Cultura è Salute

“MUSICA SENZA CONFINI”: OLTRE LA DISABILITÀ, OLTRE I LIMITI

1 Settembre 2026

Intervista a Manuele Maestri a cura di Eleonora Marini

Manuele Maestri è musicista, docente e ideatore di “Musica Senza Confini”, un progetto nato con l’obiettivo di rendere la pratica musicale realmente accessibile a tutti. Attraverso strumenti e tecnologie adattate alle caratteristiche e alle capacità di ciascuna persona, il progetto permette anche a ragazzi e adulti con disabilità psico-fisiche di avvicinarsi alla musica, sviluppare le proprie capacità espressive e vivere l’esperienza di suonare insieme agli altri. Un percorso che va oltre la semplice didattica musicale: “Musica Senza Confini” porta infatti le proprie attività in associazioni, centri diurni e ospedali e punta sulla musica come esperienza di partecipazione, relazione e inclusione. Un approccio che si inserisce perfettamente nella visione di “Cultura è Salute”, il network di Club Medici al quale l’associazione ha aderito, dove le arti diventano una risorsa per la cura della persona, il benessere e la qualità della vita.

“Musica Senza Confini” nasce nel 2018 da una domanda molto concreta: come rendere uno strumento musicale accessibile a persone con disabilità? Che cosa è successo da quella prima intuizione a oggi?

Il progetto si è evoluto moltissimo rispetto a quella prima intuizione. Nel tempo abbiamo raffinato sia la strumentazione sia il metodo, dando la possibilità a persone con disabilità diverse di avvicinarsi alla musica e, soprattutto, di esprimersi attraverso di essa.

Sono nate anche collaborazioni importanti. Per esempio, insieme ad Audio Modeling abbiamo sviluppato UniMIDI Hub, un software che permette di controllare gli strumenti musicali attraverso modalità diverse, come il puntatore oculare, il touchscreen, le tastiere MIDI, la tastiera del computer, i sensori e molti altri sistemi di interazione. L’obiettivo è proprio quello di adattare la tecnologia alla persona, e non il contrario.

Parallelamente abbiamo messo a disposizione anche l’esperienza maturata sul campo. È nato così il libro “Note senza barriere”, in cui racconto e approfondisco le diverse situazioni che si possono incontrare e le possibili soluzioni per affrontarle.

Oggi il progetto sta ricevendo riscontri molto importanti anche a livello internazionale, dagli Stati Uniti fino al Giappone. E questo, per me, è forse l’aspetto più significativo: quella domanda nata nel 2018 è diventata nel tempo un metodo, una rete di collaborazioni e uno strumento capace di superare i confini, non solo geografici ma anche quelli che spesso pensiamo siano inevitabili quando si parla di disabilità e musica.

Lei preferisce parlare di “produzione musicale inclusiva” e non di musicoterapia. Qual è la differenza e perché è importante sottolinearla?

Non sono un musicoterapista e il mio lavoro non è fare terapia. È importante sottolinearlo perché parliamo di due ambiti diversi, con obiettivi e metodologie differenti.

La produzione e performance musicale inclusiva partono da un presupposto molto semplice: la persona con disabilità è prima di tutto un musicista e, come tutti i musicisti, può affrontare un percorso fatto di studio dello strumento, esercizio, prove e infine performance.

Il nostro obiettivo non è quindi utilizzare la musica come strumento terapeutico, ma rendere possibile la produzione musicale, eliminando le barriere che impediscono a una persona di suonare e di esprimersi musicalmente.

In questo senso, l’inclusione non significa creare un percorso “speciale”, ma cercare gli strumenti e le tecnologie necessarie affinché ciascuno possa affrontare un vero percorso musicale, con la possibilità di arrivare anche a esibirsi davanti a un pubblico. Esattamente come qualsiasi altro musicista.

Che cosa significa, concretamente, rendere accessibile la musica? Come vengono scelti e adattati gli strumenti in base alle caratteristiche della singola persona?

