22 Aprile 2026 ![]()
diChristian Bracco, dirigente medico e segretario della SIMI
Ho scelto di fare il medico per il desiderio di poter essere utile, di dare una mano a persone in difficoltà. Queste penso siano state le motivazioni principali; ammetto che un buon catalizzatore è stato il mondo delle serie tv in voga a metà-fine anni 90. Una serie Cult come ER con le esperienze adrenaliniche dei suoi protagonisti in un grande affollatissimo PS statunitense mi ha da subito affascinato. All’inizio la difficoltà maggiore è stata quando le prime volte mi sono trovato nella situazione di dover comunicare diagnosi di malattie molto gravi o di dover comunicare la morte di un paziente ai suoi familiari. Anche se non nello specifico del mio inizio di carriera, ricordo inoltre come un periodo particolarmente difficile quello della pandemia da Covid-19 in cui l’incertezza costante e lo stravolgimento della relazione con i pazienti hanno rappresentato criticità molto rilevanti.
Forse uno degli elementi che più si discosta dal mio “immaginario” dell’essere medico è relativo alla significativa burocratizzazione della nostra professione; penso che la consapevolezza del dato sia un elemento fondante per organizzare al meglio i percorsi di cura ma questo non dovrebbe limitare il tempo da dedicare al letto del malato che purtroppo stiamo riducendo progressivamente. Probabilmente in questo l’AI potrà fornirci validi strumenti per recuperare spazio da dedicare al rapporto con il paziente.
Le sfide quotidiane sono tante, ma quella più arricchente ed impegnativa è la gestione delle emozioni. Ogni giorno in reparto entriamo in contatto con la sofferenza, la paura, la rabbia di pazienti e famigliari le cui vite vengono improvvisamente lacerate e sconvolte da una diagnosi. Entrare in contatto quotidianamente con queste emozioni non è semplice; sedersi accanto al letto di una persona per comunicargli una notizia che sarà in alcuni casi lacerante è una grande sfida. Proprio per questo penso che sviluppare accanto alle cosiddette abilità tecniche delle adeguate capacità in ambito comunicativo relazionale sia quantomai fondamentale per poter affrontare al meglio le nostre giornate in reparto, in pronto soccorso o in ambulatorio.
Ricordo la Signora L., una donna anziana ricoverata nel mio reparto per uno scompenso cardiaco molto grave; ricordo la sua voce flebile e il suo corpo magrissimo segnato dalla malattia e dagli anni. E poi ricordo il libro sul suo comodino di ospedale, la Metafisica di Aristotele: ricordo che avevo pensato fosse di un parente venuto ad assisterla per la notte. Invece no, era proprio della Signora Lidia, la quale mi disse che quello era uno dei suoi libri preferiti, letto e riletto, prima durante la sua lunga carriera da insegnante e poi negli anni della pensione. Che meraviglia immaginare la storia umana che si celava dietro quel corpo cosi esile e stanco. Cosi per i pazienti che ogni giorno incontriamo; quante storie, quante esperienze di vita si offrono ogni giorno alla nostra attenzione; la possibilità di riflettere su questa componente personale ed approfondirla, penso rappresenti una opportunità imperdibile per dare ulteriore valore alla nostra professione di cura.
Impiegonella mia professione molte energie. Allo stesso tempo penso che mantenere degli spazi di “aria” al di fuori dell’Ospedale sia fondamentale; anche se il tempo è poco, dedicare attenzione agli affetti e a alle nostre passioni ci permette forse di affrontare meglio i momenti difficili della nostra professione. Penso che tra le principali difficoltà ci sia un rapporto con i pazienti molto complesso: spesso i pazienti arrivano da noi con delle ipotesi diagnostiche-terapeutiche preformulate, magari tramite supporti di AI; ci chiedono risposte univoche ed immediate abituati ad una società improntata al tutto e subito. Per affrontare le loro richieste è quindi necessario sviluppare strumenti comunicativi adeguati. Un altro tema molto delicato e in parte connesso a quello appena citato è quello dell’errore; per molto tempo l’errore in medicina è stato considerato un tabù; solo i “cattivi” medici si pensava potessero commettere errori e questo ha determinato il fenomeno della cosiddetta “seconda vittima”. In realtà ogni medico commetterà errori nella sua carriera ed e fondamentale che si possano creare i presupposti per affrontarli in maniera costruttiva e non colpevolizzante.
Penso che il sentirsi tutelati, il sentirsi parte di un gruppo coeso, il riconoscimento del valore della professione nella sua profonda ed impegnativa dimensione di cura possano rappresentare già un buon punto di partenza; lo sviluppo di eventi formativi dedicati ad alcuni degli aspetti che ho citato tra cui le Medical Humanities potrebbe rappresentare un valido strumento. L’opportunità in particolare di mettere a confronto e favorire lo scambio di opinioni tra professionisti di tutto il territorio nazionale, da ambiti di specialità e territoriali diversi ritengo rappresenti un grande valore aggiunto.
