Cultura è Salute

“NON SOLO IPPOCRATE”: MEDICI IN CONCERTO IN OSPEDALE E PORTATORI SANI DI SORRISI PER I LORO PAZIENTI

23 Aprile 2026

Intervista di Eleonora Marini a Danilo Sirigu,  responsabile del servizio di Ecografia sperimentale e dei Trapianti dell’Ospedale Brotzu di Cagliari, fondatore del gruppo, voce, tastiere e autore dei testi.

Il gruppo è composto da: Danilo Sirigu ( Radiologo), Stefania Sirigu ( Pediatra), Pietro Iannelli ( Dermatologo) , Daniele Sabiu (Ematologo), Ilio Erbi ( Medico Igienista), Mauro Usala ( Fisioterapista), Paolo Porcu ( Medico legale).

Com’è nato il progetto “Non solo Ippocrate” e quale bisogno volevate intercettare?

Il progetto “Non Solo Ippocrate” nasce su scala nazionale grazie all’intuizione di Achille Martorelli, giornalista de Il Medico d’Italia. Martorelli ha rappresentato per molti anni un punto di riferimento fondamentale per la comunità medica, contribuendo a valorizzare i medici non solo come professionisti della salute, ma anche come persone dotate di sensibilità e passioni. Nei primi anni ’90, Martorelli ha fondato l’Associazione Culturale ACUME (Associazione Culturale Medici), con l’obiettivo di promuovere le espressioni artistiche dei medici. Tra le iniziative promosse, spiccano il Premio Tobino dedicato alla letteratura, Medico Chef per l’arte culinaria e lo spettacolo itinerante “Non Solo Ippocrate”, caratterizzato da esibizioni a scopo benefico in teatri, ospedali e carceri.

Dopo la scomparsa di Martorelli, molti dei protagonisti di queste iniziative hanno sentito il bisogno di raccoglierne l’eredità. Personalmente ho trasferito l’esperienza a livello regionale, dando vita a un gruppo musicale composto da medici, che ha mantenuto il nome “Non Solo Ippocrate”.

Il bisogno che il progetto intercetta è profondo: restituire centralità all’ Uomo-Medico. L’obiettivo è superare la visione del medico relegato al solo ruolo tecnico, riscoprendo una figura capace di interpretare la realtà con sensibilità e di mettere le proprie passioni a servizio della fragilità, non solo nelle corsie ospedaliere, ma anche in ogni spazio sociale, dai teatri alle carceri.

Perché avete scelto proprio il linguaggio artistico della musica e quanto è importante diffonderlo fuori dai contesti tradizionali?

La musica è un linguaggio universale, capace di aggirare le resistenze cognitive e parlare direttamente alla sfera emotiva. Facilita la memorizzazione, crea connessione e rende accessibili anche contenuti complessi. Portarla fuori dai contesti tradizionali – negli ospedali e nei luoghi sociali – significa rompere la rigidità degli ambienti sanitari e renderli più umani, più accoglienti, più relazionali. Abbiamo scelto un repertorio particolare, che definiamo “Clinic Music”: una rilettura ironica e semantica di grandi successi. Trasformare “Attenti al lupo” in “Attenti al Lupus” o “Senza una donna” in “Senza un angioma” non è un semplice gioco di parole, ma un atto di “leggerezza calviniana” che rende la patologia meno spaventosa e più comunicabile.

La vostra attività favorisce l’“umanizzazione della medicina”? Se sì, cosa significa concretamente?

Siamo stati definiti “portatori sani di sorrisi” e ne siamo fieri. Nella nostra esperienza, essere definiti “portatori sani di sorrisi” rappresenta un motivo di orgoglio. Il sorriso, infatti, non è solo un gesto spontaneo o sociale, ma assume un vero e proprio valore clinico. Attraverso la Gelotologia, la disciplina che studia la risata e i suoi effetti sulla salute, abbiamo imparato che ridere contribuisce a modulare il livello di cortisolo, l’ormone dello stress, e a liberare endorfine, sostanze che favoriscono il benessere psicofisico. Questi meccanismi influenzano positivamente l’assetto neurobiologico dell’individuo, creando le basi per un approccio più umano alla cura.

