Medico-Paziente

LE DIFFICOLTÀ DI ATTENZIONE E CONCENTRAZIONE DEGLI ADULTI AL LAVORO IN CAMPO SANITARIO

7 Gennaio 2026

di Andrea Castiello d’Antonio, Psicologo clinico e Psicoterapeuta. Psicologo del Lavoro e Consulente manageriale

Negli ultimi tempi è emersa la problematica delle difficoltà o dei deficit di attenzione e di concentrazione anche nel mondo del lavoro. C’era da aspettarselo, naturalmente, se non altro considerando che coloro che in età evolutiva, decenni fa, sono stati visualizzati con ADD – Disturbo da Deficit di Attenzione o ADHD – Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, e forme più lievi, limitrofe, sono oggi entrati nel mondo del lavoro. Ma vi è anche da considerare che un numero crescente di professionisti e manager segnala difficoltà nel mantenere alta l’attenzione durante le lunghe ore lavorative, anche a causa di due fattori: la pressione dei tempi e i relativi carichi di lavoro, e il costante utilizzo non discrezionale (cioè obbligatorio) delle nuove tecnologie. Si tratta di un fenomeno che non è da sottovalutare, poiché può compromettere la capacità di eseguire interventi tempestivi, corretti, basati su adeguate riflessioni e ponderazioni, e di qualità adeguata.

A differenza di ciò che molti credono, il mondo variopinto che ruota intorno alla tematica rappresenta una forma di disfunzione e di sofferenza psicologica emersa nella popolazione adulta già da tempo, come mostrano alcuni lavori publicati a metà degli Anni Novanta: ma alcune tracce descrittive di queste situazioni sono reperibili nella letteratura medica fin sul finire del 1700. Si deve anche notare che nel mondo del lavoro la problematica assume mille forme diverse, anche forme lievi, attenuate o miste (cioè, arricchite da altre dimensioni come possono essere ansietà, apprensione, nervosismo, distress e dipendenza da lavoro); in sostanza, fenomeni che si manifestano tecnicamente sottosoglia e non possono essere visualizzati come veri e proprio disturbi.

Sarebbe anche interessante esplorare le eventuali relazioni tra le conclamate manifestazioni ADD e ADHD e la tendenza ad operare in multitasking. Altri elementi da prendere in esame, nello specifico, sono i tempi di lavoro – la necessità di operare per lunghe ore senza pause adeguate – il distress nell’affrontare situazioni di urgenza, il peso di prendere decisioni rapide, e così via.

La fatica mentale è un altro aspetto chiave che può portare a un calo della capacità di concentrazione nel lungo termine soprattutto se unita alla mancanza di sonno e al ritmo frenetico del lavoro. Non a caso il fenomeno del burnout appare legato alla difficoltà di mantenere l’attenzione e di concentrarsi. Le definizioni reperibili nelle versioni del DSM, quinta edizione, fanno riferimento a una situazione persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività che interferisce con il normale funzionamento (o con il normale sviluppo) della persona, con sintomi persistenti che devono avere una durata di almeno sei mesi, interferire con il livello evolutivo, causando un impatto negativo nelle sfere della socialità, dello studio e/o del lavoro. Come in ogni altra classificazione del DSM sono elencati gli indicatori delle due macro-dimensioni, la disattenzione e l’iperattività/impulsività, con l’avvertenza che per la popolazione adulta è richiesta la presenza di un numero soglia definito tra i sintomi elencati, ma notando anche che tali problematiche si presentano spesso in comorbilità.

L’area che è principalmente compromessa dalle diverse forme del AD(H)D è quella delle cosiddette funzioni esecutive, cioè le funzioni intellettive superiori come la pianificazione, l’organizzazione delle attività in vista di un obiettivo, il controllo delle variabili, la concentrazione mentale e l’attenzione verso un oggetto, la prioritizzazione, la consapevole gestione e il controllo del proprio comportamento, del pensiero e delle risposte emotive, la gestione e la processazione delle informazioni, e l’intenzionale sequenza di azioni in vista di un risultato da ottenere. Ma, come in tutti i quadri psicodiagnostici complessi (e non solo) non è detto che tutte queste funzioni siano compromesse, né che tutte o molte lo siano allo stesso grado di gravità, né (ancora) che le compromissioni rilevate oggi siano da ritenersi tutte e sicuramente stabili nel tempo. Ciononostante, va sottolineato che il AD(H)D è ritenuta comunque una patologia di tipo cronico che, se non trattata, ha poche o nulle possibilità di remissione. Inoltre, vi è da notare che le stesse funzioni esecutive sono individuate e catalogate in modo parzialmente differente da parte di diversi studiosi.

