20 Luglio 2026 ![]()
Intervista a Faustino Stigliani, medico radiologo e attore teatrale
Medico, attore e appassionato divulgatore delle Medical Humanities, Faustino Stigliani ha saputo trasformare due vocazioni apparentemente distanti in un unico percorso professionale e umano. Dall’esperienza sul palcoscenico a quella maturata ogni giorno accanto ai pazienti, emerge una convinzione profonda: la cura passa anche attraverso l’ascolto, l’empatia e la capacità di entrare in relazione con l’altro. In questa intervista racconta come il teatro possa diventare uno straordinario strumento formativo per medici e professionisti sanitari, riflette sul valore della medicina narrativa e presenta il suo progetto dedicato ai “Racconti di un giovane medico” di Michail Bulgakov, un’opera che continua a parlare con sorprendente attualità a chi ha scelto di dedicare la propria vita alla cura.
Lei è riuscito a coniugare due mondi che spesso sembrano lontani: la professione sanitaria e la recitazione. Come è nato questo percorso e cosa le ha insegnato questa doppia esperienza?
Il mio incontro con il teatro è stato casuale: avevo accompagnato un’amica al provino per entrare a far parte di una compagnia teatrale studentesca, e non so come, in me è scattata la voglia di provarci. Forse volevo semplicemente dimostrare che anch’io sarei stato capace di superare il provino, che ai miei occhi appariva piuttosto selettivo. Quell’esperienza mi fece scoprire quanta umanità può celarsi nelle pagine di un testo teatrale e ciò mi affascinò al punto da indurmi, l’anno dopo, a sostenere il provino per l’ammissione all’Accademia di Arte Drammatica dell’Antoniano di Bologna, di cui conservo gelosamente il diploma sulla parete della mia camera, accanto a quelli di laurea e di specializzazione.
C’è un punto di contatto tra il medico e l’attore? Quali competenze si alimentano reciprocamente?
Ciò che le due professioni hanno indubbiamente in comune è la relazioneinterpersonale e quanto più questa relazione è efficace tanto più la professione, sia medica, sia attoriale, sarà svolta in modo proficuo. C’è da considerare però che le relazioni ATTORE-PUBBLICO, MEDICO-PAZIENTE non sono paritarie. Non è il pubblico che deve “venire incontro” all’attore, ma è l’attore che ha l’esigenza di rendere la propria prestazione sufficientemente interessante da riuscire a catturare l’attenzione del pubblico. Per giungere a questo risultato deve porsi anche lui nelle migliori condizioni di ascolto. Non può assolutamente “chiudersi” nel personaggio senza “ascoltare” lo spettatore. E così anche il medico che vuole fare al meglio il proprio lavoro, deve fare tutto quanto è nelle sue capacità per porsi nelle migliori condizioni di ascolto affinché raggiunga il migliore rapporto di fiducia con il paziente. In entrambe le professioni ci deve essere uno scambio continuo e reciproco di manifestazioni umane. È paragonabile ad un sano rapporto affettuoso. Insomma per riassumere in poche parole, per fare bene il medico o l’attore bisogna avere molti, molti neuroni specchio.
Nella pratica clinica empatia, ascolto e capacità di comunicare sono fondamentali. Quanto il teatro può aiutare un professionista sanitario a sviluppare queste qualità?
Per l’attore empatia, ascolto e capacità di comunicare sono più che fondamentali: sono imprescindibili. Un attore che non è dotato di empatia, ascolto e capacità di comunicare che attore è? Il teatro insegna ad affinare queste capacità, pertanto può essere molto utile nella formazione dei professionisti sanitari.
E, al contrario, quanto il lavoro quotidiano a contatto con i pazienti ha arricchito il suo modo di stare sul palcoscenico e di interpretare i personaggi?
Il lavoro a contatto con i pazienti e la sofferenza, offre al medico, all’infermiere e a tutto il personale sanitario un ventaglio di sensazioni ed emozioni unico. Questo travaso di esperienze arricchisce l’interpretazione dei personaggi. Chi lavora in ospedale non ha bisogno di immaginare come si manifesti il dolore, la paura della morte, l’attesa o la gioia della guarigione. Ha visto queste emozioni stampate sui volti reali dei pazienti. Questa memoria emotiva permette all’attore-sanitario di evitare i cliché o le esagerazioni melodrammatiche. L’interpretazione del dolore o del sollievo diventa asciutta, intima, credibile e priva di retorica.
