Pareri a confronto Medico-Paziente

IL DOPPIO VOLTO DELL’ANIMALE UMANO

21 Maggio 2026

del Dott. Luciano Peccarisi, specialista in Neurologia e divulgatore. Ha pubblicato Il miraggio di ‘conosci te stesso’. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, ed. Armando, Roma, 2008. Dialogo tra il Cervello e il suo Io, 2014 ed. Aracne, Roma (finalista del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica patrocinato dal CNR di Roma). Quando il cervello immagina. Le due dimensioni della mente, ed. Fabbrica dei Segni, Milano, 2021. Sono un cervello che parla, ed. Tempesta, Roma, 2021. Il cervello e i suoi segreti. La maschera della mente, ed. DIARKOS, (RN), 2025.


Ogni essere vivente che si affaccia al mondo possiede un copione già scritto nel linguaggio della genetica. Nello sviluppo dell’organismo guida tutte le connessioni che si formano per collegare le cellule tra loro. Avviene anche per i neuroni del cervello, costruiscono una geografia, una mappa come quelle delle grandi città, un’impronta cerebrale come quelle digitali, unica in ognuno. Anche il nostro cervello ha il suo ‘connettoma’, termine che compare in un articolo del 2005, sulla sua struttura come “una descrizione strutturale completa della rete di elementi e connessioni che formano il cervello umano” (Sporns e alt., 2005). Il neuroscienziato Sebastian Seung nel suo testo “Il connettoma”, ha immaginato l’attività cerebrale come un corso d’acqua e il connettoma il letto in cui essa scorre. Ognuno possiede il suo anche nel caso dei gemelli identici, perché i connettomi si modificano nel corso della vita secondo le esperienze e gli accadimenti che per ognuno sono diversi. Nel lungo periodo come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma. “Ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere… possiamo considerarlo il fiume della coscienza” (Seung, 2016). Tutti i cervelli si auto-modellano, quello umano ha sfruttato al massimo questa potenzialità perché gli stimoli esterni legati al linguaggio, cultura e società sono aumentati esponenzialmente. Il linguaggio parlato, il sonoro, le figure, le immagini, i pensieri e le idee nella mente sono moltiplicati in modo esorbitante. La ricchezza della memoria umana è diventata enorme e può richiamare e confrontare tra loro eventi anche se avvenuti in tempi diversi e su differenti piani di realtà: fatti reali, raccontati, letti, visti sui media, immaginati, progettati e sognati. Si ingrandisce così il deposito della memoria a lungo termine e il mondo della nostra vita interiore. Un mare magnum d’interiorità pieno di elementi razionali ed emotivi, fonte inesauribile di creatività. Non siamo più attori che recitano una sola parte ma personaggi che costruiscono il loro ruolo sociale.

La maschera umana è costituita solo in parte dalle caratteristiche genetiche, grande influenza hanno le esperienze apprese e la memoria. “Non sono sicuro che io esista in realtà. Sono tutti gli scrittori che ho letto, tutte le persone che ho incontrato, tutte le donne che ho amato, tutte le città che ho visitato”. Io sono solo una maschera, scrisse Jorge Luis Borges (Borges, 1981). Noi siamo il copione genetico, perché siamo ancora il prodotto del DNA e del cervello rettiliano, perciò abbiamo conservato i riflessi, gli automatismi, i meccanismi di fuga o di difesa; ma in più ognuno si è costruito il proprio copione culturale. Questo è il nostro destino di animali umani parlanti e coscienti. Il copione culturale e sociale è costituito dall’educazione e dall’ambiente che abbiamo frequentato e che ha forgiato la nostra prospettiva sul mondo, anche noi siamo mondi mentali a volte paranoici e solo uno sguardo e un pensiero critico permette delle aperture (Peccarisi, 2025). Altrimenti ognuno è chiuso nel suo microcosmo. Cosa c’entra il cervello con la maschera? Il cervello è studiato dalla scienza, la maschera o il teatro dalla cultura umana, sembrano differenti mondi. Andiamo a teatro, al cinema, guardiamo la televisione per seguire le storie che possono anche essere lette, raccontate, scritte. Il percorso che va dal cervello animale e la sua fisiologia fino alla mente umana e alla persona – che significa appunto maschera – inizia con la rivoluzione del linguaggio che fu una ‘folgorazione’ (Lorenz, 1991). Difficilmente databile con precisione, forse due o trecentomila anni fa, manifesta la sua potenzialità creativa nel periodo delle pitture rupestri, dove appare evidente il pensiero immaginante, fino alla vera invenzione del teatro e delle maschere dell’antica Grecia.

Cosa c’era prima?

