14 Novembre 2025 ![]()
Intervista a Giorgia Protti a cura della Redazione La Voce dei Medici
Con La giusta distanza dal male (Einaudi, 2024), il romanzo d’esordio di Giorgia Protti, medico e scrittrice, la narrativa incontra la sanità, svelandone la complessità umana e professionale. Il libro racconta, con uno sguardo insieme lucido e partecipe, il mondo del pronto soccorso: le sue carenze, le sue tensioni, ma anche quella straordinaria capacità di funzionare, nei momenti più difficili, come un corpo collettivo animato da un unico impulso — salvare vite. Abbiamo voluto intervistare l’autrice per approfondire il legame tra scrittura, empatia e cura, temi centrali anche nel progetto Cultura è Salute e nella formazione Club Medici dedicata al contrasto del burnout attraverso le arti.
La scrittura come forma di cura
Nel suo romanzo, la scrittura sembra essere non solo un modo per raccontare la realtà, ma anche per attraversarla e forse curarla. Quanto la scrittura l’ha aiutata a trovare — o ritrovare — una “giusta distanza” dal dolore, dalle emozioni, dal male che osserva ogni giorno nel suo lavoro?
Nel mio caso, la scrittura è stata una vera e propria catarsi. Imprimere nero su bianco i miei pensieri è stato necessario per identificarli con più chiarezza, renderli più nitidi e guardarli con più onestà. Scrivere mi ha permesso di collocare alla giusta distanza le emozioni che provavo ogni giorno, ma che faticavo ad accettare. E, in questo modo, mi ha permesso di dare loro tempo, spazio e dignità.
L’empatia e la formazione attraverso le arti
Nel suo lavoro e nei suoi racconti emerge spesso il valore della collaborazione tra medici, infermieri e tutte le professionalità che operano in ospedale. Ritiene che corsi di formazione rivolti a tutti i sanitari — non solo ai medici — in cui le arti (scrittura, lettura, teatro, musica, arti figurative) diventino elemento centrale e medium per ritrovare se stessi, sviluppare empatia verso i pazienti e migliorare la relazione di cura, possano rappresentare una strada concreta per rigenerare la sanità? E più in generale, pensa che una formazione medica che non escluda le discipline umanistiche possa contribuire a costruire un sistema sanitario più umano e sostenibile?
Credo che tutte le professioni sanitarie, per loro stessa definizione, includano inevitabilmente una quota di formazione umanistica: avere a che fare con altri esseri umani, farsi carico del loro corpo e della loro psiche, significa entrare continuamente in contatto con le loro emozioni, e di conseguenza attingere ai campi della psicologia, dell’antropologia, dell’etica, della filosofia. In questo senso, credo sia miope considerare le professioni sanitarie come esclusivamente scientifiche. Riconoscere il ruolo delle discipline umanistiche all’interno delle professioni sanitarie potrebbe renderle più consapevoli, forse anche più sostenibili per chi le svolge e più efficaci per chi ne fruisce. Le arti, d’altronde, sono un mezzo imprescindibile di espressione personale: un rapporto più sereno e sincero con sé stessi si riflette anche in una migliore capacità di relazione con gli altri.
Il confine tra vita e lavoro nella sanità
Nel romanzo si percepisce la fatica di chi deve restare “funzionante” anche davanti alla sofferenza estrema. Crede che la formazione artistica, o più in generale l’espressione creativa, possa aiutare i medici e gli operatori sanitari a elaborare ciò che vivono, evitando di esserne travolti?
Volendo fare una metafora presa a prestito dalla biochimica, la creatività funziona un po’ come un enzima: attinge dai fatti e dalle emozioni della quotidianità e catalizza una reazione che le trasforma in qualcos’altro, qualcosa che alla fine si riesce a guardare con più chiarezza e, a volte, con meno dolore. Chi è impegnato in professioni di cura non può non mettere in campo la propria empatia, poiché entra spesso in contatto con la sofferenza degli altri. Quella sofferenza è impossibile da dimenticare e talvolta difficile da decomprimere. Ma la creatività artistica, in qualunque sua declinazione, la può rielaborare in una forma più sostenibile, più “digeribile”.
La “macchina” del pronto soccorso
Lei descrive un sistema sanitario in cui convivono crepe profonde e momenti di sorprendente efficienza, quasi di miracolo collettivo. Cosa le sembra ancora vitale nel nostro Servizio Sanitario Nazionale? E cosa servirebbe per far sì che quegli ingranaggi che “funzionano” non restino eccezioni?
Viviamo un momento di profonda crisi del Servizio Sanitario Nazionale: la carenza di personale e di posti letto, le lunghe liste d’attesa, l’incremento della privatizzazione, l’insufficienza dei fondi stanziati per la spesa sanitaria sono notizie all’ordine del giorno. Davanti a plurime difficoltà strutturali, quello che permette ancora il funzionamento e l’efficienza del servizio pubblico è il fattore umano: il senso del dovere e di responsabilità, l’abnegazione, il lavoro di gruppo. Ciò che non deve accadere, a mio parere, è che queste caratteristiche vengano date per scontate o, peggio ancora, che vengano assorbite dalla retorica della “vocazione”, per la quale il concetto di sacrificio è insito in quello di passione. L’impegno, la fatica, il tempo che ogni lavoratore sanitario mette a disposizione del Servizio Sanitario andrebbero riconosciuti e valorizzati. E per incentivare i lavoratori a rimanere, e magari attirarne di nuovi, bisognerebbe quanto meno garantire un buon bilancio tra la qualità di vita lavorativa e quella extra-lavorativa.
Arte, cura e narrazione
Il progetto Cultura è Salute di Club Medici nasce proprio per valorizzare il legame tra linguaggi artistici e benessere dei professionisti della cura. Se dovesse immaginare una formazione che unisca medicina e letteratura, quale spazio darebbe alla scrittura? E cosa pensa che possa restituire, oggi, a chi cura?
La creatività artistica si declina in molte discipline differenti: la scrittura è solo una di queste. Rispetto ad altre forme artistiche, ha forse il vantaggio di essere semplice da comunicare e da scambiare, poiché il linguaggio scritto è di immediata codificazione per chi lo legge. La scrittura è come uno specchio riflettente: assorbe le immagini che le mettiamo davanti e ce le restituisce più nitide, più facili da guardare. In questo senso, la letteratura può avere un valore terapeutico, sia per chi scrive sia per chi legge. E soprattutto per chi svolge professioni di cura: perché è impossibile curare gli altri, se prima non ci si è presi cura di sé stessi.
