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IL MEDICO SOCIAL: CURARE AI TEMPI DEL DIGITALE. TU CHE NE PENSI?

22 Dicembre 2025

Dalla sala visite ai feed di Instagram, dai congressi scientifici ai video su TikTok: la figura del medico “social” è ormai una realtà consolidata. Sempre più professionisti della salute utilizzano le piattaforme digitali per informare, educare e dialogare con i cittadini. Ma tra opportunità e rischi, la presenza online dei medici solleva interrogativi etici, professionali e comunicativi. Per capire come la professione medica stia cambiando nell’era digitale, abbiamo rivolto alcune domande direttamente ai medici, raccogliendo pareri, esperienze e riflessioni diverse tra loro. Dalle raccomandazioni della FNOMCeO al rapporto tra divulgazione e branding personale, dal contrasto alle fake news ai confini tra vita privata e professione sui social, emerge un quadro complesso, in cui la comunicazione online non è più un’opzione marginale, ma una competenza sempre più centrale nel prendersi cura delle persone.

Cristina Passadore, ginecologa

Sono una ginecologa libera professionista di Milano. L’anno scorso ho aperto una pagina Instagram professionale che mi consente di avere visibilità e aumentare i miei contatti. La uso a scopo divulgativo sperando di dare qualche aiuto veloce alle pazienti. Ritengo che gi Ordini abbiano una visione vecchia e superata della nostra professione per cui dovrebbero fare un bagno di umiltà e rinnovarsi. La classe medica ormai ha altre dinamiche di relazione con i pazienti che prevede anche reclamizzare prodotti per la salute sul web. Invece che dormire della quarta, come stanno largamente facendo, gli Ordini dovrebbero ormai consentirle in maniera regolamentata e in modo che non squalifichi la dignità e la professionalità della categoria. Serve una bella sveglia!

Maurizio Massarini, neurologo

Utilizzo il digitale da oltre 30 anni e trovo sorprendenti i passi fatti negli ultimi 3-4 anni. Il mondo social mi è di grande utilità nel mio lavoro sia come terapie farmacologiche e confronti su collateralità farmacologiche che nella ricerca. Tuttavia l’uso improprio, ove chiunque può accedere a quello che scherzando chiamavamo “dr. Google”, oggi è diventato purtroppo incontrollabile e crea pasticci e problemi a molti pazienti. Questo deve spingere noi medici a confrontarci ed in particolare ad essere sempre più aggiornati per rispondere al meglio ai pazienti, quando vogliono “dimostrarci” la loro conoscenza e “sostituirsi” a noi professionisti. Infine trovo molto utile l’uso dell’IA.

Carlo Minervini, medico di medicina generale

Dopo quasi mezzo secolo di lavoro ho verificato che non c’è barba di “social” o di IA che possa sostituire il contatto umano diretto: tono di voce, sguardo, atteggiamento, espressioni non verbali e tanto altro ci dicono molto di più di quanto possa comunicare uno smartphone sulla salute e lo stato d’animo del paziente, in modo da poter far pazientemente capire perché, per esempio, la notizia presa da internet è in realtà una stupidaggine; il nostro modo di comunicare con il paziente va adattato alla capacità di comprensione della persona che abbiamo di fronte, e per questo un buon cervello biologico è molto meglio di un ottimo cervello elettronico!

Laura Minguell del Lungo, anestesista

Condivido le raccomandazioni della FNOMCeO sull’uso dei social media, mi paiono dettate dal buon senso. Possono coesistere divulgazione sanitaria e branding personale in linea teorica, secondo me. Ma l’equilibrio tra queste due attitudini apparentemente in contrasto è lasciata al criterio del singolo, per cui esiste sempre il rischio che l’equilibrio non venga raggiunto. Mi ricordo il caso di un medico belloccio (che credo fosse dermatologo o medico estetico) che su Facebook, in pieno Covid, condannava l’uso delle mascherine e tacciava di allarmisti folli quelli che raccontavano la pandemia. Raccogliendo, ovviamente, migliaia di consensi tra i vari negazionisti, novax e vattelapesca. Credo che la rete sia un luogo sempre più pericoloso e oscuro, in cui gli inesperti e semianalfabeti digitali come me si muovono a tentoni. Se già prima era difficile contrastare le fake news, ora lottare contro l’intelligenza artificiale è iniquo. Credo che il singolo medico abbia ben poche armi, se non quelle di fare in scienza e coscienza il proprio mestiere e divulgare secondo principi deontologici ed etici. Se esistano limiti netti tra professione e vita privata dipende dal singolo, da come imposta il proprio profilo e la propria attività social e web. Da cosa ne vuole fare. Da che tipo di utenti vuole attrarre. Da cosa vuole ricavare. Che poi piaccia o meno dipende dai gusti. Alla fine diventa un discorso di marketing. Comunque non ci vedo niente di male che un collega possa trarre benefici economici dalla propria attività online, del resto siamo lavoratori come tutti gli altri. Nessun broker lavora per beneficenza, nessun cassiere lavora per vocazione. Sempre quando, però, lo si faccia in scienza e coscienza e, in riferimento alla vita privata, questo vale anche per lo sfruttamento dell’immagine di minori – i propri figli- sui social, cosa che dovrebbe essere proibita per legge.