La Terra era deserta come la Luna quando comparse la vita e si propagò su tutto il pianeta. Ogni luogo, nel fondo del mare, sulle montagne, sottoterra, nei fiumi e laghi, nei deserti e nella neve si ricoprì di vita. Piccoli e grandi computer biologici autosufficienti hanno lentamente occupato così tutti i microambienti possibili. Il potente motore adattativo modella l’apparato giusto per consentire di sopravvivere e riprodursi in uno spicchio di mondo. Ognuno è formato da milioni o miliardi di cellule derivate dalla prima che si è poi aggregata ad altre, sempre in numero maggiore. Ogni cellula si somiglia con un luogo centrale da dove partono gli ordini per la formazione di ogni organismo, dalla formica all’elefante. Anche noi siamo fatti allo stesso modo, siamo armoniosamente costituiti da circa trentamila miliardi di cellule. Tutte possiedono il loro copione di istruzioni, regole di comportamento, avvisi e le informazioni necessarie. Contenuto nel DNA del nucleo di ogni cellula del corpo svolge in tutti la stessa funzione, gnu, giraffa, zebra, allodola o cornacchia.  Il piccolo di gnu nasce nel mezzo della savana ma sa tutto, si drizza sulle zampe, allatta, rimane sempre vicino alla mamma e impara a correre nel più breve tempo possibile, se rimane solo, si nasconde. Il leone maschio quando scalza l’avversario e assume il controllo dell’harem di leonesse, uccide i cuccioli perché solo i suoi geni devono procedere. La femmina del cuculo depone furtivamente l’uovo nel nido altrui, ma sia lo gnu, sia il leone, sia il cuculo non si rende conto di nulla, ignari del programma pronto per loro, non sono né colpevoli e né innocenti. In animali più complessi e con maggiore plasticità vi è un margine di apprendimento ma non è tramandato, è una conoscenza che non può evolvere (come gruppi di scimmie che usano strumenti o lavano le patate e i vicini non lo fanno). Tutti gli organismi sono chiusi nei loro mondi, come i pesci della storiella di David Foster Wallace. Due giovani pesci nuotano in mare e incontrano un pesce anziano che chiede loro “Salve ragazzi, com’è l’acqua oggi”, i due continuano la loro strada e poi uno chiede all’altro “ma che cos’è l’acqua?” (Foster, 2005). All’interno di un unico grande ecosistema esistono gli esseri viventi con il loro micro-mondo che continuamente s’incontra, s’incrocia, s’intreccia con quello degli altri.

I micro mondi

La mente non può essere separata dalla vita, conoscere è una proprietà di ogni organismo che possegga o meno un cervello. Il mondo è costituito da miliardi di cose, fatti, eventi, circostanze, situazioni; un’enorme massa di configurazioni indecifrabile se ogni organismo non avesse un sistema per filtrare solo le cose utili per la sua sopravvivenza. L’ Umwelt è un concetto introdotto da Jakob von Uexkull (Uexküll, 1934), consiste nella percezione degli elementi importanti per il suo benessere; possiede un modello del mondo sufficientemente dettagliato per ritagliare dal caos un suo ordine. Si percepiscono le cose dell’ambiente se possono servire, se invece sono solo rumore di fondo, rimangono nello sfondo prive d’interesse. Per una zecca sono tre gli stimoli interessanti, la luce per salire sui rami dei cespugli, l’acido butirrico che segnala il passaggio di un animale e il calore del corpo per infilarsi e succhiarne il sangue. Anche noi viviamo in un mondo ritagliato, percepiamo gli oggetti collegandoli direttamente a un’azione: una penna serve a scrivere, una tazza a bere, una lama per tagliare il pane (o accoltellare), la maniglia ad aprire e chiudere, la scarpa a metterci il piede. Lo psicologo James Jerome Gibson chiama affordance ciò che l’ambiente offre nel bene o nel male (Gibson, 1966). Ogni organismo possiede un modello del mondo, frutto di milioni di anni di adattamento ed evoluzione senza di esso è impossibile navigare nell’ambiente e fare attenzione su ciò che interessa, non limitandosi a reagire agli stimoli che arrivano bensì prevedendoli attivamente. Il funzionamento si basa sull’interazione e il continuo aggiornamento tra i segnali programmati proiettati che rappresentano le aspettative derivate dal modello e le informazioni sensoriali provenienti dall’ambiente (Clark, 2013). 

