22 Giugno 2026 ![]()
Dallo Spazio Espositivo “La Vaccheria” di Roma al modello di welfare culturale integrato: la prescrizione sociale come risposta scientifica e di comunità contro l’isolamento dei giovani.
Introduzione
Il malessere contemporaneo delle giovani generazioni, frammentato tra dipendenze digitali, ritiro sociale e anestesia emotiva, richiede risposte corali capaci di superare i vecchi confini tra sanità, scuola e cultura. Il progetto pilota “La vita nelle mani”, nato tra l’ottobre 2025 e il maggio 2026 presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria del IX Municipio di Roma, risponde a questa urgenza attraverso un modello strutturato di welfare culturale integrato. In questa intervista a cura di Eleonora Marini, la promotrice Sandra Pierpaoli, Presidente di CDI narrAZIONI, ripercorre le fondamenta scientifiche e le tappe di un percorso innovativo che unisce la medicina generale, i luoghi d’arte e il rigore clinico della Drammaterapia Integrata delineando un’architettura di legami pronta a diventare linee metodologiche replicabili a livello nazionale.
Il progetto “La vita nelle mani” propone un modello di welfare culturale integrato. Cosa significa concretamente e perché oggi è necessario superare una visione che separa cultura, salute e sociale?
Il mondo contemporaneo ci mette di fronte a problemi sempre più complessi, di fronte ai quali le risposte frammentate dei singoli settori non bastano più. Il malessere, soprattutto tra i giovani, fatto di isolamento, dipendenze digitali, lesionismo e autolesionismo, nasce da una profonda anestesia del corpo e delle emozioni. Oggi creare un modello di cura basato sul dialogo tra cultura, salute e sociale diventa quindi indispensabile: abbiamo bisogno di un modello in cui la bellezza, l’arte, la medicina, la psicologia e l’aiuto sociale lavorino insieme per curare la persona nella sua interezza corporea e relazionale, superando i vecchi schemi isolati. Inoltre, se considerare la cultura come una risorsa preziosa è il fondamento di ogni progetto di welfare culturale, nel nostro modello integrato questo concetto si evolve e diventa un vero e proprio ecosistema di cura, che offre percorsi creativi calibrati sui diversi livelli di complessità e sui bisogni specifici di ognuno.
Perché questo titolo, “La vita nelle mani”?
Alla base del nostro progetto c’è la necessità di riscoprire la corporeità come strumento di conoscenza e di relazione, soprattutto in un’era in cui passiamo troppo tempo a toccare il vetro freddo di uno schermo digitale. Questo titolo vuole anche rendere omaggio all’eredità di Tonino Aspergo, un artigiano, artista e counselor, scomparso nel 2022 che ha dedicato buona parte della sua vita a insegnare ai giovani il valore del lavoro manuale come veicolo per creare bellezza, ma anche per costruire relazioni e solidarietà. Rimettere la vita nelle mani significa riattivare il legame profondo che connette cervello, cuore, corpo e parole, oggi troppo spesso interrotto. In questo modo, la cura smette di essere solo una fredda applicazione di protocolli e diventa un percorso per aiutare ogni persona a ritrovare la propria reale integrazione.
In che modo il metodo di Drammaterapia integrata di CDI narrAZIONI supporta questo ecosistema di cura?
Il nostro metodo rappresenta il collante scientifico dell’intero ecosistema, poiché è stato strutturato da un team di professionisti per integrare cura clinica, sanità digitale, terzo settore e welfare culturale. Grazie a studi pilota realizzati in ambiti complessi, come l’oncologia, le malattie reumatologiche e rare e la procreazione medicalmente assistita, la Drammaterapia Integrata è stata validata dalla comunità scientifica attraverso pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali. Questo garantisce un elevato rigore clinico sia nei percorsi digitali sia in quelli in presenza, orientati alla cura della persona attraverso una profonda integrazione tra mente e corpo, nella quale le risorse creative svolgono un ruolo di connessione. Il metodo combina tecniche psicocorporee, narrative e immaginative con le arti terapie, dando vita a percorsi creativi fondati su specifiche metafore, selezionate in base al mondo simbolico e alle esigenze dell’utente. Allo stesso tempo, possiede un elevato grado di flessibilità e può essere adattato a differenti contesti e finalità: dalla promozione del benessere e della qualità delle relazioni fino al trattamento del disturbo. Questa versatilità consente al modello di estendere la propria dimensione di cura anche ad ambiti non strettamente clinici.
Nel convegno da voi organizzato avete riunito professionisti della salute, arti, educatori, istituzioni e operatori culturali. Quanto è importante creare un dialogo tra mondi che tradizionalmente lavorano in modo separato?
