Diritti e Doveri

Professioni sanitarie, quale futuro?

pubblicato il 26 Febbraio 2021

La pandemia ha reso ancora più evidente il valore inestimabile delle professioni sanitarie. Riequilibrare l’offerta sanitaria vuol dire riequilibrare anche la formazione. Francesco Saverio Proia, già dirigente del Ministero della Salute e consulente Aran, ha contribuito come tecnico, a titolo gratuito, ad una proposta di riforma proprio su questo tema. La proposta di legge di riforma della formazione medica sarà presentata dalla senatrice Paola Boldrini, Vice Presidente della Commissione Sanità del Senato della Repubblica e cofirmata da altri senatrici e senatori.

La tragica vicenda della pandemia ha dimostrato l’eccezionalità e l’unicità dell’insieme delle professioni sanitarie che, a mio giudizio, rappresentano una categoria “speciale”. Non possono pertanto essere assimilate ad altre professioni e dovrebbero avere un riconoscimento differente da parte di Stato e Regioni. Elemento critico è che in questi anni si è sottostimato l’insieme delle professioni sanitarie ed il comparto sanitario, tutto quanto, è stato spesso considerato come un “bancomat” dal quale tagliare risorse. In realtà meglio s’investe e più si risparmia sulla spesa pubblica, ma questo finora non è avvenuto. Il territorio è stato sempre sottosviluppato e all’ospedale si continuano a dare compiti che non sono propri del settore. A questo è legato inoltre il fatto che l’integrazione sociosanitaria in molte Regione non si è attuata e le linee di indirizzo nazionale sono sempre rimaste sulla carta. La questione della formazione inoltre diventa centrale.

Innanzitutto, è emersa l’anomalia della “formazione medica”, caratterizzata da un surplus di laureati in medicina ed una strettoia eccessiva e drammatica delle specializzazioni: abbiamo migliaia di “camici grigi”, destinati ad essere una specie di “sottoproletariato” medico, che trovano perlopiù piccoli spazi nel settore privato. Con la pandemia sono nate nuove occasioni di lavoro, ma non sono tuttavia sufficienti a creare spazi occupazionali adeguati. Se non continuiamo a fare sforzi, aumentando le borse di studio, il problema sarà sempre più grande. C’è da superare lo scoglio del doppio livello di formazione: come ha chiesto la FNOMCeO, è necessario creare un ciclo unico di formazione, senza barriere, per il professionista che voglia operare all’interno del Servizio Sanitario Nazioanle. Questo presuppone una profonda riforma, innanzitutto che parta dal fatto che gli ordinamenti didattici non possono essere fissi, ma periodicamente rivisti ed aggiornati, possibilmente ogni triennio, in concomitanza, per esempio, con la stipula del Patto per la Salute tra Stato e Regioni, per adeguare anche la formazione ai nuovi bisogni del Paese. Riequilibrare l’offerta sanitaria vuol dire riequilibrare anche la formazione. All’interno del corso di laurea in medicina, ci vorrebbe una reale integrazione con la formazione in medicina generale.

Mi sono trovato come tecnico ad elaborare una riforma proprio su questo tema, dopo un ampio confronto con il mondo accademico e con le associazioni dei giovani medici specializzandi e sindacati. La novità maggiore – e questo ce lo ha richiesto proprio la FNOMCeO, è rivedere il “paradigma di riforma”. Sarebbe opportuno formare i futuri medici laddove eserciteranno la loro professione: questo concetto ritorna oggi con maggiore forza, facendo emergere l’importanza di un equilibrio tra la formazione universitaria e la specializzazione. Oltre che occuparsi di cure e riabilitazione, il servizio sanitario nazionale dovrebbe fare anche formazione: una scelta a tutto campo verso l’ospedale d’insegnamento, ma anche il distretto sanitario d’insegnamento e il dipartimento di prevenzione di insegnamento.

Per quanto riguarda le specializzazioni, la proposta di legge fa la scelta del contratto di “formazione lavoro”. Lo specializzando non è uno studente, ma un professionista a tutti gli effetti, che deve acquisire ulteriori competenze. Questo tipo di contratto prevede la sezione specifica del contratto collettivo nazionale della dirigenza medica e sanitaria, in cui vi siano analogie di diritti e doveri, con tutte le tutele che già da adesso i professionisti dipendenti hanno. Non parliamo più di borsisti, ma di un vero contratto di lavoro, con un livello di base da “dirigente”, senza indennità d’incarico, e con una progressiva attribuzione economica secondo il grado di responsabilità che progressivamente si assume si ricopre. Questo modello diverrebbe analogo con la formazione in medicina generale, prevedendo per i formandi una sezione nell’ACN della medicina generale.

Infine la FNOMCeO dovrebbe avere pari dignità rispetto a Stato e Regioni così come la proposta di legge prevede un ruolo di coinvolgimento e concertazione, condivisione con il sindacato di tutte queste scelte, dall’impianto normativo a quello contrattuale, con l’obiettivo di avere un contributo di idee da parte del sindacalismo medico. Sulle professioni della dirigenza sanitaria la legge 3/18 ha dato lo stesso impianto ordinistico a tutte; per alcune professioni bisognerà vedere se anche l’impianto formativo, con la laurea a ciclo unico, sarà un modello da estendere anche alle altre professioni, così come il contratto di formazione lavoro è da estendere anche alle loro specializzazioni.