Una nota specifica credo che meritino l’introduzione delle tecnologie e la digitalizzazione dei processi che hanno portato con loro – oltre a innegabili vantaggi – anche una notevole frammentazione del lavoro, la sensazione di non avere tempo e di essere del tutto succubi del mezzo/processo tecnologico piuttosto che sentire di poterlo utilizzare in modo attivo e volitivo. In questo quadro si collocano poi le interruzioni del lavoro, la ricezione costante di messaggi su diversi device, lo stesso multitasking a cui si è sospinti e la necessità di prendere decisioni sulla base di informazioni necessariamente non complete e, talvolta, non tutte verificate.Il tecnostress non facilita certamente la vita del manager, del responsabile di unità, o del professionista con AD(H)D che, quindi, può sviluppare con una certa facilità orientamenti ansiosi o depressivi, ma anche disturbi del sonno, disordini alimentari e dipendenza da sostanze, con forti ricadute negative sul contesto sociale e familiare – esattamente come accade al soggetto workaholic.Un manager, un responsabile o un professionista con AD(H)D, o con una problematica molto simile – oppure caratterizzato da alcuni sintomi tipici di questo disturbo – è una persona con cui il rapporto di lavoro può diventare assai complicato, pur se non impossibile. È stato notato che con l’avanzare dell’età tende a decrescere la componente dell’iperattività mentre la disattenzione, l’impulsività e l’impossibilità di riposare e di staccare la spina tendono ad aumentare.

In generale, la persona al lavoro con AD(H)D è distraibile, disattenta, disorganizzata, non finalizzata, spesso in ritardo con i compiti (che procrastina) o impossibilitata a chiudere un compito, sensibile al distress, poco tollerante alla frustrazione, e sofferente di ciò che si definisce mind wandering (il vagabondare della mente). Come è intuibile, lavorare insieme a persone che hanno questa caratteristica, soprattutto se posizionate in un ruolo manageriale, non è semplice dato che diventa complicato ottenere da loro il minimo di concentrazione, di feedback e di attenzione necessarie per dialogare sugli argomenti, per risolvere i problemi o, ancor più in generale, per ragionare con un minimo di tranquillità e logica al fine di giungere a conclusioni che abbiano un senso.

La tematica si inserisce nel quadro della salvaguardia della salute psicofisica del personale sanitario e dell’equilibrio globale della vita personale e sociale, in prospettiva di ciò che sta diventando una sorta di mito: il work-life balance.

La prevenzione dovrebbe muoversi soprattutto nella prospettiva della prevenzione di primo livello, cioè primaria, quindi rivolta, in senso generale, a rendere salubri e sani gli ambienti di lavoro e a rendere compatibili con l’essere umano medio normale (per così dire) le attività che in esso si svolgono. Se, da un lato, è molto utile operare sul tema del clima e della cultura organizzativa, dall’altro la progettazione di processi e sistemi di lavoro, collegati con le rispettive tecnologie – ad esempio, la facilità d’uso delle cartelle cliniche elettroniche – può migliorare notevolmente la vita quotidiana di lavoro. Inoltre, sarebbe buona norma assicurare al personale sanitario più esposto la possibilità di accedere a un supporto psicologico nella forma, ad esempio del counseling psicologico-organizzativo (non necessariamente nella sola forma tipica dell’intervento psicoterapeutico): una modalità che talvolta facilita il soggetto nel superare le perplessità e le ritrosie che si manifestano nel riconoscere di aver bisogno di un aiuto esperto e prendere contatto con il professionista.

Riferimenti bibliografici

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