo, dice, devono accettare le donne. Non devono permettere alla paura di trattenerle. Molti meno finanziamenti in venture capital vanno alle imprese guidate da donne, e uno dei motivi è che meno donne cercano di avviare un’attività, sostiene. “Spero che, se sempre più donne riusciranno a lasciar andare i timori che le trattengono”, dice Melissa Moore, “più donne accetteranno responsabilità e ruoli importanti, che permetteranno loro di portare la loro visione di cambiamento”.

Sarah Gilbert

Anche il vaccino inglese prodotto da Astra Zeneca ha a capo una donna: Sarah Gilbert, Professore di vaccinologia all’Università di Oxford.

Il giorno di Capodanno del 2020, la prof.ssa Gilbert legge per la prima volta di un nuovo virus che si sta diffondendo in Cina e ne intuisce il potenziale di diffusione. Da quel momento, passa il resto dell’anno a lavorare con il suo team per lo sviluppo di un vaccino, che è stato poi approvato nel gennaio 2021.

Sarah Gilbert

L’esperienza di Sarah Gilbert si è costruita a partire da un primo importante periodo dedicato allo studio delle interazioni parassita-ospite nella malaria. Dal 2005, approdata all’Istituto Jenner di Oxford, si dedica allo studio e sviluppo di vaccini. Da allora, ha sviluppato diversi vaccini contro l’influenza e contro altri patogeni emergenti. Nel 2014, il suo gruppo ha dedicato uno sforzo importante allo sviluppo di un vaccino contro Ebola. In queste esperienze, il team aveva sviluppato solide basi nell’uso di vettori derivati da adenovirus, manipolati in modo da essere resi non-patogeni per l’uomo e da poter esprimere antigeni di interesse, in grado di suscitare una reazione anticorpale. Così, all’inizio del 2020, di fronte all’esplosione del COVID-19, Gilbert ed il suo gruppo pensarono di usare questi vettori per inserire la proteina spike, la “chiave” con la quale il cov-2 entra nelle cellule umane.

Scegliendo di impegnarsi nello sviluppo di un vaccino contro il virus cov-2, la Prof.ssa Gilbert sapeva di andare incontro a una sfida difficile. Ma, dice, “come madre di tre gemelli, sapevo di essere capace di lavorare senza grandi pause di riposo”. Racconta infatti di aver trascorso più di qualche notte cin bianco, soprattutto nelle fasi iniziali dello sviluppo del vaccino, preoccupandosi che qualcosa non fosse stato tenuto nel giusto conto o fosse stato dimenticato. Di fatto, dice adesso, questo non è mai accaduto. Ma la sua urgenza, di fronte alla crescita dei morti di Covid nel mondo, spiega alcune sue prassi lavorative: sue e-mail arrivano già alle 4 del mattino, dice la collaboratrice Prof.ssa Teresa Lambe, spiegando che Sarah lavora dalla mattina molto presto fino a tarda sera. “Fin dall’inizio, l’abbiamo vista come una corsa contro il virus, mai contro altri rivali sviluppatori di vaccini”, dice la Prof.ssa Gilbert. “Noi siamo un’università, non dobbiamo fare profitti”.

Gilbert racconta che l’ideazione del vettore “ingegnerizzare” per esprimere spike è stata completata nel week-end successivo alla pubblicazione della sequenza del genoma di cov-2 da parte dei ricercatori di Wuhan.

In poche settimane, l’esperienza accumulata con i precedenti vaccini, ha messo in grado Gilbert e collaboratori di dimostrare che il loro vettore era efficace contro cov-2 in laboratorio.

In aprile erano pronti i primi lotti del vaccino. A settembre 2020 AstraZeneca ha iniziato la produzione del vaccino, chiamato AZD1222.

In Novembre 2020, i risultati ottenuti dagli studi di fase III hanno indicato un’efficacia del 70 %, molto alta per essere approvato dalle agenzie di controllo, ma meno dei vaccini a RNA di BioNTech/Pfizer e Moderna. Un certo sconcerto fu suscitato dalla notizia che nei trial non erano stati arruolati soggetti over 55. Nonostante questo, al vaccino di Oxford vengono riconosciuti due grandi vantaggi: il primo è senz’altro nel basso costo di produzione dei vettori adenovirali a DNA (circa 3 dollari a dose, ossia un costo che è circa 10 volte inferiore rispetto al costo dei vaccini a RNA); l’altro è la facilità di stoccaggio e conservazione alle temperature di un normale frigorifero. Su questi vantaggi, e sulla dimostrata capacità di prevenire comunque un decorso serio della malattia nel 100% dei vaccinati, si basa la fiducia che il vaccino Oxford/Astra Zeneca possa proteggere milioni di persone nei prossimi mesi. 

