12 Marzo 2026 ![]()
di Laura Minguell Del Lungo, anestesista e scrittrice
Ultimamente, nel rumore assordante degli eventi mondiali, riaffiora il dibattito sulla morte del grandissimo cantante pop, Michael Jackson. Anche se questa definizione è molto striminzita.
Mi asterrò dall’esprimermi sul suo supposto coinvolgimento in positivo o in negativo con i file Epstein, così come sulle accuse di pedofilia precedenti e sugli argomenti a suo favore. Non per mancanza di interesse, ma piuttosto per mancanza di fonti che possano supportare l’una o l’altra teoria.
Parlerò piuttosto di ciò che si sa per certo, e cioè di cosa l’ha ucciso. Almeno per quel che è dato sapere a noi comuni mortali.
A quanto pare fu il propofol a determinare l’arresto respiratorio del celebre cantante, arresto respiratorio che, in mancanza di assistenza medica, l’avrebbe poi inesorabilmente condannato a successivo arresto cardiaco e morte.
La vicenda non è scevra di interrogativi irrisolti: il medico gli ha somministrato propofol senza monitorizzarlo successivamente? E se sì era presente: perché non l’ha soccorso? Come è possibile che gli somministrasse propofol “per dormire”? Chi era questo “medico”? Di qui poi la serie di elucubrazioni complottiste più o meno veridiche, più o meno verosimili e con i diversi finali possibili che, come dicevo, non indagherò.
Invece mi soffermo sul propofol.
Nella mia pratica clinica di anestesista, mi sento spesso domandato dai pazienti se riceveranno “la droga di Michael Jackson” o, in alcuni casi, mi viene chiesto espressamente il propofol. Perché magari, per sentito dire o per una propria esperienza precedente, sanno che la sensazione che dà è molto gradevole.
Ma cos’è questo propofol? Il latte della nanna?
Tenetevi forte perché ora viene la parte difficile: pillole di farmacologia.
Il propofol è un anestetico endovenoso, di color bianco latte, in emulsione all’1% o al 2%. È certamente uno degli anestetici più utilizzati. Si tratta di un ipnotico.
Nel mio precedente articolo “Lo sapevate che…?”, vi ho raccontato che tra le componenti dell’anestesia c’è l’ipnosi, perno fondamentale di ogni anestesia.
Da un punto di vista chimico il propofol è un derivato fenolico e contiene come solvente un derivato della lecitina delle uova, composto da olio di soia, glicerolo e fosfati. Senz’altro dovete raccontare sempre al vostro anestesista se avete allergia alle uova o alla soia, ma tenete presente che la maggior parte dei pazienti allergici a questi alimenti, riceve propofol senza nessun tipo di complicanza.
Il propofol viene metabolizzato dal fegato in composti idrosolubili inattivi ed eliminato dal rene. L’emivita di distribuzione è di 2-8 minuti, l’emivita di eliminazione di 1-3 ore. Questo si traduce nel fatto che il medicinale fa rapidamente effetto (normalmente entro 40 secondi) e viene eliminato in un breve tempo, anche se per somministrazioni prolungate può dare fenomeni di accumulo nel tessuto grasso e determinare un risveglio più lento, a causa della sua farmacocinetica (ovvero l’insieme di processi con cui l’organismo gestisce il farmaco al proprio interno), cosiddetta tricompartimentale.
La dose induttiva (cioè quella necessaria a iniziare un’anestesia generale o una sedazione profonda) nel paziente è di 1,5-2,5 mg/kg a cui corrisponde una concentrazione plasmatica (cioè nel sangue) di 2,6 microgrammi/ml, ma dipende anche da eventuali altri farmaci utilizzati, dall’età del paziente, dalle sue condizioni fisiche, dal grado di stimolazione chirurgica…
La dose in perfusione continua è di 100-200 microgrammi/kg/min per ottenere l’ipnosi completa, e di 25-75mcg/kg/min per la sedazione. Il risveglio avviene quando la concentrazione plasmatica scende tra 1 e 1,5mcg/ml, ovvero con una riduzione circa del 50% rispetto alla concentrazione plasmatica in ipnosi, per cui il risveglio è relativamente rapido persino dopo perfusioni prolungate.