Rendere accessibile la musica significa, prima di tutto, uscire dall’idea che lo strumento musicale debba essere utilizzato necessariamente nel modo in cui è stato progettato.

Nel caso delle disabilità fisiche, osservo la persona e analizzo ogni suo movimento, anche il più piccolo, nell’ordine dei millimetri. Cerco di capire quali movimenti può controllare, quali sensori possono essere utilizzati e, sulla base di queste possibilità, “costruisco” lo strumento. La cosa interessante è che lo strumento non deve essere necessariamente limitato a un solo suono: attraverso la tecnologia posso permettere di suonare un pianoforte, un violino, una chitarra o qualsiasi altro strumento.

Ci sono poi soluzioni specifiche anche per disabilità fisiche meno gravi. Per esempio, se una persona riesce a utilizzare una sola mano, può suonare una chitarra in modo tradizionale con quella mano e, attraverso dei sensori e un dispositivo applicato alla tastiera della chitarra, può gestire con altri movimenti il cambio degli accordi.

Con le disabilità cognitive il lavoro è diverso. Posso semplificare l’utilizzo delle tastiere attraverso colori, numeri, oggetti o altri riferimenti, oppure utilizzare una strumentazione appositamente semplificata. Anche in questo caso, però, il principio è sempre lo stesso: cerco di sfruttare al massimo le capacità della singola persona.

Per me rendere accessibile la musica significa proprio questo: non chiedere alla persona di adattarsi allo strumento, ma adattare lo strumento alle possibilità della persona, cercando di trasformare ogni capacità, anche minima, in una possibilità concreta di fare musica.

Nel vostro lavoro la tecnologia ha un ruolo fondamentale. In che modo strumenti e tecnologie assistive possono trasformare una limitazione fisica, cognitiva o sensoriale in una nuova possibilità espressiva?

Tutto parte dalla capacità di capire quali sono le possibilità della persona, anche quelle che a prima vista possono sembrare impensabili. Per farlo è necessaria una conoscenza approfondita delle nuove tecnologie, dei software, dei sensori e dei diversi sistemi di interazione.

È proprio dall’incontro tra queste due conoscenze, da una parte la persona e le sue capacità, dall’altra la tecnologia e le sue possibilità, che possono nascere soluzioni musicali completamente nuove. Una limitazione, quindi, può diventare un punto di partenza per trovare un modo diverso di fare musica e di esprimersi.

Ma la tecnologia, da sola, non è sufficiente. È fondamentale anche il ruolo del docente, che deve essere in grado di cogliere tutte le sfumature della persona e, allo stesso tempo, capire come inserirle musicalmente all’interno di un brano.

In definitiva, non si tratta semplicemente di trovare una tecnologia che permetta di “suonare”, ma di capire come trasformare le possibilità di quella persona in un vero contributo musicale ed espressivo.

Avete lavorato con associazioni, centri diurni e realtà sanitarie e avete portato sul palco anche musicisti con disabilità insieme ad artisti affermati. Che cosa succede quando l’inclusione non è più soltanto un progetto educativo, ma diventa un vero spettacolo musicale?

La prima cosa che noto è lo stupore del pubblico. La frase che sentiamo più spesso, dopo uno spettacolo, è: “Non pensavo che loro potessero fare questa cosa.”

Ed è una frase che fa riflettere, perché dimostra quanto spesso la disabilità venga associata, ancora prima di conoscere la persona, a ciò che non può fare. Quando invece quella persona sale su un palco, suona, si esibisce insieme ad altri musicisti e contribuisce realmente alla realizzazione di un brano, cambia completamente la prospettiva.

A quel punto non siamo più davanti a un’attività dimostrativa o a un semplice progetto educativo: siamo davanti a uno spettacolo musicale, con musicisti, prove, emozioni, pubblico e performance.

Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti più importanti dell’inclusione: non chiedere al pubblico di guardare una persona con disabilità con occhi diversi, ma darle la possibilità di mostrarsi per quello che è capace di fare. Quando questo accade sul palco, la musica riesce a parlare in modo molto diretto e a mettere in discussione tanti pregiudizi senza bisogno di spiegarli.

Arriviamo ad un tema che ci sta particolarmente a cuore: “Cultura è Salute”, il network di Club Medici al quale avete aderito. Lei crede che la musica possa essere considerata una vera risorsa di salute e benessere, oltre alla sua dimensione strettamente terapeutica?

Sì, assolutamente. Credo che la musica, quando viene praticata nel modo giusto e in relazione alle possibilità della singola persona, possa avere ricadute molto positive sia sul piano psicologico sia su quello fisico.

Suonare significa lavorare sulla concentrazione e sulla memoria, ma significa anche divertirsi, mettersi alla prova, provare emozioni e, perché no, vivere anche quella dose di adrenalina che si prova quando si suona insieme ad altri o ci si esibisce davanti a un pubblico.

C’è poi un aspetto legato al corpo: il coordinamento dei movimenti, la ripetizione di determinati gesti e, in alcuni casi, un vero e proprio allenamento fisico.

Non parlerei quindi necessariamente di terapia: il punto è che fare musica può contribuire in modo concreto alla qualità della vita e al benessere della persona. E credo che sia proprio questo il valore della musica: mentre la si pratica per esprimersi, divertirsi e fare qualcosa che piace, può contemporaneamente mettere in gioco capacità cognitive, fisiche ed emotive.

Il network “Cultura è Salute” considera le arti come strumenti per la cura della persona, per la cura di sé e anche per la formazione dei professionisti sanitari. Secondo lei, che spazio dovrebbe avere la musica all’interno dei luoghi di cura e nei percorsi dedicati ai professionisti della salute?

La cosa che ho imparato lavorando con persone con disabilità è che la musica permette di guardare la persona oltre la sua condizione. Quando una persona suona, non è più semplicemente un paziente o una persona con una determinata difficoltà: diventa un musicista, con delle capacità, dei desideri e qualcosa da esprimere.

Per questo penso che sarebbe importante che anche i professionisti della salute conoscessero maggiormente le possibilità offerte dalla musica e dalle tecnologie assistive. Non per trasformarsi in musicisti o musicoterapisti, ma per avere una maggiore consapevolezza di ciò che può essere possibile per una persona.

A volte una possibilità che sembra molto piccola può fare una grande differenza: riuscire a premere un pulsante, controllare un suono, partecipare a un brano o semplicemente suonare insieme agli altri può significare recuperare un senso di autonomia, di partecipazione e di identità.

Mi piacerebbe quindi che nei luoghi di cura la musica non fosse considerata qualcosa di accessorio, ma una delle possibilità attraverso cui prendersi cura della persona nella sua globalità.

Che cosa potrebbe cambiare se ospedali, strutture sociosanitarie e servizi per le persone con disabilità considerassero la pratica artistica non come un’attività accessoria, ma come parte integrante del benessere?

Questa è una domanda a cui faccio un po’ fatica a rispondere, perché non sono un professionista sanitario e non ho la qualifica per certificare effetti dal punto di vista clinico. Posso però raccontare quello che vedo quotidianamente nel lavoro con i ragazzi.

Sicuramente c’è un grande coinvolgimento e ci si diverte. C’è poi un lavoro importante sulla concentrazione. Pensiamo, per esempio, a Sara, che utilizza il puntatore oculare per suonare una parte pianistica e contemporaneamente deve gestire tre sensori per eseguire altre parti, magari di fiati. Oppure ai ragazzi con disabilità cognitiva, che devono mantenere la concentrazione per un periodo di tempo significativo per riuscire a eseguire correttamente un brano.

In alcuni casi vedo anche la possibilità di allenare movimenti che vengono utilizzati raramente o che addirittura non erano mai stati utilizzati in quel modo. Mi è capitato più volte di sentire una frase come: “Questa cosa non l’ho mai fatta.”

