10 Dicembre 2025 ![]()
Una delle conseguenze di quello che, con un eufemismo, si potrebbe chiamare l’odierno primato dell’economia (ma che Georges Bernanos nelle sue ultime conferenze risalenti al periodo post-bellico, a pochi anni dagli accordi di Bretton Woods, chiama ripetutamente “totalitarismo economico”) è che il punto di vista economico sembra essere diventato, di per sé, il punto di vista sulla realtà.
Esso infatti, invece di essere un criterio tra altri – certamente da non trascurare – è divenuto il criterio necessario e sufficiente, per non dire l’unico, per giudicare la realtà. Basterebbe pensare alle moderne teorie della valutazione (compresa ovviamente, anzi, in pole position, la valutazione dei servizi sanitari), teorie le cui basi sono state poste peraltro da John Dewey e da altri pensatori angloamericani ormai quasi cento anni orsono. Oppure, su di un piano più aneddotico, al titolo dell’autobiografia professionale dell’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, per i tipi dell’editore capitolino-barese Laterza, che non recita, come ci si potrebbe aspettare, cinquant’anni di storia bancaria italiana, o anche, più estensivamente, cinquant’anni di storia finanziaria italiana, o ancora più ambiziosamente, cinquant’anni di storia economica italiana, ma addirittura, tout court, cinquant’anni di storia italiana (nemmeno, per dire, una nota a piè di pagina in cui citare, che ne so, il dualismo Mazzola/Rivera…).
L’economia insomma è divenuta la chiave di lettura esaustiva della realtà, il punto di vista di Dio, per usare un’espressione assai incisiva che talvolta capita di sentire usare agli epidemiologi. Il resto? Il resto sono balle.
Se si adotta un, anzi, “il” criterio economico, ci si può autorizzare a formulare un giudizio sulla realtà di un intero Paese, dire che un certo Paese “va bene” oppure “va male” allorché adottando un qualsiasi altro criterio, per esempio artistico o sportivo o giornalistico (ma anche sanitario), si sarebbe ovviamente costretti a introdurre formule limitative del tipo: beninteso, da un punto di vista … et cetera.
Insomma, parafrasando San Paolo e quanto Egli esprime a proposito della Nuova Creatura, ovvero dell’Uomo Spirituale, il suo surrogato nel nostro tempo (dicesi homo oeconomicus) giudica tutto e tutti e non è giudicato da nessuno.
È a questo tipo di riflessioni che induce la lettura di alcuni relativamente recenti interventi di economisti, che a vario titolo abbordano la realtà italiana in maniera appunto globale, facendo riferimento soprattutto alla problematica della formazione dei giovani e alla successiva fase di avviamento e di sviluppo del loro percorso lavorativo. Includendo quindi inevitabilmente nella analisi le professioni sanitarie e, in primis, la medicina (si badi che questo primato della medicina non è più così scontato, stante l’incessante tentativo di amalgama delle differenti figure professionali operato dai burattinai dei cosiddetti Sistemi Sanitari).
“Non è un Paese per giovani” recita, ad esempio, il titolo di un intervento apparso mesi fa sul periodico elettronico Prospettive previdenziali. “Italia poco attrattiva e meritocratica: i giovani preferiscono l’Estero” ne rappresenta il sottotitolo.
Evitando invasioni di campo (peraltro divenute sempre più la regola quando si tratti viceversa di discutere di medicina), almeno un elemento occorre rilevare come critico della chiave di lettura adottata dal redattore dell’articolo in questione: la scelta dell’Estero viene volutamente (e sorprendentemente) drammatizzata, come se essa non potesse e dovesse essere oggi in molti campi – tra i quali sicuramente quello medico – una tappa utile, a volte quasi obbligata, di un percorso di crescita professionale.
Un altro esempio? Una monografia, anch’essa molto recente, curata dal Centro Studi della Fondazione Nord Est, dal titolo: “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero. Propensione e motivazione”. Anche in questo contributo dei valenti ricercatori mestrini la questione dell’Estero viene drammatizzata in modo teatrale, seguendo una logica assolutamente dicotomica di tipo stay or fly, tanto per scomodare ancora una volta la lingua di Albione.
Sono stati citati due articoli che – è bene sottolineare – non riguardano specificamente la classe medica, ma sembra abbastanza ovvio desumere che, in assenza di un esplicito scorporo della categoria, essa finisca per rappresentare una parte consistente dell’insieme di giovani sui quali le preoccupazioni degli articolisti si concentrano.
Bisognerebbe forse smetterla di considerare il trasferimento all’Estero, in un’epoca di globalizzazione e di libera circolazione delle persone, come una sorta di via di non ritorno, una sorta di cammino della speranza (inevitabile l’accostamento al vecchio film di Pietro Germi) che, una volta intrapreso, implichi inesorabilmente la riduzione allo stato laicale del medico in precedenza annoverato a vario titolo come chierico (viene in mente Foucault) del Servizio Sanitario Nazionale. Occorrerebbe invece riflettere con attenzione sulle rigidità del sistema, sovieticamente concepito (quando faccia comodo) in modo rigorosamente top down e quindi tale da non favorire la crescita professionale dello specialista.