I bambini, in rapporto al loro peso, necessitano di dosi più elevate di induzione e mantenimento (processo con cui si mantiene lo stato di anestesia per tutta la durata dell’intervento o fino a necessità), a causa di un maggior volume di distribuzione centrale (si tratta di un parametro farmacocinetico equivalente al volume teorico necessario a contenere tutto il farmaco presente nell’organismo alla stessa concentrazione presente nel plasma) e di una maggiore capacità di eliminazione. Viceversa anziani e pazienti in condizioni scadute hanno bisogno di dosi molto più basse di propofol. Ciò nonostante, le disfunzioni epatiche e renali non interagiscono in maniera significativa sulla sua farmacocinetica.
Dosi sub-ipnotiche possono dare amnesia, ma usato come unico farmaco durante l’anestesia può lasciare spazio a ricordi intraoperatori. La sua somministrazione dà sensazioni piacevoli e senso di benessere, anche se l’iniezione può risultare dolorosa (nel 32-67% dei pazienti), soprattutto se effettuata attraverso vie venose di piccolo calibro. È sufficiente aggiungere un po’ di anestetico locale alla dose per eliminare questo sgradevole effetto.
Le sensazioni gradevoli indotte dal propofol possono giungere fino all’euforia, caratteristica che lo rende una sostanza a rischio di uso voluttuario. Ovviamente, nonostante le richieste a la carte di alcuni pazienti, è sempre l’anestesista a decidere quale sia l’anestesia più adeguata ad ogni singolo individuo, a prescindere dai suoi desideri.
Tra gli altri effetti che il propofol ha sull’organismo umano c’è la diminuzione della pressione intracranica. Alte dosi determinano anche abbassamento della pressione arteriosa sistemica per gli effetti depressivi cardiovascolari, legati sia alla depressione diretta miocardica (l’effetto inotropo negativo, cioè sulla forza contrattile del cuore, è causato da una diminuzione della disponibilità intracellullare del calcio), ma anche alla diminuzione delle resistenze della periferia del circolo, cioè quelle delle vene. La dilatazione dei vasi è in realtà anche arteriosa, per diminuzione dell’attivazione del sistema nervoso simpatico e per azione diretta sulla muscolatura liscia (per mobilizzazione del calcio nella cellula muscolare lisca e forse per aumento di produzione di ossido nitrico): l’effetto globale è quello di abbassar la pressione sanguigna.
In più il propofol indebolisce i riflessi barorecettoriali, cioè quei riflessi che permettono di rispondere a un abbassamento della pressione sanguigna con un aumento della frequenza cardiaca; questo fa diminuire l’irrorazione sanguigna al cervello quando si riceve propofol. Ciò nonostante, il propofol non modifica l’autoregolazione innata del flusso ematico cerebrale né la risposta vasomotoria del letto vascolare all’anidride carbonica, garantendo quindi un certo grado di protezione al cervello.
Gli effetti cardiodepressivi sono più spiccati negli anziani e in soggetti con riserva coronarica ridotta (cardiopatici), minimizzati comunque dalla perfusione continua del farmaco piuttosto che dalla somministrazione in bolo: per questo motivo è fondamentale un’attenta e personalizzata titolazione del farmaco da parte dell’anestesista.
A livello elettroencefalografico (cioè di quella strumentazione che permette di valutare e misurare l’attività elettrica del cervello) il propofol agisce in modo simile al tiopentale (un antiepilettico usato molto in anestesia, soprattutto prima dell’avvento del propofol), ma dosi sedative simulano l’effetto delle benzodiazepine (avete presente il valium? Farmaci usati per sedazione e ansiolisi), con un aumento dell’attività elettrica chiamata beta.
Occasionalmente, l’induzione anestetica con propofol è associata a eccitazione motoria (mioclonie non epilettiche), ma non si tratta assolutamente di un effetto epilettogeno, anzi: il propofol ha piuttosto un’attività antiepilettica profonda.
Come avrete potuto intuire, è un farmaco bellissimo, magico, versatile… Ma poiché nessuna cosa è perfetta, bisogna sapere anche che produce una depressione respiratoria dose dipendente e anche velocità d’infusione dipendente. L’apnea si presenta nel 25-35% dei pazienti dopo una dose di induzione. La somministrazione endovenosa continua determina diminuzione del volume corrente (cioè del volume di gas, aria o ossigeno, che si muove ad ogni atto respiratorio), con aumento della frequenza respiratoria e diminuzione della risposta respiratoria all’ipossia (la mancanza di ossigeno) e all’ipercapnia (l’eccesso di anidride carbonica), condizioni verso le quali, quindi, il paziente sotto effetto del propofol, sarà sprovvisto di qualsiasi riflesso protettivo.
A onor del vero, il propofol può però indurre broncodilatazione in pazienti con broncopneumopatia ostruttiva cronica e non altera la risposta del polmone all’ipossia (la vasocostrizione).