È di fondamentale importanza perché l’incontro tra questi mondi permette di superare la parzialità delle risposte tradizionali, mettendo al centro il disagio in modo unitario. Il confronto abbatte l’isolamento istituzionale e getta le basi per programmare strategie stabili di salute pubblica basate sulle pratiche culturali ed artistiche. Il Convegno che abbiamo recentemente organizzato presso lo Spazio Espositivo La Vaccheria ha permesso uno scambio inedito tra mondi che normalmente parlano linguaggi differenti, consentendo di gettare le basi per un terreno comune che rappresenta il vero e proprio manifesto scientifico del nostro modello. Per tradurre questo dialogo in azioni concrete, il nostro ecosistema punta su una formazione specialistica bidirezionale che vede, da un lato, il Dipartimento di Salute Mentale della ASL guidare i medici di medicina generale verso l’uso della ricetta sociale e, dall’altro, offrire agli psicologi percorsi formativi, mirati all’ applicazione della Drammaterapia Integrata. Promuoviamo inoltre la collaborazione con i musei nella messa a punto coordinata di percorsi interattivi che fungano da stimolo per i nostri laboratori. In questo modo la cooperazione tra sanità, arte e cultura diventa una rete solida e un reale strumento di benessere comunitario.
Avete scelto di affiancare al convegno una mostra realizzata con un liceo e laboratori dedicati ai centri di formazione professionale. Perché coinvolgere direttamente i giovani in questo percorso? Ed in che modo le attività espressive e artistiche possono diventare un fattore di prevenzione?
I giovani sono stati i veri protagonisti dell’iniziativa, perché il progetto è nato per rispondere ai dati allarmanti che si registrano su tutto il territorio nazionale, ma in particolare nel Lazio, regione ai vertici per il ritiro sociale cronico, le dipendenze digitali che colpiscono oltre l’11% dei ragazzi e il consumo di psicofarmaci sotto i 18 anni più alto d’Italia. Attraverso la partecipazione a laboratori dedicati al tema delle mani, l’allestimento di una mostra, la produzione di un video e di un articolo, gli studenti del Liceo Artistico San Giuseppe di Grottaferrata hanno approfondito il significato delle mani, donandoci bellissime opere e significative riflessioni: una studentessa, per esempio, ha definito questa riscoperta come un “atto di ribellione poetica” contro la freddezza degli schermi. Nei laboratori rivolti ai Centri di formazione professionale Capodarco e Nathan, le nostre proposte di mediazione artistica hanno messo al centro la fragilità, permettendo ai ragazzi di incontrarsi, superando le barriere delle parole. Abbiamo proposto attività che fanno prevenzione perché rompono il rischio di isolamento digitale, relazionale e sociale. Toccare e modellare materiali veri, riscoprire il contatto con l’altro, obbliga a rispettare i tempi della realtà, accettare l’errore e trasformare l’ansia in un gesto creativo anziché in un atto distruttivo o autodistruttivo.
Nel vostro approccio il paziente, o più in generale la persona, non è solo destinatario di un intervento, ma protagonista di un processo creativo. Quanto conta questa partecipazione attiva nei percorsi di salute e inclusione?
La partecipazione attiva cambia tutto perché trasforma la cura da un trattamento passivo a un’esperienza viva e personalizzata, volta a sollecitare e potenziare la creatività come risorsa fondamentale per affrontare il disagio. Nel nostro format di welfare culturale integrato, l’utente diventa protagonista tramite la “narrAZIONE“, un approccio che favorisce l’espressione globale e lo sblocco di emozioni profonde grazie all’attivazione di tutti i canali sensoriali. L’uso della creatività consente alla persona di abbandonare il ruolo di utente passivo, perché chi partecipa impara a rileggere il proprio problema da nuovi punti di vista e ad assumere uno sguardo aperto a molte nuove opportunità. Questo coinvolgimento diretto ed espressivo è l’elemento chiave che trasforma l’intervento clinico in un vero cammino di risocializzazione e di inclusione.
In questo modello il supporto tecnologico gioca un ruolo centrale. In che modo è possibile capovolgere la funzione “isolante” dello strumento digitale?
Nel nostro modello la tecnologia viene inserita in un ecosistema strutturato, dove la ricetta sociale del medico viene accolta da uno Sportello psicologico digitale con funzione di Link Worker. Questo servizio orienta l’utente verso percorsi differenziati per complessità, che possono essere individuali, digitali o in presenza, fino ad attività espressive di gruppo. Questa architettura si avvale della partnership con due piattaforme messe a punto da DNM e Eikon, entrambe Società Benefit Srl, nate dal lavoro pionieristico dell’antropologa Cristina Cenci. In particolare PsyDit si occupa di metodi narrativi innovativi e CuraPerMe di terapie integrate con la consulenza scientifica del Policlinico Gemelli. Grazie all’attivazione di questo ecosistema di cura, lo strumento digitale diventa un canale di aggancio sicuro e accessibile, una porta virtuale per intercettare il giovane nel suo contesto e accompagnarlo gradualmente a riprendere la relazione e il contatto reale.
Che ruolo possono avere scuole, musei, teatri e centri culturali nella costruzione di un welfare che non si limiti all’assistenza, ma promuova benessere e partecipazione?