All’università, gli amici e colleghi della Prof.ssa Gilbert la descrivono come una persona coscienziosa, silenziosa, ma con una determinazione d’acciaio e una vera “grinta”. Per la sua ricerca sui vaccini, Gilbert è stata inserita a maggio 2020 nella “Science Power List” del Times ed è anche stata inclusa tra le delle 100 donne dell’anno, annunciate dalla BBC il 23 novembre 2020.  “Sarah lo detesta, assolutamente”, dice la sua amica, la biochimica Anne Moore. ” Sarah è davvero una persona che non ama essere sotto i riflettori.” Eppure, oggi lo sguardo di tutto il mondo è concentrato sulla Prof.ssa Gilbert, così come sul piccolo gruppo dei suoi colleghi, creatori di altri vaccini contro COVID-19, mentre corrono contro il tempo.

Nita Patel

A Settembre 2020, il Governatore del Maryland, Larry Hogan, visita i laboratori di Novovax, la company che ha sviluppato un nuovo vaccino con oltre l’84 % di efficacia. Alla presenza di molti giornalisti l’amministratore delegato di Novavax, Stanley Erck espone i programmi di produzione della sua company. 

Poi conclude: “Tutto quello che avete visto oggi è stato fatto da Nita.”

Nita Patel, 56 anni, è oggi a capo del programma di sviluppo dei vaccini di Novavax, una company che si è catapultata nella corsa a produrre un vaccino contro COVID-19. La Dott.ssa Patel dirige un gruppo di ricercatrici, tutte donne. I capi di Novovax dicono di lei “Nita è genio puro”.

Nita Patel

Nita Patel ha fatto un lugno percorso da Sojitra, piccolo villaggio rurale nello Stato del Gujarat, in India. Quando aveva 4 anni, suo padre contrasse una forma gravisisma di tubercolosi che lo portò vicino alla morte. Sopravvisse, ma non potè più lavorare e la famiglia cadde in povertà. Da allora Nita decise che sarebbe diventata medico e che avrebbe trovato una cura.

Nita andò a scuola con grandi diffioltà, portando gli stessi abiti ogni giorno, senza scarpe, spesso aiutata a pagare la corsa in autobus grazie all’aiuto dei vicini. Era però una studentessa eccellente, e questo le permise di ottenere sempre borse di studio che le permisero di arrivare a frequentare il college, laurearsi e, più tardi, conseguire due master: il primo, in India, in microbiologia; il secondo, negli Stati Uniti, in biotecnologie.

Negli USA Nita incontra il futuro marito, un giovane biochimico americano, con il quale si trasferisce a Gaithersburg, nel Maryland.  Inzia a lavorare in una piccola company, la MedImmune, che le offre un salario inferiore rispetto ad altri, ma le lascia la libertà di lavorare sulla tubercolosi.  Patel dimostra una capacità rara di maneggiare saggi estremamente complessi, ma conosce anche l’insuccesso: due vaccini sviluppati a MedImmune vengono rigettati dalla FDA (Food and Drug Administration).

Nel 2015 si trasferisce alla Novavax, attratta dai loro progetti di sviluppo dei vaccini basati sull’uso di proteine. Da Febbraio 2020, essendo stata resa nota la sequenza della proteina spike di SARS-CoV-2, la Dott.ssa Patel ed il suo gruppo si lanciano nella creazione di oltre 20 diverse varianti ingenerizzate della proteina skype, allo scopo di identificare quella più adatta a generare una forte risposta immunitaria.

Si tratta di una strategia molto diversa sia da quella usata per i vaccini a RNA di BioNTech/Pfizer e di Moderna, i primi vaccini prodotti con altissima efficacia (oltre il 94%), che da quella usata da Oxford / AstraZeneca (basata su vettori a DNA, meno efficace ma con costi di produzione molto accessibili).  