L’ecosistema di Homo sapiens

Anche noi osserviamo il mondo con i nostri sensi. Siamo molto simili allo scimpanzé con cui condividiamo quasi il 99% dei geni. Quindi abbiamo lo stesso tipo di vista, olfatto, tatto, udito, captiamo allo stesso modo il mondo. Abbiamo tre coni nella retina, tre milioni di recettori nel naso, percepiamo solo la luce come onde elettromagnetiche. Tutto un altro mondo percepisce il cane con i suoi 300 milioni di recettori nasali, la cicala di mare con i suoi sedici coni o il pipistrello che vive in un mondo di ultrasuoni. Ci sono cose che vediamo e altre che non vediamo; e cose che non esistono e che vediamo. Non vediamo gli atomi, le molecole, i virus, i batteri e miliardi di altre cose. Nelle allucinazioni e nei sogni vediamo immagini che nascono nel buio del cranio. Vediamo certi colori perché ogni cervello si è evoluto per captare quelli che interessano alla propria esistenza. L’ecosistema umano cambia in seguito alla clamorosa rivoluzione quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1,1-18). Con la nascita del linguaggio sorge la possibilità di dialogare e porsi le domande, come quelle dei bambini. La scoperta del fuoco non servì solo per fare luce e arrostire, ma anche a disporsi in cerchio per difendersi dai predatori e dalle fredde notti d’inverno, gli animali parlanti così si guardarono in faccia. Occasione adatta per porsi domande. La prima riguardava certamente la morte, nessuna spiegazione è possibile per gli animali, il programma della loro vita non lo prevede, sarebbe un fardello e una preoccupazione inutile. Spesso rimangono perplessi vicino al cadavere, ma infine lo abbandonano. La nostra risposta fu l’animismo, ogni corpo contiene il suo spirito vitale, che abbandona solo in seguito, nel frattempo bisogna averne cura.  Sorse il culto dei morti, con le relative tombe piccole e grandi. Se esiste uno spirito vitale deve essere presente altrove, nel Sole, nel cielo, nel vulcano, nell’animale. Il mondo diventa un immenso teatro. Come appare nelle pitture rupestri di 30-40 mila anni fa, dove ognuno ha la propria maschera e un ruolo da recitare. Ogni animale ha già l’interpretazione del mondo collaudata dalle generazioni precedenti, e si muove in automatico. Noi invece siamo attori che recitano anche a soggetto.

La plasticità e l’epigenetica

La plasticità è un fenomeno attivo che deve essere mantenuto attraverso un impegno costante secondo lo storico principio funzionale “usalo o perdilo”. La sua capacità di adattarsi e modificare struttura e funzione è in relazione agli stimoli e alle richieste esterne e interne. Il cervello è un organo sempre in movimento. Grazie alla plasticità del cervello si è potuta sviluppare la scrittura e la lettura “anche nell’arco della breve durata della vita umana, l’esperienza – la selezione esperienziale – è un agente di cambiamento potente come la selezione naturale” (Sacks, 2011). Stimoli esterni e plasticità cerebrale sono responsabili di influenzare il DNA, tale processo è chiamato ‘epigenetica’. Nelle generazioni successive si possono osservare gli adattamenti epigenetici. L’etnia Bajau, gli zingari del mare, è una popolazione del Sudest asiatico del tutto particolare che riesce a scendere per 70 metri sotto il mare e in apnea per cinque minuti. Da secoli vive delle risorse di un tratto d’oceano compreso tra Filippine, Malesia e Indonesia. I taxisti di Londra hanno un ippocampo più grande perché devono sapere a memoria l’intera mappa stradale della città. La plasticità cerebrale rende flessibile il nostro cervello-mente ed è il contrario della rigidità che si riscontra ad esempio nei malati di Alzheimer, in cui l’individuo è irriconoscibile. Non ha presente e non proviene da nessun passato, il cui futuro non ha alcun avvenire; un’improvvisazione esistenziale assoluta. Con la perdita della memoria si perde anche la maschera e l’identità personale.

NOTE

Borges, J.L., da un’intervista rilasciata dallo scrittore argentino al quotidiano spagnolo El País nel 1981.

Clark, A. (2013) Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science. Behavioral and Brain Sciences, 36 (3), 181-204

David Foster Wallace (2025) discorso cerimonia di consegna dei diplomi presso il Kenyon College

Jakob von Uexküll, il concetto di Umwelt (ambiente o “mondo circostante” soggettivo) è introdotto nel saggio del 1909, poi definito sua opera principale del 1934, Ambienti animali e ambienti umani.

James Jerome Gibson  il concetto di affordance, già presente in The Senses Considered as Perceptual Systems (1966) e precisato nel saggio The Theory of Affordances (1977) 

Lorenz, K.  1991) L’altra faccia dello specchio, gli Adelphi, p. 29

Peccarisi L. (2025) Il cervello e i suoi segreti. La maschera della mente, ed. Diarkos (RM)

Sacks, O. (2011) L’occhio della mente, B. Adelphi, Milano, p. 86

Sporns O, Tononi G, Kötter R. (2005) The human connectome: A structural description of the human brain. PLoS Computational Biology.

Seung S. (2016) Connettoma, Codice edizioni, Torino, p. 14