26 Febbraio 2026 ![]()
di Daniela Messineo, medico radiologo
Il nesso tra ambiente e salute non è più un capitolo “aggiuntivo” della medicina: sta diventando un asse strutturale della pratica clinica e dell’organizzazione dei servizi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ricorda che il cambiamento climatico sta già contribuendo a emergenze umanitarie legate a ondate di calore, incendi, alluvioni e tempeste, e stima che tra il 2030 e il 2050 potrebbe causare circa 250.000 morti aggiuntivi ogni anno (per malnutrizione, malaria, diarrea e stress termico, tra gli altri fattori). In questo scenario, la posizione del medico assomiglia sempre più a quella di un “portatore di strumenti”: strumenti diagnostici, terapeutici, organizzativi e informativi messi a disposizione dalla scienza e dalle istituzioni. Ma proprio perché gli strumenti aumentano, cresce anche il bisogno di una bussola relazionale: il rapporto di fiducia con le persone. Senza fiducia, anche la migliore evidenza rischia di restare inerte; senza ascolto, la prevenzione non “attecchisce”; senza continuità, la vulnerabilità diventa invisibile.
Come stanno cambiando i bisogni di salute di fronte agli effetti del clima? Il cambiamento più evidente riguarda il caldo estremo. L’OMS sottolinea che lo stress da calore è la principale causa di morte legata al meteo e che può aggravare patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, oltre a incidere sulla salute mentale e rischio di incidenti. I dati europei mostrano un carico già oggi impressionante: uno studio in Nature Medicine ha stimato 61.672 decessi correlati al caldo in Europa nell’estate 2022; un secondo lavoro ha stimato 47.690 decessi nel 2023; e un’analisi successiva ha stimato 62.775 decessi nel 2024 (con intervalli di confidenza riportati dagli autori). Non si tratta solo di “patologie acute”: il caldo agisce come moltiplicatore di rischio, peggiora le malattie croniche, aumenta la fragilità e mette sotto pressione la rete territoriale (anziani soli, persone con disabilità, lavoratori esposti).
Accanto al caldo, crescono bisogni legati a eventi estremi (traumi fisici e psicologici, interruzioni di cure), alla qualità dell’aria e ai rischi infettivi. L’IPCC, nella valutazione AR6, suggerisce con una confidenza molto alta che le malattie e le morti premature legate al clima stanno aumentando e che le minacce per la salute mentale e il benessere stanno aumentando. L’OMS esplicita che il cambiamento climatico può indurre effetti immediati sulla salute mentale (ansia, stress post-traumatico) e disturbi più duraturi, attraverso spostamenti forzati e la disgregazione sociale. Sul fronte delle malattie trasmesse da vettori, l’OMS ricorda che queste patologie rappresentano oltre il 17% di tutte le malattie infettive e causano oltre 700.000 decessi annui a livello globale. In Europa, l’ECDC documenta che Aedes albopictus è ormai stabilmente presente in gran parte del continente; nel 2025 segnala casi autoctoni di dengue anche in Italia (oltre che in Francia). Per il clinico, questo significa dover aggiornare l’anamnesi ambientale e il “calendario mentale” delle possibili diagnosi, ma anche ripensare il follow-up dei fragili nelle stagioni ad alto rischio.
Il sistema sanitario e la medicina territoriale sono pronti?
La risposta, se si guarda alle evidenze di preparedness, è: in parte sì, ma in modo disomogeneo e ancora insufficiente rispetto alla velocità del rischio. Il dato più utile è che l’adattamento funziona, ma non basta: lo studio su Europa 2023 stima che la mortalità correlata al caldo sarebbe stata circa l’80% più alta in assenza dell’adattamento “attuale” (con un effetto particolarmente rilevante negli ultraottantenni). Tuttavia, la preparazione organizzativa non è uniforme. Un quadro sintetico proviene dall’European Environment Agency (EEA) e dall’Osservatorio europeo clima-salute: nel 2024, 21 dei Paesi EEA-38 avevano piani d’azione caldo-salute (Heat-Health Action Plans) e altri erano in fase di sviluppo; l’EEA sottolinea inoltre le differenze tra sorveglianza, allerta e capacità di valutare gli interventi.
