8 Maggio 2026 ![]()
Di Renato Lalli, psichiatra e psicoterapeuta
Ci chiamano “giustificazionisti”, noi psicoterapeuti. E forse non hanno tutti i torti. Eppure: pensate a un bambino di tre anni che butta giù il vaso della nonna. Non chiamiamo i carabinieri. Non lo facciamo perché sappiamo, in fondo, che la responsabilità non è scritta nel DNA — cresce, un po’ per volta, e solo a certe condizioni. Partire da qui è indispensabile per capire qualcosa della violenza giovanile, invece di limitarci a reagire con spavento e invocazioni di pene più severe.
Perché c’è qualcosa di quasi inquietante in quello che accade quando la società risponde alla violenza solo con la repressione immediata. Sta rispondendo a un atto impulsivo con un altro atto impulsivo. L’adolescente violento agisce senza riflettere: un cortocircuito tra emozione e azione dove il pensiero si spegne. Ed è esattamente ciò che fa una società che dice basta capire, bisogna agire. Non tollera l’angoscia di fermarsi a pensare. Pretende la soluzione rapida. È un contagio: la violenza genera nell’altro la stessa incapacità di pensare che l’ha prodotta. E le risposte puramente repressive, anche quando nell’immediato rassicurano, seminano il germe di una nuova violenza.
E qui torniamo di necessità ad un luogo comune. Tanto comune quanto logorato nel tempo. Luogo comune cui, nel nostro disincanto e nella nostra – a volte legittima – impazienza, siamo stufi di prestare ascolto. Per capire davvero dovremmo guardare a noi adulti. Per comprendere le premesse che abbiamo contribuito a creare. Viviamo in un mondo dove la complessità è esplosa: cinquanta tipi di pasta dove ce n’erano dieci, venti paesi diversi nel quartiere, un fiume inarrestabile di notizie e immagini sul telefonino. È meraviglioso — ma terribilmente difficile da digerire. E se noi, cresciuti in un mondo più lento, facciamo fatica, immaginate chi è già fragile: chi ha perso il lavoro, chi vive in periferia, chi non ha gli strumenti per orientarsi. Per queste persone il cambiamento non è un’opportunità. È una minaccia. E quando l’angoscia diventa intollerabile, si smette di pensare e si agisce — esattamente come l’adolescente violento. Si cerca un colpevole, giovane o adulto che sia, una soluzione immediata, una voce che dica: Avete ragione ad avere paura, il problema sono gli altri.
Ecco che una certa politica diventa adolescente. Semplifica, divide in amici e nemici, urla invece di parlare. I talk show funzionano come risse. Nessuno spazio per il dubbio, per il sì, ma…. E i ragazzi guardano: imparano che il modello vincente è il branco, che per contare bisogna aggredire. Poi, quando formano i loro branchi, noi ci scandalizziamo — ma stanno solo replicando ciò che vedono fare agli adulti.
E il branco, qui, va capito. Un adolescente ha bisogno vitale di specchi: persone che lo riflettano, lo riconoscano, gli dicano chi è. In una società sana questi specchi sono ovunque — genitori, insegnanti, allenatori, educatori. Ma quando lo specchio si rompe? Quando gli adulti sono assenti, la scuola impersonale, e non c’è nessun luogo dove sentirsi visto? Il ragazzo diventa invisibile. E l’invisibilità per un adolescente è insopportabile — peggio della punizione. Allora arriva il branco, che dice: tu esisti, tu sei dei nostri. Non è una buona soluzione, ma è … una soluzione. Meglio essere “il duro del quartiere” che non essere nessuno. Anche se dentro il branco la legge è spietata: devi sempre alzare la posta, non puoi mostrare debolezza, non puoi fermarti a pensare. E molti ragazzi, incontrati da soli, confessano: non volevo, ma se non lo facevo mi prendevano in giro. Quella violenza non viene dalla forza — viene da una debolezza così grande che l’unico modo per non sentirla è dimostrare continuamente di essere forti.
Alla radice c’è il modo in cui abbiamo organizzato tutto — proprio tutto — negli ultimi decenni. L’efficienza come valore supremo. Tutto veloce, produttivo, misurabile. Insegnanti che compilano moduli e preparano test, medici con pochi minuti a paziente, genitori spremuti da orari inumani che delegano agli schermi la compagnia dei figli. In questa logica, l’incontro — quello vero, che richiede tempo, presenza, disponibilità a lasciarsi toccare dall’altro — è diventato un lusso. E senza incontro non c’è riconoscimento. Senza riconoscimento, resta la violenza come unico modo per farsi vedere, per fare rumore.
Eppure, la soluzione esiste. Pensate a quell’insegnante che, invece di punire, si ferma: Siediti. Parliamo. Cosa ti sta succedendo? Ha regalato riconoscimento. Ha detto a quel ragazzo: tu non sei solo un problema da risolvere — sei una persona. Un ragazzo che si sente visto non ha bisogno di spaccare vetrine per dimostrare di esistere. Ma perché quel regalo sia possibile servono condizioni precise: classi più piccole, insegnanti sostenuti, psicologi nelle scuole, educatori nei quartieri, spazi fisici dove i ragazzi possano fare musica, sport, teatro, volontariato — e scoprire che si può essere qualcuno senza dover essere violenti. Costa. Costa soldi, tempo, una presenza adulta che troppo spesso è venuta a mancare. Ma l’alternativa è lasciare che i ragazzi si costruiscano da soli la propria identità nel branco e sugli smartphone, e a quel punto non possiamo lamentarci dei risultati.
In questi giorni è arrivato un piccolo segnale positivo: l’amministratore di Anthropic, una delle maggiori società di intelligenza artificiale, ha scelto di negare ai propri algoritmi l’autonomia decisionale per colpire obiettivi militari. Forse un indizio che la coscienza critica può ancora esercitare un ruolo — prima che le politiche impulsive e adolescenziali di alcuni potenti producano danni irreparabili alle vetrine del mondo. Perché a certi ruoli devono corrispondere responsabilità crescenti. E sarebbe bello che chi governa, invece di coccolare la nostra rabbia, ogni tanto si fermasse a chiederci — semplicemente — Come stai? Cosa ti sta succedendo?