Oggi si parla sempre più di Medical Humanities e del valore delle arti nella formazione dei professionisti della salute. Qual è il suo punto di vista? Ritiene che il teatro possa essere uno strumento formativo oltre che culturale?
Le Medical Humanities utilizzano approcci interdisciplinari con lo scopo di integrare le scienze umane nella pratica clinica contrastando l’eccessiva tecnicizzazione della medicina moderna affinché metta al centro della cura la persona. Il teatro è uno strumento formativo e non solo una risorsa culturale. Le pratiche teatrali migliorano l’ascolto e l’espressività della voce e del corpo.
ra i suoi progetti c’è il racconto di Michail Bulgakov. Perché ha scelto proprio questo autore e cosa l’ha colpita maggiormente della sua opera?
Perché è uno scrittore che apprezzo molto. Nei suoi “Racconti di un giovane medico”, descrive tutte le ansie, i ripensamenti, le angosce che tutti noi medici abbiamo provato.
Bulgakov è stato lui stesso medico prima di diventare scrittore. Quanto questa doppia identità emerge nel racconto e quanto può parlare ancora oggi a chi lavora in sanità?
Emerge innanzitutto la sua capacità di scrittore e la sua sensibilità nel descrivere le emozioni provate nei suoi primi anni di professione medica. Bulgakov appena laureato fu inviato in una lontana circoscrizione nelle immense e sperdute pianure del paesaggio russo, ad oltre 1500 km da Mosca. Ed era il solo medico nel raggio di decine e decine di chilometri. “Addio, addio per molto tempo. Teatro Bolšòj rosso e dorato, Mosca, le vetrine… ah, addio.” Ciò che descrive nel suo racconto “L’asciugamano col gallo” sarà sempre attuale. Credo che ancora oggi sia pressoché impossibile che un professionista della sanità non provi, almeno nei suoi primi anni di lavoro, le emozioni e le Paure che Bulgakov descrive così bene nel suo racconto.
“Io non ho alcuna colpa, pensavo ostinato e sofferente, ho la laurea, ho quindici cinque. Anche in città l’avevo pur detto che volevo lavorare come secondo medico. No! Hanno sorriso e hanno detto: “Si abituerà”. Sì, prenditi anche questo: si abituerà! E se mi portano un’ernia? Spiegatemi come mi ci abituerò. E soprattutto, come si sentirà il malato in mano mia? Si abituerà all’altro mondo, lui (e qui mi passò un brivido lungo la schiena)”.
Lei ha espresso il desiderio di portare questo spettacolo all’interno di convegni, eventi e incontri dedicati a medici, studenti di medicina e professionisti sanitari. Perché pensa che possa rappresentare un’occasione di riflessione per questo pubblico?
Perché ogni qual volta lo leggo, beh non riesco a fermare la commozione. E penso sia estremamente stimolante per coloro che dedicano il loro lavoro e la loro vita alle Cure. Ritengo possa essere fortemente motivante per studenti e operatori sanitari. Lo spettacolo è stato replicato numerose volte a Reggio Emilia, Modena, Sassuolo. Insieme a me sul palcoscenico c’è il dottor Claudio Ughetti, medico di famiglia, nonché eccellente fisarmonicista.
Cosa si augura che portino a casa gli studenti e i professionisti sanitari dopo aver assistito alla sua interpretazione del racconto di Bulgakov?
Quello che accade a me tutte le volte che sono sul palco: una forte spinta a svolgere al meglio la professione medica.
In un’epoca in cui burnout e stress mettono a dura prova chi lavora nella sanità, crede che il teatro possa offrire uno spazio per ritrovare motivazione, consapevolezza e senso della professione?
Certamente, in quanto studio delle emozioni e delle relazioni umane che le pratiche del teatro insegnano. Io penso che la ricompensa più grande debba tornare ad essere la gratitudine che il paziente prova nei confronti di colui che si prende cura di lui. Non possiamo però dimenticare del tutto le parole della canzone “Il medico” di F. De Andrè. “E allora capii, fui costretto a capire che fare il dottore è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente se non vuoi ammalarti dell’identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.”. È indispensabile trovare un giusto equilibrio tra la gratificazione umana e quella economica. Perché noi sappiamo che non è “soltanto un mestiere”.
Se qualcuno ha voglia di ascoltare il racconto “L’asciugamano col gallo”, il primo della raccolta “I racconti di un giovane medico”, qui sotto trova il link:
Io ho un canale Youtube dove carico poesie, racconti e romanzi e qualche mese fa ho iniziato a mettere il capolavoro di Bulgakov “Il maestro e Margherita”.