Ha un anche un significativo e utile effetto antiemetico (contro il vomito): dosi sub-anestetiche sono efficaci nel trattare il vomito e la nausea post-operatori (10-20mg): questo grazie alla sua attività anti-dopaminergica, all’inibizione della chemoreceptor trigger zone, all’azione depressiva sul nucleo del vago (principale nervo del sistema nervoso parasimpatico e responsabile della classica sindrome vaso-vagale, ossia lo svenimento), al diminuito rilascio di glutammato e aspartato della corteccia olfattiva (due neurotrasmettitori), alla riduzione della concentrazione di serotonina nell’area postrema, ovvero “il centro del vomito” sito alla base del cervello.
Un’altra caratteristica meravigliosa del propofol per noi anestesisti è che non causa ipertermia maligna (ve ne parlerò nel prossimo articolo) ed è considerato il farmaco di scelta nei pazienti con questo rischio.
Invece un aspetto da tenere in alta considerazione per i suoi elevati rischi è che si tratta di un’emulsione lipidica, nella quale pertanto crescono facilmente diversi microorganismi: la contaminazione batterica è possibile, soprattutto per uso frazionato e diluizione, pratiche entrambe rigorosamente da evitare. Pochi mesi fa a Valencia, non lontano da dove vivo, c’è stato il triste caso di tre bambine, vittime, da quello che è emerso finora, di una mala prassi anestesiologica in una clinica dentale, peraltro sprovvista dei permessi necessari per praticare sedazioni e anestesie. Una di queste bimbe è purtroppo deceduta all’età di soli sei anni, le altre due stanno ora bene, ma una di loro è stata ricoverata in terapia intensiva. Non ci sono al momento notizie sull’esito delle indagini, ma tra le ipotesi possibili c’è quella di un lotto contaminato di propofol, poi usato per prolungata perfusione continua (ore). Se si confermasse questa ipotesi, significherebbe che l’anestesista indagato e attualmente in libertà con misure cautelari, avrebbe utilizzato dei flaconi già aperti del farmaco oppure mal conservati.
Se si confermasse il verdetto di mala prassi, con i relativi capi d’accusa, evidentemente ciò non toglierebbe nulla alla validità e l’estrema utilità del farmaco, che da decenni ormai costituisce una delle maggiori risorse nell’anestesia del mondo occidentale (purtroppo in molte parti del mondo non è disponibile).
Posto che, come dico sempre ai miei pazienti, il rischio zero non esiste mai (ma non solo in anestesia o in medicina, bensì in generale nella vita, dal momento in cui si nasce), in condizioni normali e seguendo le norme di buona prassi, il propofol non è un farmaco pericoloso, usato strettamente nell’ambito anestesiologico. Ambito per il quale è nato.
Viceversa, utilizzato in ambito ricreativo e quindi senza indicazione medica e senza delle dovute precauzioni, attrezzature, monitoraggi e conoscenze, può rivelarsi un farmaco letale. Famoso a livello mondiale il caso, come dicevo all’inizio, di Michael Jackson, che ha portato il farmaco a grande popolarità. Sembrerebbe che in quel caso la dose somministrata al cantante dal medico accusato, fosse una dose altissima, peraltro miscelata a dosi altrettanto esorbitanti di lorazepam, una benzodiazepina, dosi che comunemente hanno come effetto collaterale la depressione respiratoria.
Adesso che ne sapete di più su come funziona il propofol, immaginerete che una persona in quelle condizioni semplicemente smette di respirare, senza che il proprio organismo reagisca alla mancanza di ossigeno o all’aumento di anidride carbonica, come invece avverrebbe in condizioni normali con aumento della frequenza respiratoria o del volume di aria inspirata.
Quando invece l’effetto è causato volontariamente da una dose anestetica del medicinale somministrato da un esperto anestesista in ambiente adeguato, non temete! Perché lo specialista anestesiologo si occuperà di gestire le vostre apnee attraverso una serie di procedure che permettono di mantenervi in vita con buon funzionamento del sistema cardiovascolare e di tutti gli altri organi, fino alla fine dell’anestesia.
Quindi ricordatevi che drogarsi fa male ed è pericoloso, mentre sottoporsi a un’anestesia, sempre solo e quando sia necessario, è sicuro (nei limiti dell’incertezza a cui sottostiamo come esseri viventi).
Comunque, per concludere, se vi capita di ricevere del propofol per fare una gastroscopia o per un intervento chirurgico, ricordatevi di godervi il viaggio!
