20 Gennaio 2026 ![]()
Quando una depressione non migliora nonostante trattamenti considerati “adeguati”, la conclusione più frequente è che si tratti di depressione resistente al trattamento (Treatment-Resistant Depression, TRD). Pur trattandosi di una definizione operativa chiara e facilmente applicabile, il concetto di TRD è oggi oggetto di una crescente revisione critica nella letteratura internazionale. Autori di riferimento come McAllister-Williams, Vieta e Rush discutono da anni i limiti di un modello centrato quasi esclusivamente sul “conteggio” dei fallimenti farmacologici e la necessità di un inquadramento più ampio e clinicamente utile. In questa stessa direzione si colloca, nel contesto italiano, i lavori del ricercatore e clinico Walter Paganin, psichiatra e PhD in Neuroscienze, che recentemente in un contributo pubblicato su Frontiers in Psychiatry è ritornato a proporre un ripensamento del modello di cura, spostando l’attenzione dalla presunta “resistenza” del paziente alla complessità dei fattori che rendono la depressione difficile da trattare e alla necessità di esiti centrati su funzionamento, qualità della vita e cognizione.
Secondo il Dott. Paganin in una quota significativa di persone i sintomi depressivi persistenti non indicano tanto un fallimento delle terapie in sé, quanto un mismatch tra i trattamenti offerti e i meccanismi biologici, psicologici e sociali che sostengono la sofferenza di quello specifico individuo. In altre parole, ciò che viene spesso interpretato come insuccesso terapeutico può riflettere un limite del modello di cura, che tende a ripetere strategie simili, cambio di antidepressivi, aumento dei dosaggi, combinazioni farmacologiche, senza una reale riformulazione del problema clinico e senza dare priorità agli esiti che contano davvero per i pazienti: funzionamento quotidiano, qualità della vita e capacità cognitive.
Antidepressivi: una storia di scoperte casuali che interroga il presente
Per comprendere perché questo ripensamento sia necessario, è utile guardare alla storia degli antidepressivi. I primi farmaci efficaci, come l’iproniazide e l’imipramina, furono scoperti per serendipità, non sulla base di una teoria eziologica della depressione. Solo successivamente, le loro azioni cliniche furono inquadrate all’interno di modelli biologici, in particolare quello monoaminergico. Questa storia non sminuisce l’utilità degli antidepressivi, ma mette in luce un punto cruciale: la farmacoterapia moderna della depressione non nasce da una piena comprensione delle cause del disturbo. Il problema emerge quando questi modelli, nati per spiegare effetti osservati, diventano rigidi e resistenti alla revisione, trasformandosi in routine cliniche poco sensibili alla complessità dei pazienti reali.
Perché la TRD non basta più: il valore clinico della depressione difficile da trattare
È in questo contesto che si inserisce il concetto di depressione difficile da trattare (Difficult-to-Treat Depression, DTD). A differenza della TRD, che riduce la complessità a un esito farmacologico, la DTD pone l’accento sul carico sintomatologico persistente, sulla disabilità e sul deterioramento del funzionamento, nonostante sforzi terapeutici ragionevoli. Questa prospettiva è stata formalizzata in un consenso internazionale e trova ulteriore supporto nei lavori di Paganin, che sottolineano come la DTD consenta di integrare dimensioni spesso marginalizzate negli algoritmi standard: comorbilità mediche e psichiatriche, storia di trauma, contesto sociale, aderenza ai trattamenti, effetti collaterali, andamento longitudinale e obiettivi di vita del paziente. Il vantaggio principale è evitare etichette colpevolizzanti come “non responder” e favorire un approccio realmente centrato sulla persona.
Il peso invisibile sulle famiglie: il burden come variabile clinica
Un elemento centrale, spesso trascurato nel modello TRD, è il burden che grava sulle famiglie e sui caregiver dei pazienti con depressione difficile da trattare. Nei quadri cronici o instabili, il carico non è solo emotivo: include assistenza quotidiana, impatto economico, riduzione della vita sociale, stress cronico e, non di rado, lo sviluppo di ansia, depressione o burnout nei caregiver. Il modello DTD rende questo aspetto clinicamente visibile e rilevante. Il burden familiare non è un semplice effetto collaterale della malattia, ma una variabile attiva che può influenzare l’aderenza alle cure, l’andamento dei sintomi e il rischio di cronicizzazione. Integrare questa dimensione significa promuovere interventi a 360 gradi: valutazione sistematica del carico familiare, psicoeducazione, supporto psicologico ai caregiver e modelli di cura condivisi tra servizi e contesto di vita.
Ridurre lo stigma e aprire il dibattito sull’innovazione delle cure
C’è anche una ricaduta culturale importante. Definire una depressione come “resistente” può rafforzare narrazioni stigmatizzanti di incurabilità o fallimento, che colpiscono pazienti e famiglie. Il modello della DTD propone una narrazione meno colpevolizzante, che riconosce la complessità della malattia e favorisce una maggiore alleanza terapeutica. Secondo le ricerche del Dott. Paganin, la transizione da TRD a DTD non è solo un cambiamento terminologico, ma un invito ad aprire un dibattito più ampio tra ricercatori, clinici, decisori sanitari e cittadini su come innovare le strategie di trattamento, i modelli assistenziali e la formazione degli operatori. Un passaggio necessario per migliorare gli esiti clinici, funzionali e di qualità della vita e per ripensare la salute mentale come un ambito che riguarda non solo i sintomi, ma le persone e le loro relazioni.
Front. Psychiatry, 14 January 2026
Sec. Mood Disorders
Volume 16 – 2025 | https://doi.org/10.3389/fpsyt.2025.1733678
Di Walter Paganin – psichiatra e PhD in Neuroscienze. Lavora in ambito clinico e di ricerca occupandosi prevalentemente di disturbi dell’umore, con particolare attenzione alla depressione difficile da trattare (Difficult-to-Treat Depression, DTD). La sua attività scientifica si concentra sull’integrazione tra modelli biologici e psicosociali, sui biomarcatori infiammatori della depressione, sulle terapie personalizzate e sull’impatto dei trattamenti sul funzionamento cognitivo e sulla qualità della vita. È autore di numerosi articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali peer-reviewed e collabora con servizi di salute mentale territoriali, con un interesse specifico per i modelli di cura integrati e centrati sulla persona.