Non posso dire, quindi, che tutto questo abbia necessariamente un effetto terapeutico, perché non è il mio campo e non sarebbe corretto affermarlo. Posso però dire che attraverso la pratica musicale vedo persone divertirsi, concentrarsi, mettersi alla prova, utilizzare capacità che magari non avevano mai sperimentato e raggiungere risultati che spesso loro stessi non pensavano possibili.

E forse è proprio questo il valore che posso testimoniare: non quello di una terapia, ma quello di un’esperienza che mette la persona nelle condizioni di fare, imparare, esprimersi e scoprire nuove possibilità.

Nel 2026 il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute hanno firmato un protocollo per rafforzare proprio il rapporto tra cultura, arti, qualità della vita e politiche di cura. È un segnale che può aprire nuove opportunità anche per realtà come “Musica Senza Confini”?

Sì, credo che possa aprire delle opportunità importanti, soprattutto perché finalmente si sta riconoscendo a livello istituzionale il rapporto tra cultura, benessere e salute. Il Protocollo prevede anche attività di sperimentazione, ricerca, formazione e valorizzazione delle esperienze già presenti sul territorio, e questo potrebbe essere molto interessante per realtà come la nostra. Credo però che sia importante non fermarsi al riconoscimento sulla carta. Ci sono già molte realtà che da anni sperimentano concretamente questo rapporto, e sarebbe importante metterle in rete, studiare ciò che fanno e capire quali esperienze possono essere replicate.

Per quanto riguarda Musica Senza Confini, mi piacerebbe che questo tipo di attenzione permettesse di far conoscere maggiormente un approccio che parte dalla persona e dalle sue possibilità, utilizzando musica e tecnologia per permetterle di esprimersi realmente.

Penso che ci sia anche una grande opportunità sul piano della formazione. Per esempio, far conoscere a chi lavora nei settori sanitario e sociosanitario le possibilità offerte dalle tecnologie assistive e dalla produzione musicale inclusiva potrebbe cambiare il modo di guardare alle capacità delle persone con disabilità.

Quindi sì, sono molto favorevole a questo tipo di iniziativa. Ma mi auguro soprattutto che si traduca in progetti concreti, collaborazione tra competenze diverse e possibilità reali per le persone di accedere alla cultura e alla pratica artistica, non soltanto in belle dichiarazioni di principio.

Infine lei ha scelto di chiamare il progetto “Musica Senza Confini”. Oggi, dopo tutti questi anni di lavoro, qual è il confine che sente di aver contribuito maggiormente a superare: quello della disabilità, quello della società o quello che spesso siamo noi stessi a mettere davanti alle possibilità delle persone?

Direi sicuramente quello della disabilità, non posso dire di aver superato quello della società. Dopo quasi dieci anni di lavoro continuo a incontrare molte porte chiuse e credo che non siano ancora state comprese fino in fondo tutte le possibilità che questo progetto può offrire.

Quello che invece sento di aver contribuito a superare è il confine che spesso mettiamo davanti alle capacità delle persone con disabilità. Sottovalutiamo molto il potenziale che può esserci in una persona semplicemente perché guardiamo prima alla sua difficoltà e poi alle sue capacità.

Nel mio lavoro ho imparato che bisogna avere pazienza. Non tutto è immediato e non sempre i risultati arrivano velocemente. A volte bisogna osservare, provare, sbagliare e cercare una strada diversa, anche più volte, prima di trovare il modo giusto per permettere a una persona di esprimersi.

Ed è forse questo il significato più profondo di “Musica Senza Confini”: non pensare in anticipo a ciò che una persona non può fare, ma darsi il tempo e gli strumenti per scoprire ciò che invece può fare.

Il confine, quindi, non è sempre nella persona. Molto spesso è nelle aspettative che noi abbiamo nei suoi confronti.