Con la sua strategia basata su una versione ottimale della proteina Spike, la Dott.ssa Patel ha ottenuto una vigorosa risposta immunitaria. Il gruppo ha così costruito un vaccino efficace all’84%, che sta completando il trial clinico e ora vicino all’approvazione. Sul vaccino di Novovax sono risposte molte speranze, particolarmente per i soggetti che dimostrano immunità parziale ai vettori adenovirali usati nel vaccino prodotto da Astra Zeneca. Il vaccino di Novovax ideato da Nita Patel è quindi un ideale complemento nell’arsenale dei vaccini disponibili.

Da quando è esplosa la pandemia, dice Nita, “le mie giornate, semplicemente, non hanno un termine”.   Eppure la Dott.ssa Patel, che prega e medita quotidianamente, proietta serenità intorno a sé.  “Io penso – dice – che nulla sia impossibile. Con questo pensiero, onestamente, nulla mi stressa”.  La sua collega, la ricercatrice Sonia Maciejewski, che lavora a stretto contatto con lei, concorda: “Nita ha una fortissima etica del lavoro … eppure, in qualche maniera riesce a non farci sentire sotto pressione”. Nita Patel lavora con la serenità di non vedere la sua company in competizione rispetto alle altre: “Stiamo tutti lavorando per lo stesso obiettivo, insieme: superare questa pandemia che colpisce tutto il mondo”. 

Li Lanjuan

Una carrellata sulle donne che stanno lavorando e lottando contro COVID-19 non può ricordare, infine, la Dott.ssa Li Lanjuan.

All’esplosione dell’epidemia di Wuhan, che sarà poi riconosciuta come COVID-19 (corona virus-associated disease 19) causata dal virus Sars-cov-2, la città venne completamente chiusa, come non si era mai visto prima. 11 milioni di abitanti di Wuhan rimasero confinati in casa per 80 giorni, mentre il resto del mondo osservava il loro tentativo di fermare la diffusione della malattia che apparve subito mortale.

A chiedere il blocco fu Li Lanjuan, epidemiologa, Professore di medicina e Direttore del Laboratorio Nazionale per la diagnosi e il trattamento delle malattie infettive. La Prof.ssa Li, oggi 73 anni, era stata inviata all’epicentro dell’epidemia dal Consiglio di Stato, il massimo organo amministrativo della Cina. Quattro giorni dopo, dichiarò alla televisione di stato: “Se l’infezione continua a diffondersi, anche altre province, come Wuhan, perderanno il controllo. L’economia e la società cinese ne soffriranno seriamente”. Gli epidemiologi valutano oggi che il blocco immediato abbia contenuto COVID-19, impedendogli di assumere proporzioni catastrofiche in Cina e dando ad altre città e province da tre ai cinque giorni per prepararsi.

Arrivata a Wuhan a all’inizio della pandemia, la dott.ssa Li ha scelto di rimanere per collaborare alla gestione dell’epidemia e all’organizzazione delle cure delle persone contagiate. Spesso ritratta in camice, è diventata un simbolo dell’abnegazione dei medici durante la crisi.

In questo 8 marzo, dedicato universalmente alle donne, non si può non sottolineare che dietro ciascuno dei principali vaccini che ci stanno salvando la vita da COVID-19 ci sono l’idea e la determinazione di una donna. Scrivendo di Ozlem Tureci, Melissa Moore, Sarah Gilbert, Nita Patel e Li Lanjuang, ci si trova di fronte a donne tra loro molto diverse ma unite da una straordinaria passione scientifica, intuizione, energia creativa, motivazione, determinazione, ma anche la cura degli affetti, i legami familiari, lo spirito del lavoro di gruppo, l’abnegazione. Sono donne che in alcuni casi hanno sfidato povertà e pregiudizi, e che in tutti i casi hanno saputo coniugare la capacità scientifica con la ricerca dell’autonomia da un mondo dominato da logiche commerciali che a volte uccidono la genialità.

L’8 marzo 2020 l’Italia entrò in un periodo di lockdown che per tre interminabili mesi ci avrebbe isolati e sarebbe stato scandito da bollettini quotidiani di morti e ammalati che sembravano incontrollabili. Dopo un anno non ne siamo ancora usciti, ma ora vediamo una strada davanti a noi: la disponibilità di tanti vaccini, il prodotto dell’ingegno e della volontà di queste donne, infonde una grande speranza in tutti noi. Come dice Nita Patel: niente è impossibile.  Buon 8 marzo 2021.