12 Marzo 2026 ![]()
Di Teresa Bonarrio, medico igienista e psicoterapeuta in formazione
Ho sempre avuto una profonda curiosità e attrazione per la mente umana. Volevo a tutti i costi aiutare i bambini, che affrontavano dei momenti difficili, a sentirsi ascoltati e attenzionati, ma pensavo che fosse importante conoscere il cervello sotto molti punti di vista, per poter fare diagnosi differenziale e avere un quadro completo delle problematiche che sarebbe stato possibile incontrare e aiutare al meglio le persone. La difficoltà maggiore incontrata finora? Il contesto lavorativo. Troppe volte l’empatia e l’attenzione non sono elemento scontato né verso i pazienti, né verso i colleghi. Inoltre spesso si tende a focalizzare l’attenzione solo sul lato clinico, a scapito dell’empatia che invece dovrebbe essere alla base del rapporto con ogni paziente. Penso che un medico non umano sia un’occasione persa per lasciare un contributo al mondo.
Prima d’iniziare questa professione immaginavo che fosse più facile prendersi cura delle persone e che non si dovessero affrontare così tante difficoltà. Allo stesso tempo io non ho mai barattato la mia etica per altro e non penso che lo farò. Ironicamente posso aggiungere che credevo si guadagnasse di più. Dovermi relazionale con il mondo non medico è ancora oggi la sfida più grande che affronto; purtroppo riscontro un gap culturale profondo tra medici e non medici e a volte è molto complesso far capire punti di vista e prospettive ai pazienti. Al contempo lungo il mio percorso diverse volte le persone mi hanno regalato così tante esperienze ed emozioni che mi sono convinta sempre di più di essere nata per questo. A volte questo può essere anche un limite perché le persone vedono i medici come dei “missionari” e pensano che tutto sia loro dovuto. Sicuramente la mia missione personale è aiutare, ma vorrei che mi fosse riconosciuto lo sforzo enorme che comporta lavorare tutto il giorno tutti i giorni ed essere sempre disponibile quando è necessario.
La vita da “medico” e la vita “privata” quasi sempre sono la stessa cosa perché non ho mai la percezione di staccare realmente. Mi impegno fortemente per ritagliarmi dei piccoli momenti di libertà, ma fare questo lavoro è parte della mia identità.
Cosa migliorerei? La comunicazione con il mondo non medico, la mancanza di fondi pubblici che rende complesso realizzare qualsiasi cosa (penso alla bellissima ricerca realizzata per la specializzazione, totalmente autofinanziata n.d.r.), il rispetto che spesso manca in alcuni ambienti. L’assenza di mentori è per me il male più grande. Trovare modelli da seguire oggi non è così semplice. Inoltre la poca reale flessibilità oraria è un problema enorme a mio avviso.
Auspico in futuro l’aumento dei fondi, prima di tutto, ma anche incentivare la ricerca e la creatività. E poi favorire reti cambierebbe la prospettiva così come facilitare l’accesso ai dottorati, aumentare la possibilità di formarsi nonostante il lavoro dipendente e non dover pensare che l’unico modo per realizzare i propri sogni sia quello di cercare opportunità all’estero perché queste in Italia non sono accessibili. Ben vengano bandi, concorsi, fondi o master gratuiti. Programmi di Erasmus o altre forme di scambi. Sarebbe bello aumentare la rete anche internazionale tra noi giovani professionisti. Chiudo rivelandovi il mio grande sogno: diventare imprenditrice sanitaria, con il progetto che sto avviando, ovvero la creazione di un’Associazione che si chiama “Il palcoscenico dell’anima” e la stesura del mio primo libro “Ho rischiato di morire senza una risposta”.