Questi luoghi hanno l’opportunità di valorizzare la propria funzione naturale per diventare presidi di salute attiva sul territorio. La scuola, che è già lo spazio fondamentale in cui i ragazzi sperimentano e costruiscono la propria identità, trova un valore aggiunto integrando i laboratori artistici partecipati come risorsa per prevenire il disagio e accrescere il benessere psicofisico, trasformando anche i percorsi di Formazione Scuola Lavoro in una preziosa opportunità di prevenzione, orientamento e crescita. Allo stesso modo, intendiamo collaborare strettamente con i servizi educativi dei musei per riconoscere e dare un esplicito valore di cura alle attività esperienziali e sensoriali che loro già svolgono quotidianamente. Portando i luoghi di cultura verso questa nuova dimensione di cura condivisa, tutti questi spazi possono aiutare a costruire legami basati sull’empatia e sulla collaborazione, accogliendo anche le fragilità all’interno della comunità.
Si parla sempre più spesso di “prescrizione sociale”, cioè della possibilità che medici e operatori sanitari indirizzino le persone verso attività culturali, artistiche o di comunità come complemento ai percorsi di cura. Quali potenzialità vede in questo approccio e pensa che possa diventare uno strumento concreto anche nel sistema sanitario italiano?
Le potenzialità per affrontare l’isolamento sociale in molte categorie, dagli anziani soli a chi vive forme di marginalità o disagio psichico, sono enormi, anche grazie alla solida base istituzionale del Protocollo nazionale siglato ad aprile 2026 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute e alle sperimentazioni nate in regioni come Piemonte, Lombardia, Trentino e Toscana, per citarne solo alcune. Dal punto di vista operativo parliamo di una procedura nuova e fortemente innovativa, e siamo consapevoli che realisticamente ci vorrà del tempo affinché diventi una pratica consolidata e quotidiana nel nostro sistema sanitario, sebbene sia un approccio che porta con sé anche importanti vantaggi economici, poiché riduce la pressione sugli ospedali, l’uso di psicofarmaci e la spesa sanitaria pubblica. Tuttavia si tratta di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, come la scuola, il comune, la sanità e i musei a un radicale cambio di paradigma e il dialogo iniziato con il nostro evento si è voluto muovere proprio in questa direzione. Il nostro progetto pilota nel territorio romano vuole rappresentare un esempio concreto dell’efficacia di questo strumento innovativo, iniziando ad applicarlo con un target specifico, per migliorare il benessere tra i giovani.
Guardando al futuro, quali sono i primi sviluppi del progetto “La vita nelle mani”?
I prossimi passi sono concreti: in partnership strategica con l’APS Save the Family, abbiamo candidato un progetto sistemico per il bando regionale Comunità Solidali 2026. L’esito positivo del bando potrebbe rappresentare per noi un significativo acceleratore, ma l’apprezzamento delle istituzioni ha già consolidato una rete d’eccellenza solida e potenzialmente operativa, pronta a muoversi eventualmente anche in altre direzioni per intercettare ulteriori forme di finanziamento. Il consenso ricevuto garantisce la continuità della nostra azione per attivare comunque il progetto pilota nel IX Municipio di Roma, grazie alla sinergia formata dallo stesso Municipio, dal Distretto IX della ASL Roma 2, dal Museo delle Civiltà e della Direzione Regionale Musei Statali del Lazio. L’obiettivo resta applicare sul campo questo ecosistema contro il ritiro sociale tra i giovani e contemporaneamente riuscire a lanciare un programma di alta formazione in Drammaterapia Integrata per psicologi, psicoterapeuti e artiterapeuti.
Immagina infine che esperienze come “La vita nelle mani” possano diventare un modello replicabile a livello nazionale?
Certamente, l’intero progetto è strutturato come uno studio pilota per essere esportato in altri territori comunali, regionali nazionali, dato che questo modello è pensato per i giovani ma può essere applicato con successo a qualsiasi tipo di target sociale. La prima mossa per diffonderlo è la pubblicazione del volume monografico “La vita nelle mani: tra relazione, tradizione e creatività”, che raccoglie gli atti del Convegno e le esperienze svolte tra ottobre 2025 e maggio 2026 presso La Vaccheria. In caso di attivazione del nuovo progetto, partirà invece una ricerca apposita, grazie al monitoraggio dell’Università di Tor Vergata e dell’Osservatorio Interuniversitario Parità di genere per trasformare la nostra sperimentazione in linee metodologiche replicabili.
CDI narrAZIONI – Centro di Drammaterapia Integrata rappresenta un team d’eccellenza composto da professionisti specializzati nella cura clinica, nella sanità digitale, nel terzo settore e nel welfare culturale. Attraverso lo sviluppo e l’applicazione della Drammaterapia Integrata — metodo scientifico basato sull’unione di tecniche psicocorporee, analisi bioenergetica, arti terapie e approcci narrativi — il team progetta e valida percorsi di cura personalizzati sia in presenza che da remoto. Forte di studi pilota già pubblicati su prestigiose riviste internazionali come Frontiers, CDI narrAZIONI opera in sinergia con istituzioni pubbliche, università e aziende sanitarie per trasformare la mediazione artistica e la prescrizione sociale in strumenti stabili, sostenibili e misurabili di salute pubblica.