Come recita uno dei nostri brani: “Il fonendo nella mano è un microfono un po’ strano, che mi serve a far capire che sorridere è un po’ guarire”. Questo semplice verso racchiude il senso profondo del nostro operato: il fonendoscopio, strumento simbolo della professione medica, si trasforma metaforicamente in un microfono capace di trasmettere il messaggio che il sorriso possiede un potere terapeutico. In questo modo, la relazione medico-paziente si arricchisce di umanità e calore, favorendo la fiducia reciproca: non è una forma di umanizzazione della medicina?

Umanizzare la pratica medica significa relazione tra medico e paziente: creare un terreno comune di fiducia, dove la cura non è solo un insieme di protocolli da seguire, ma diventa un incontro autentico tra persone. In questo spazio condiviso, il sorriso e la risata assumono il ruolo di ponte emotivo, facilitando la comunicazione e rendendo l’esperienza della cura più serena e meno gravosa per tutti gli attori coinvolti.

Quali reazioni avete riscontrato nei pazienti? La musica incide davvero sul benessere?

Le reazioni sono spesso sorprendenti: sorrisi, partecipazione, emozione, ma anche sollievo e leggerezza. Sul palco avvertiamo la partecipazione delle persone che iniziano a vederci come amici, medici simpatici e disponibili. In reparto, quando un paziente sorride durante un esame complesso o canta con noi un ritornello parodiato, il benessere percepito trasforma radicalmente l’esperienza della malattia, rendendola più gestibile e meno alienante. La musica non sostituisce la cura, ma ne cambia profondamente il “colore”, migliorando l’adesione terapeutica e la qualità del tempo trascorso in ospedale.

Il progetto punta anche a “rivalutare la figura del medico come uomo”: quanto è importante e in che modo la musica aiuta a gestire lo stress?

Rivalutare la figura del medico come uomo è una necessità vitale nel contesto attuale. I professionisti della salute sono esposti a un carico emotivo e a una responsabilità che, nel tempo, rischiano di logorare. La società tende ad attribuire loro una sorta di imperturbabilità, una calma innaturale che spesso non rispecchia la realtà del vissuto quotidiano. Tuttavia, mostrare il proprio lato artistico e umano rappresenta una strategia concreta per prevenire il burnout, quella condizione di esaurimento psicofisico che può compromettere la qualità della vita e del lavoro.

In questo scenario la musica si afferma come una vera e propria “cura per chi cura”. Suonare insieme rafforza lo spirito di gruppo, favorisce la coesione e trasforma lo stress individuale in creatività condivisa. Attraverso la musica il medico può idealmente togliere il camice e “vestirsi di umanità”, riscoprendo e ricordando a sé stesso – prima ancora che agli altri – di essere una persona capace di emozionarsi e di trasmettere emozioni. Questo percorso di umanizzazione non solo migliora il benessere personale, ma arricchisce la relazione con il paziente, favorendo una cura più autentica e partecipata.

Qual è l’antitesi di questo progetto? Quale immagine volete contrastare?

L’antitesi è la “medicina del silenzio assordante”: quella fredda, tecnocratica, centrata esclusivamente sulla prestazione numerica e priva di sguardo. Contrastiamo l’idea del medico-macchina e della relazione asimmetrica. Proponiamo invece un modello di vicinanza e solidarietà, dove l’hobby e l’arte diventano ponti per colmare la distanza tra il sapere scientifico e il sentire umano.

Avete aderito al network “Cultura è Salute”: quali aspetti vi hanno colpito di più e cosa pensate di questo progetto?

Ci ha conquistato l’idea che la cultura non sia un “optional” dell’esistenza, ma un determinante di salute a tutti gli effetti. Ci ha colpito la visione condivisa: l’idea che la cultura e le arti non siano un elemento accessorio, ma parte integrante dei processi di salute. Il network mette in relazione esperienze diverse, unite dallo stesso obiettivo: migliorare il benessere attraverso linguaggi non convenzionali, come la musica. La musica è la colonna sonora della mia vita professionale: accompagna ogni incontro, ogni relazione, ricordandomi che nella cura non esiste solo la scienza, ma anche l’armonia tra le persone.