Qui emerge il punto della medicina territoriale: il caldo non “arriva” come un singolo paziente in pronto soccorso, ma come un’onda che attraversa domicili, RSA, quartieri ad alta densità e famiglie fragili. La preparedness, quindi, non è solo un protocollo ospedaliero: è un sistema di continuità assistenziale, di sorveglianza proattiva e di alleanza con i servizi sociali e le comunità. E richiede la capacità di riconoscere nuove vulnerabilità (isolamento, povertà energetica, lavoro all’aperto) che spesso non compaiono nella cartella clinica.
Se il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore di rischio, il radiologo del distretto testa-collo ne osserva le manifestazioni morfologiche e funzionali. L’aumento delle temperature e il peggioramento della qualità dell’aria si riflettono in una crescita delle patologie flogistiche croniche e allergiche delle alte vie aero-digestive, che richiedono un imaging sempre più preciso per distinguere tra riacutizzazioni ambientali e patologie neoplastiche. Nelle ondate di calore estremo, che colpiscono duramente gli ultraottantenni, il radiologo è chiamato a identificare precocemente complicanze vascolari o infettive che lo stress termico può precipitare.
L’insorgenza di casi autoctoni di dengue o di altre malattie trasmesse da vettori impone una nuova vigilanza diagnostica: quadri radiologici atipici (come linfoadenopatie cervicali o manifestazioni neurologiche correlate) devono essere letti attraverso un “calendario mentale” aggiornato e un’anamnesi ambientale integrata. In linea con la difesa dell’appropriatezza, come indicata nel documento, il radiologo deve promuovere un uso delle risorse che riduca il sovrautilizzo. Scegliere l’esame giusto non è solo una questione di qualità clinica, ma anche una forma di responsabilità verso l’impronta del sistema sanitario sul pianeta.
La formazione medica prepara davvero al legame tra clima, ambiente e salute? La domanda non riguarda “aggiungere un modulo”, ma incorporare competenze. Un lavoro su PLOS Climate propone un set di competenze di base per preparare i professionisti sanitari alla crisi climatica, che comprende conoscenze sugli impatti sanitari, competenze cliniche “climate-informed”, comunicazione del rischio, equità e advocacy professionale. Sul piano regolatorio, esempi concreti mostrano che l’integrazione è possibile: nel Regno Unito, il documento “Outcomes for graduates” del General Medical Council (2020) include esplicitamente la capacità di applicare le conoscenze di salute della popolazione e di “sustainable healthcare” nella pratica medica. Anche la letteratura propone obiettivi formativi più strutturati: su The Lancet Planetary Health sono stati pubblicati learning objectives per la planetary health che includono scienza del clima, determinanti ecosistemici e competenze applicative. La distanza, oggi, è soprattutto tra indicazioni e implementazione: curricula, tirocini e formazione continua devono trasformare la conoscenza in capacità operative (triage del rischio di caldo, counselling mirato, lettura critica dei dati ambientali, collaborazione con la sanità pubblica).
Quale ruolo hanno i medici nella prevenzione e nella sensibilizzazione? Il ruolo non è sostituirsi alle politiche climatiche, ma portare la salute nel discorso pubblico e il contesto ambientale nel ragionamento clinico. La World Medical Association invita i medici a sostenere l’inclusione della salute nel dibattito sul clima e a promuovere l’attuazione efficace degli impegni internazionali, riconoscendo il peso documentato degli impatti sanitari. In ambulatorio, la prevenzione significa anche tradurre il rischio in azioni realistiche: piani personalizzati per i fragili durante le ondate di calore; attenzione ai farmaci e alle comorbidità che aumentano la vulnerabilità; educazione sull’idratazione, sull’esposizione e sui segnali di allarme; valutazione del contesto abitativo; raccordo con caregiver e servizi. Ma la prevenzione, oggi, significa anche difendere l’appropriatezza: ridurre gli sprechi e il sovrautilizzo non per moralismo ambientale, bensì perché l’appropriatezza è qualità clinica e, spesso, riduce anche l’impronta del sistema.
