28 Maggio 2026 ![]()
Del Dr. Gian Piero Sbaraglia, otorinolaringoiatra
È incredibile che, ancora oggi, nonostante il continuo e scandaloso aumento delle morti sul lavoro e degli infortuni — solo tra ieri e oggi, 27 maggio 2026, si sono registrati quattro decessi — ci si limiti a gridare “mai più!”, senza rimboccarsi le maniche e adottare soluzioni pratiche, rapide e realmente efficaci per fermare questa strage. Da questa sede lo abbiamo più volte evidenziato negli anni passati, suggerendo umilmente alcune soluzioni concrete, certamente perfezionabili, ma comunque utili a contrastare questa vera e propria epidemia. Prima fra tutte, ci piace ricordare quella che per noi appare la più semplice e logica: perché nelle aziende ad alto rischio — ci riferiamo a quelle definite di tipo “A” dal D.Lgs. 81/08 — non viene istituito per legge un presidio sanitario di emergenza interno, a carico delle imprese, con anche funzioni di vigilanza sul rispetto delle corrette modalità operative da parte dei lavoratori?
Sì, perché tra le cause di questa drammatica situazione vi è anche la scarsa, o talvolta assente, assunzione di responsabilità del dipendente nella conoscenza dei rischi e dei pericoli legati alla propria attività lavorativa. Non è retorica affermare che un lavoratore impiegato in un cantiere edile, operante su impalcature elevate — e basta passeggiare per la città per rendersene conto — debba essere obbligatoriamente dotato di adeguati DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), come le imbracature di sicurezza collegate alle strutture metalliche, così da evitare tragiche conseguenze in caso di caduta accidentale. Oppure, come accaduto proprio in questi giorni, chi utilizza un muletto deve essere consapevole che il carico posto sui pallet non può superare determinati limiti di peso, pena il rischio di ribaltamento del mezzo. Lo stesso vale per l’accatastamento dei materiali: l’altezza delle strutture deve essere proporzionata alla base di appoggio per evitare inclinazioni pericolose e conseguenti incidenti ai danni dei lavoratori presenti. È evidente che, oltre alle competenze tecniche, sia indispensabile anche il buon senso. Abbiamo inoltre più volte proposto che ogni dipendente venga dotato, nel pieno rispetto della privacy, di una cartella clinica personale custodita dall’azienda, così da poter conoscere eventuali patologie preesistenti che potrebbero favorire situazioni di malessere improvviso causa di incidenti sul lavoro.
Facciamo un esempio concreto: un lavoratore diabetico o iperteso che dimentichi di assumere la propria terapia e, recandosi al lavoro, venga colpito da una crisi ipoglicemica o ipertensiva mentre sale le scale dell’ufficio, potrebbe cadere riportando gravi conseguenze. In questo caso si tratterebbe di un incidente avvenuto sul luogo di lavoro, ma non necessariamente di un incidente “da lavoro”. Ecco perché riteniamo fondamentale la presenza di personale sanitario nei luoghi frequentati da numerosi dipendenti: scuole, uffici amministrativi, ministeri, cantieri edili e grandi aziende. Ai nostri tempi, già nella scuola elementare, si conosceva il medico scolastico, che seguiva anche le vaccinazioni di rito. Resta comunque essenziale — e non ci stancheremo mai di ribadirlo — che in questo settore formazione e istruzione rappresentino strumenti fondamentali di prevenzione.
Le istituzioni dovrebbero attivarsi immediatamente, promuovendo corsi obbligatori di sicurezza sanitaria in ambiente lavorativo, fornendo certificazioni di idoneità e insegnando ai lavoratori anche le basi del primo soccorso: utilizzo del DAE, manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP) e gestione delle emergenze. A questo punto una domanda sorge spontanea: quante aziende, uffici, scuole e strutture pubbliche sono state realmente controllate per verificare la presenza dei DAE, come previsto dalla legge, e del responsabile della sicurezza? E tutto questo non rientra forse nella prevenzione? Continuare a gridare “BASTA!” senza interventi concreti non rischia forse di trasformarsi in una forma di ipocrisia istituzionale?
Ci auguriamo che questo nostro intervento possa essere l’ultimo necessario per “mettere il dito nella piaga”, nella speranza che finalmente vengano adottati provvedimenti seri, concreti ed efficaci. Ad maiora!
