20 Maggio 2026 ![]()
Per oltre quarant’anni Danilo Susi, medico ospedaliero in pensione e fotografo di ricerca, ha intrecciato medicina, fotografia e prevenzione sanitaria, trasformando le immagini in uno strumento di comunicazione, cultura e benessere. Già presidente della LILT Molise/Campobasso e fondatore dell’AMFI, l’Associazione Medici Fotografi Italiani, Susi è stato tra i pionieri dell’utilizzo dell’arte fotografica per sensibilizzare sul tema della salute. In questa intervista per “La voce dei medici” racconta il suo percorso umano e professionale, riflettendo anche sul ruolo che arti e cultura possono avere nel benessere delle persone e degli operatori sanitari.
Dottor Susi, lei ha unito per tutta la vita medicina e fotografia. Quando ha capito che l’arte fotografica poteva diventare anche uno strumento di comunicazione sociale e sanitaria?
Eravamo a metà degli anni ’80, da poco lavoravo all’ospedale di Termoli come responsabile dell’ambulatorio di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva; ero rimasto in contatto con le mie scuole universitarie di Bologna, Roma, Chieti; facevo parte del GOICC, gruppo operativo italiano del cancro del colon. Bisognava informare la popolazione sulla importanza della prevenzione, di cui si cominciava a parlare, considerando che la riforma del SSN era appena entrata in vigore. Quindi ho pensato che una bella immagine poteva essere da stimolo a leggere un opuscolo “misterioso” che parlava del “male incurabile”.
Sin dagli anni ’80 infatti lei ha pubblicato libri dedicati sia all’arte fotografica sia all’informazione e prevenzione sanitaria. Quanto era innovativo, in quegli anni, parlare di salute attraverso le immagini?
Più che innovativa, direi che è stata una impresa pionieristica, che affonda le sue radici oltre 40 anni fa. All’epoca era anche difficile far capire l’importanza di una pubblicazione. Gli interrogativi erano: spendere soldi per cosa? A chi serviva quel libro? Chi lo avrebbe mai comprato e letto? Però sono riuscito a pubblicarne una dozzina, cominciando nel 1989 con “Immagini di vita: cento foto per una Lega” e diverse mie immagini sono diventate la cover della rivista “Recenti Progressi in Medicina” ed Il Pensiero Scientifico di Roma, nel 2012-13.
Lei viene definito un “fotografo di ricerca”. Che cosa significa per lei fotografare e quale valore umano cerca nelle sue immagini?
Come fotografo di ricerca ho iniziato nel 2003, anno internazionale dell’acqua, e ideato il progetto ACQUASTRATTA, che si basa sull’astrazione di una immagine da una realtà visivamente concreta, recuperando dalla natura quell’esistente secondo l’impressionismo di Claude Monet, dando colore ad un liquido per definizione incolore ed amorfo, fotografandone i riflessi: l’acqua è diventata la “mia tavolozza”, i suoi colori il “mio visibile”. Nell’acqua, fonte di vita, ricerco la bellezza del Creato nei particolari in modo da poterli rendere visibili a tutti.
Durante la sua esperienza come presidente LILT del Molise/Campobasso si è occupato molto di prevenzione. Quanto è cambiato, secondo lei, il rapporto delle persone con la cultura della prevenzione sanitaria?
Sono passati ormai oltre 40 anni, io sono stato presidente della LILT dal 1985 al 2000. Ritengo che ormai i tempi sono maturi, almeno abbastanza, per fare un discorso “sereno” su alcune patologie, che una volta erano un vero tabù. Le donne hanno sempre accettato di buon grado di sottoporsi ad esami preventivi, gli uomini ci stanno ormai arrivando, finalmente: è sempre un discorso di cultura. Proprio per questo ho organizzato a Termoli una decina di tavole rotonde finalizzate dal titolo “Fotografia e/è Cultura”.
Negli ultimi anni sta crescendo l’attenzione verso progetti come “Cultura è Salute” di Club Medici, che valorizzano il ruolo delle arti e della cultura nei percorsi di benessere. Come giudica questa evoluzione?
Si, ormai siamo andati “oltre”, ma meglio così. In vari settori sanitari si è visto che l’approccio all’arte in generale dà una marcia in più, stimola la mente delle persone/pazienti fino a potenziarne le difese immunitarie. In realtà anche io ho pubblicato negli anni 2010 circa alcuni articoli proprio su Club Medici per informare dell’attività culturale dell’AMFI.
Secondo lei arte, fotografia, musica e teatro possono davvero diventare strumenti di prevenzione e supporto alla salute psicofisica?
Si certamente. Ne sono stato talmente convinto che negli anni ‘90 ho ideato e fondato insieme ad alcuni colleghi l’AMFI, associazione medici fotografi italiani, di cui sono stato presidente dal 1994 al 2019 e nello statuto pretesi che si scrivesse che la finalità della associazione era quella di promuovere informazione ed educazione sanitaria attraverso le immagini fotografiche. Ho realizzato due monografie ad hoc con la FIAF, federazione italiana associazioni fotografiche, ed il 52° Congresso Nazionale a Termoli, unico nel Molise, coinvolgendo anche le scuole.
Lei ha vissuto per anni la realtà ospedaliera. Quanto conta, anche per chi cura, avere spazi di espressione culturale, creativa ed emotiva?
Sono spazi importanti sia per il medico sia per il paziente: l’emozione di una opera d’arte placa l’emozione e la paura di una patologia. In tal modo sono riuscito a “costruire” negli anni 80-90-2000 un triangolo equilatero, i cui lati erano arte/fotografia-LILT/prevenzione-sanità/ospedale e a far accettare l’ambiente ospedaliero, ovviamente ostico e non piacevole in generale.
Viviamo in un’epoca dominata dalle immagini veloci dei social. La fotografia può ancora aiutare a riflettere, osservare e comprendere più profondamente la realtà?
Ecco, questa potrebbe essere un bel tema di cui parlarne tra altri 20 anni: la A.I. sta cambiando anche la fotografia e l’arte in genere come espressione di un sentimento che è umano e non certo artificiale.