Qui si innesta il tema degli “occhiali” con cui guardiamo la realtà. La crisi climatica amplifica le paure dell’ignoto, le polarizzazioni e la disinformazione: il paziente può oscillare tra la negazione (“non mi riguarda”) e il catastrofismo paralizzante. La fiducia diventa allora una tecnologia invisibile ma decisiva. Una meta-analisi su PLOS ONE (2017) indica che una maggiore fiducia nei confronti del professionista sanitario è associata, in media, a comportamenti più favorevoli, meno sintomi, una migliore qualità di vita e una maggiore soddisfazione (pur con possibili bias nelle evidenze disponibili). E la continuità di relazione non è nostalgia: uno studio su dati di oltre 10 milioni di consulti in primary care inglese collega la continuità con il “regular doctor” a benefici in termini di produttività clinica e di gestione della domanda, suggerendo il valore sistemico della relazione stabile. Sullo sfondo, la filosofa Onora O’Neill parla di “culture of suspicion”: quando la società scivola nella sospettosità, la fiducia non si ottiene con slogan, ma con comunicazione verificabile, chiarezza su limiti e incertezze, e responsabilità professionale.
È la paura più grande: la fine della vita. In clinica, la dimensione ambientale non cancella la finitudine: la rende più visibile, talvolta più improvvisa (ondate di calore, disastri), e più intrecciata con vulnerabilità sociali. La filosofia antica mira a disinnescare la paura: Epicuro scrive: “Death is nothing to us”. E la tradizione che passa per Platone arriva a Cicerone: “to philosophize is to learn how to die”. Tuttavia, la medicina non può fermarsi alla formula: deve restare accanto alla persona quando l’ignoto diventa concreto. L’OMS definisce le cure palliative come un approccio che migliora la qualità di vita di pazienti e famiglie di fronte a malattie inguaribili, prevenendo e alleviando la sofferenza con l’identificazione precoce e trattamento di problemi fisici, psicosociali e spirituali. Cicely Saunders ha dato un nome clinico a questa complessità, parlando di “total pain”, un dolore che comprende dimensioni fisiche, psicologiche, sociali e spirituali. In Italia, la Legge 219/2017 su consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento istituisce un quadro in cui relazione, informazione e rispetto dell’autodeterminazione diventano parte della buona cura. Qui il rapporto fiduciario è una condizione di possibilità: senza fiducia, le scelte di fine vita si riducono a burocrazia o conflitto; con fiducia, possono diventare un percorso condiviso, realistico e umano.
La crisi climatica spinge la medicina verso un doppio movimento. Da un lato: più strumenti, più dati, più modelli organizzativi (piani caldo-salute, sorveglianze, percorsi di adattamento). Dall’altro: una riscoperta della relazione come infrastruttura clinica. In un’epoca in cui l’ignoto fa paura e gli “occhiali” culturali possono distorcere percezioni e decisioni, il medico resta il professionista che tiene insieme tecnica e senso, evidenza e biografia, prevenzione e cura. Hans Jonas formula un imperativo che suona particolarmente attuale: “Act so that the effects of your action are compatible with the permanence of genuine human life”. Portare strumenti è necessario; meritare fiducia oggi è indispensabile.
Bibliografia essenziale
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- World Health Organization. Climate change, heat, and health. Fact sheet (28 May 2024).
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- Laqueur T. (estratto che richiama Cicerone e la tradizione “to philosophize is to learn how to die”, PDF Yale, 2011).
- Jonas H. Imperative of Responsibility (citazione tratta da fonte online).