Massimo Lanzaro, psichiatra

Tendenzialmente condivido le linee guida della FNOMCeO, ad esempio concordo sul fatto che sia molto importante avere un profilo personale e uno professionale separati e ben distinti sui social media, in modo da riflettere la condotta deontologica nella realtà, per così dire. Inoltre è importante dichiarare quando si parla a titolo personale e non per l’istituzione di appartenenza. Divulgazione sanitaria e branding personale possono coesistere se anche attraverso il branding si diffondono solo informazioni scientificamente valide, gestendo con prudenza le richieste di amicizia dei pazienti, sempre nel rispetto del segreto professionale. I medici possono e dovrebbero sempre fornire informazioni chiare e basate su evidenze scientifiche aggiornate ai pazienti. È auspicabile che i professionisti stiano attivamente sui social media e altre piattaforme online per correggere informazioni errate, rispondere a domande e chiarire i dubbi. Purtroppo ancora oggi mi vengono chieste cose basilari che le persone ignorano, come ad esempio: che differenza c’è tra uno psicologo e uno psichiatra? Forse i social media dovrebbero aiutare a contrastare anche questa incredibile mancanza di semplici informazioni, che potrebbero essere più deleterie delle fake news. Infine esistono limiti chiari tra professione e vita privata sui social e questi limiti possono variare a seconda delle politiche aziendali e delle leggi locali. I professionisti, in particolare quelli nel campo della salute, devono mantenere la privacy dei loro pazienti. Le informazioni personali e confidenziali non possono ovviamente essere condivise sui social media. Un comportamento corretto del medico implica evitare contenuti offensivi, controversi o inadeguati che potrebbero danneggiare la loro reputazione o quella della loro professione. Come scrittore, so che i post “promozionali” concernenti le mie opere sui social media possono rimanere online a lungo e influenzare la percezione pubblica. Per questo devo essere sempre consapevole delle conseguenze della loro pubblicazione e degli eventuali commenti. In sintesi, mentre i social media offrono opportunità per la comunicazione e il networking, è essenziale stabilire e rispettare confini chiari tra vita privata e professionale per mantenere l’integrità e la reputazione.

Giulio Maria Pedone, primario ospedaliero

Il mio parere su quanto richiesto può innanzitutto condensarsi nel principio che attenersi all’etica professionale già sia la risposta cardine. Detto questo, non mi pare che la FNOMCeO sia nella posizione di poter esprimere linee di consiglio etico dopo ciò che ha combinato solo pochi anni fa. Ritengo il branding personale cosa di poco gusto e molta supponenza, per cui lo limiterei a spot di tipo pubblicitario ma non certo inserendolo in una narrazione divulgativa di tipo sanitario. Capitolo fake news: anche qua, non mi pare che nessuno degli attori “ufficiali” in campo scientifico possa ritenersi un caposaldo di verità. Anche perché dovrebbe prima dimostrare la sua mancanza di conflitti di interessi e qua, dopo 50 anni di esperienza, la vedo dura. Per le pseudo-terapie non mi affannerei troppo: non ne è mai sopravvissuta una dopo solo pochi anni. Se sopravvivono e restano seguite, a volte hanno invece una reale efficacia.

Donatella Amico, pneumologa

L’utilizzo dei social media ha modificato in modo significativo il rapporto tra medici e pazienti. Se da un lato i social possono rappresentare uno strumento utile di informazione e educazione sanitaria, dall’altro possono favorire richieste improprie, pressioni comunicative e aspettative non realistiche. Ma i social media non sono canali idonei per la valutazione clinica, la formulazione di diagnosi o la gestione di problemi di salute individuali. Definire confini chiari non equivale a distanza o disinteresse, ma rappresenta una tutela del tempo professionale, della responsabilità medica e del paziente stesso, che ha diritto a risposte fornite nel contesto appropriato e con strumenti adeguati. Se utilizzati correttamente, i social possono facilitare il lavoro dei medici, contribuendo alla diffusione di informazioni basate su evidenze, al contrasto della disinformazione e al miglioramento della consapevolezza dei pazienti. La comunicazione digitale, per essere efficace e sicura, deve affiancare e non sostituire la relazione di cura, nel rispetto dei ruoli, dei tempi e delle competenze professionali.

Daniela Messineo, dirigente medico e prof.ssa universitaria

C’è una frase che torna spesso quando si parla di medici e social network: “Non è il nostro posto”. Ma dietro, a volte, c’è anche qualcosa di molto umano: la paura del nuovo, e perfino la paura di esporsi come persona, prima ancora che come professionista. I pazienti cercano risposte dove trovano tempo e accesso immediato: sullo schermo, in tasca, tra una notifica e l’altra. Possiamo restare fuori e lasciare che parlino altri, più semplici o più spregiudicati, oppure entrare con consapevolezza. Perché i social non sono un palco neutro: mettono in gioco identità, tono, vulnerabilità, e questo può spaventare. Eppure proprio qui sta la scelta: usare lo strumento come un bisturi, con criterio. Il criterio, oggi, è riconoscere l’ambivalenza: promessa e rischio, luce e ombra. Non è cinismo: è igiene. E forse è anche il modo più maturo di salutare ieri, senza restarne prigionieri, e di abitare il nuovo senza farsene travolgere. Usiamo questi strumenti. Ma facciamolo con il coraggio della misura, con la disciplina dell’etica, con la pazienza della scienza. E soprattutto con la certezza che, anche nell’era degli algoritmi, la medicina resta un incontro tra persone.

Rocco Cacciacarne, psicoterapeuta

Condivido le raccomandazioni della FNOMCeO e le renderei ancor più cogenti. Già con le attuali normative, un Medico può solo fornire informazioni sanitarie e non farsi pubblicità. Il branding personale può essere reso di pubblico dominio, ma a condizione che risponda fedelmente ai rigori della Scienza corrente; il Medico individualmente non può contrastare le fake news né le pseudo terapie, ma denunciarle ad un Organo di Vigilanza superiore. Infine ritengo che nella Professione del Medico non trovi spazio alcun comportamento privato privo di morigeratezza e correttezza morale.