Se si guarda all’esempio francese (ma anche tedesco, per rimanere nel perimetro strettamente europeo), si deve constatare che la mobilità – anche internazionale – dei medici non solo non è scoraggiata, ma anzi essa è incoraggiata e favorita, essendo tale da promuovere la crescita professionale del singolo professionista.
In Francia (vedi a questo proposito Cocco: “Specializzazioni mediche e dintorni. Un commento alla lettera di Giovanni Maria Pisanu” Pathos. Rivista di Algologia Clinica e Sperimentale, 2020), è stata condotta da sempre una politica volta a favorire l’autonomia del medico, che acquisisce tramite un esame di idoneità nazionale uno statuto – definitivo – di ospedaliero (praticien hospitalier o praticien des hôpitaux), statuto che non viene revocato in caso di trasferimento all’Estero, quale che ne sia la durata e che gli permette all’occorrenza di sottoscrivere in un secondo tempo e una volta rientrato nel proprio Paese un nuovo contratto con il precedente ente ospedaliero o con un altro ente con cui si fosse nel frattempo messo in contatto, al di fuori di procedure concorsuali spesso farraginose e comunque sempre burocratizzanti.
Questo ovviamente in un’ottica di pari dignità tra l’istituzione e il professionista, come dovrebbe essere tipico di un Paese moderno. In particolare qualora si tratti di quella che per lungo tempo è stata considerata la più nobile delle professioni. Si tratta (si tratterebbe) di introdurre flessibilità dove oggi sussistono rigidità perfettamente ingiustificate o giustificabili solo in termini di esercizio di un potere quasi sempre clientelare se non parassitario.
Certamente il tema della politicizzazione della salute esula dagli scopi di questo scritto, ma non è possibile non tentare di rendere avvertito il lettore di come si scontrino a questo proposito due logiche conflittuali a riguardo della concezione del ruolo del medico oggi. Si potrebbe dire tanto per riassumere, parafrasando Karl Jaspers: “il medico nell’età della sanità politica“, ma anche: “iI bisturi di Stato”, ricorrendo alla metonimia già preconizzata da Lucio Rosaia nel suo vecchio pamphlet del 1971.
Come la rivista giuridica FILODIRITTO giustamente rileva in un suo editoriale del 2024 (“Medici o “impiegati” della Struttura sanitaria? Nuove (ed eversive?) letture della Cassazione”), bisognerebbe riuscire a mettersi d’accordo e decidere se il medico è un professionista chiamato a svolgere all’interno dell’istituzione il suo mestiere secondo scienza e coscienza o se si tratti di un impiegato più o meno specializzato ma in ogni caso perfettamente “fungibile” (cioè intercambiabile) come qualsiasi altro impiegato, comunque paradossalmente (perversamente ?) chiamato a rispondere “in proprio” degli eventuali insuccessi cui l’esercizio della sua pratica lo esponesse.
In fondo, una mente occulta o il caso o gli stakeholder, comunque il potere ha sempre più rielaborato in questi anni il vecchio e classico slogan la salute non è una merce, efficace quanto retorico, riformulandolo così: la salute è una merce, eccome, ma assolutamente troppo interessante per lasciare che ci mettano il becco quei vecchi arnesi dei medici, con il loro armamentario deontologico a cominciare dal giuramento di Ippocrate (a questo proposito in Francia anche associazioni mediche di categoria – vera e propria sindrome di Stoccolma – giocando sulla assonanza presente nella lingua di Molière, parlano ormai di sermone di Ippocrate). Occorrerà anzi sempre più formattarli, i medici, a colpi di linee-guida e di E.B.M. (in Francia soprattutto a colpi di iniziative della H.A.S., la Haute Autorité de Santé).
La roccaforte della medicina (quello che ne rimane) sarà comunque presto o tardi espugnata e i clinici saranno rimpiazzati progressivamente, ricorrendo ad una sapiente manovra a tenaglia, da amministrativi bene digitalizzati e istruiti ad hoc da un lato e da “quasi-medici” dall’altro (i famosi noctor di qualche apprendista stregone angloamericano del management). Si veda a questo proposito il COMUNICATO STAMPA “Gli infermieri leader nel governo della presa in carico“.
In entrambi i casi, quale che sia la visione della professione medica per la quale il politico di turno propenda (politico di turno talvolta rappresentato da un laureato in medicina e chirurgia, ironicamente chiamato a scavare la fossa alla categoria cui appartiene) difficilmente il fatto di ostacolare la libera circolazione dei professionisti, orientata allo sviluppo della loro crescita professionale, potrà ancora a lungo essere difeso come “aziendalmente” lungimirante.
Beninteso nelle more della venuta della intelligenza artificiale (ennesimo monumento alla davvero ragguardevole capacità mitopoietica californiana) che non sembra poi così imminente, ma che è comunque negli auspici di coloro che, in questi anni, del mercato della salute hanno saputo, a vario titolo, brillantemente appropriarsi.
Dott. Ennio Cocco, Praticien Contractuel, Centre Hospitalier Spécialisé (CHS) Dole - Saint Ylie
