Effetto Michelangelo: quale eredità?

CDI narrAZIONI: “un giardino di cuori”

di Sandra Pierpaoli e Daniele Salesi

L’evento “Effetto Michelangelo” è stato una occasione preziosa per tutti gli operatori del settore, per condividere e amplificare il contributo che la scienza sta dando, nel dimostrare l’efficacia dell’arte nell’ambito della riabilitazione e della promozione della salute.

L’Effetto Michelangelo ci dimostra come le opere d’arte alimenterebbero una sensazione generale di piacere, motivazione ed eccitazione: recenti ricerche di neuroestetica dimostrano infatti come l’arte sia in grado di attivare processi mentali legati al senso del sé e come l’essere attori di un processo creativo basato sulla stimolazione della sensorialità, come solo l’arte può fare, può portare ad intensi vissuti di piacere fisico e corporeo. L’affascinante ricerca per chi opera nel settore della riabilitazione, e più in generale nella promozione del benessere psicofisico, è quella di poter calare queste certezze nella soggettività del singolo paziente, andando a scoprire insieme a lui quali sono i canali artistici che esprimono maggiormente la sua motivazione, il suo piacere e il suo senso del sé, in modo da sollecitare in lui la sua creatività, motore di benessere.

Ma il numeroso afflusso all’interno di un convegno dedicato al rapporto tra arte e salute ha testimoniato anche il grande desiderio dei professionisti della salute di sperimentare loro stessi creatività e bellezza, mentre sono esposti ad un contatto continuo con il disagio e con la malattia. E ciò è stato confermato dalla risposta del pubblico, composto per lo più da personale sanitario, che si è mostrato molto interessato agli interventi, ma soprattutto estremamente partecipe alle proposte esperienziali.

Siamo convinti che attingere alle risorse creative, presenti tanto nei curanti che nei pazienti, sia un percorso di grande supporto nel processo di cura, in grado di aprire lo sguardo a prospettive nuove. Questa visione è, d’altra parte, alla base della metodologia praticata nel nostro Centro, la Drammaterapia Integrata, che consiste nella proposta di percorsi creativi metaforici, basati sui linguaggi artistici, al fine di scoprire e di valorizzare le risorse a disposizione della persona.

La metafora, che nella narrAZIONE viene sperimentata attraverso l’attivazione di tutti i canali sensoriali, consente di porre la persona a una “distanza estetica” dal problema, esplorando i propri vissuti in modo partecipe, ma non ipercoinvolto: tanto l’operatore che il curante hanno in tal modo la possibilità di addentrarsi anche nelle emozioni più difficili, approcciandole e riformulandole attraverso il linguaggio artistico e simbolico.

Il laboratorio che abbiamo proposto all’interno del Convegno, è stato uno di questi percorsi: le metafore che abbiamo utilizzato in questa occasione sono state quella del viaggio, per rappresentare simbolicamente il processo relazionale nel quale si trovano coinvolti insieme medico e paziente, e quella del giardino, come metafora della cura e del prendersi cura.

Pur in un contesto molto esposto dal punto di vista sonoro, dato che si svolgevano contemporaneamente diversi laboratori, è stato sorprendente il clima di grande concentrazione e ascolto interiore, in cui si sono immersi i partecipanti, che nei loro feedback hanno confermato di aver lasciato fuori dal proprio percorso ogni disturbo o interferenza esterna. In questo sono stati aiutati dai suoni che li hanno accompagnati, dalle immagini proiettate e dalle voci recitate di alcune letture, che hanno creato intorno a loro una bolla protettiva.

I viaggiatori sono stati condotti nell’alternanza di momenti di introspezione nel mondo delle proprie fantasie, e di momenti di espressione e creazione dei propri personaggi; attraverso la costruzione di un biglietto di viaggio immaginario, hanno esplorato forme e movimenti, che sono stati poi trasformati in dialoghi. La destinazione era “il giardino di cuori”, un luogo dove poter fare esperienza del tema del prendersi cura.

Ed ecco che i partecipanti, prevalentemente sanitari, hanno evidenziato nei loro riscontri quanto la necessità della cura non sia riferita solo al paziente, ma molto, moltissimo, anche ai curanti.

E’ stato messo in luce il bisogno di condivisione e di supporto rispetto a vissuti difficili, come la sovraesposizione allo stress e il dolore che viene sperimentato nel caso del “fallimento” delle cure, con una conseguente importante frustrazione. E’ stata messa in risalto soprattutto la carenza di spazi di confronto e di sostegno, dedicati al personale sanitario. Il laboratorio ha rappresentato un’occasione preziosa per far emergere questo bisogno.

Spesso viene adottata una visione del curante come di un professionista emotivamente distaccato e indifferente; spesso è lo stesso curante ad identificarsi con questa immagine, come se questa rappresentasse una possibilità di protezione da contaminazioni, che è invece impossibile evitare; siamo tutti abituati al pensiero di medici, e talvolta infermieri, affaccendati in compiti troppo importanti e gravosi, per potersi soffermare sulla consapevolezza di ciò che sentono, sulle esperienze emotivamente difficili, sul bisogno di condividere, di essere sostenuti e di rigenerarsi , sul desiderio di ritrovare la spinta e l’energia, grazie alla sollecitazione di sensazioni piacevoli, date dal contatto e dalla creazione di prodotti artistici.

Non possiamo quindi che dire grazie a un’esperienza come quella del Convegno “Effetto Michelangelo”, che ci ha immerso in un contesto ricco di bellezza e ci ha restituito una visione finalmente diversa degli operatori sanitari: persone, con le loro fragilità e necessità, che possono trovare nell’arte e nella creatività una risorsa importante per attraversare i difficili territori della malattia, persone , che si sono mostrate consapevoli che prendersi cura è un viaggio del quale bisogna avere cura.
Ci auguriamo, infine, non solo che questo sia il primo di tanti altri eventi a seguire, ma anche che questa esperienza rappresenti un seme, per rimanere nella metafora del giardino, da cui possano crescere e maturare progetti efficaci, basati sui linguaggi artistici, tanto a favore dei pazienti quanto dei curanti.