Medico-Paziente

IL MEDICO SUI SOCIAL: PRESENZA, RESPONSABILITÀ, UMANITÀ

8 Gennaio 2026

Di Daniela Messineo, Professore Associato- presso il Dipartimento di Scienze Radiologiche, Oncologiche ed Anatomo-patologiche dell’Università “La Sapienza” di Roma; Dirigente Medico di I livello presso la Unità Operativa Complessa Radiologia – DAI Medicina Diagnostica e Radiologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I.

C’è una frase che torna spesso quando si parla di medici e social network: “Non è il nostro posto”. Ma dietro, a volte, c’è anche qualcosa di molto umano: la paura del nuovo, e perfino la paura di esporsi come persona, prima ancora che come professionista. I pazienti cercano risposte dove trovano tempo e accesso immediato: sullo schermo, in tasca, tra una notifica e l’altra. Possiamo restare fuori e lasciare che parlino altri, più semplici o più spregiudicati, oppure entrare con consapevolezza. Perché i social non sono un palco neutro: mettono in gioco identità, tono, vulnerabilità, e questo può spaventare. Eppure proprio qui sta la scelta: usare lo strumento come un bisturi, con criterio. Il criterio, oggi, è riconoscere l’ambivalenza: promessa e rischio, luce e ombra. Non è cinismo: è igiene. E forse è anche il modo più maturo di salutare ieri, senza restarne prigionieri, e di abitare il nuovo senza farsene travolgere. Usiamo questi strumenti. Ma facciamolo con il coraggio della misura, con la disciplina dell’etica, con la pazienza della scienza. E soprattutto con la certezza che, anche nell’era degli algoritmi, la medicina resta un incontro tra persone.

C’è una frase che torna spesso quando si parla di medici e social network: “Non è il nostro posto”. Eppure la realtà bussa alla porta con l’insistenza dei tempi nuovi. I pazienti cercano risposte dove trovano tempo, linguaggio e accesso immediato: sullo schermo, in tasca, tra una notifica e l’altra. Possiamo scegliere di restare fuori e lasciare che a parlare siano altri – spesso più rumorosi, più semplici, più spregiudicati. Oppure possiamo entrare, con il passo di chi sa che ogni strumento è un bisturi: utile, potente, ma capace di ferire se usato senza criterio [1,2].

Il criterio, oggi, è uno solo e va detto senza giri di parole: ambivalenza. Ogni mezzo di comunicazione porta con sé una promessa e un rischio. Una faccia luminosa e una in ombra. Non è cinismo: è igiene mentale e professionale. È lo stesso atteggiamento che abbiamo di fronte a un farmaco efficace ma con effetti collaterali, a una procedura che salva ma non è priva di complicanze, a una tecnologia che amplia le possibilità ma richiede competenza e vigilanza.

Quando il mondo cambia canale, la medicina non può restare in silenzio

Non è la prima volta che la crescita culturale e scientifica si appoggia a un mezzo nuovo. Anzi, spesso la crescita accade proprio perché cambia il modo di comunicare. La stampa a caratteri mobili ha reso replicabile il sapere, l’ha sottratto alla rarità, lo ha reso discutibile, confrontabile, correggibile. Senza quel salto, la conoscenza sarebbe rimasta più lenta, più elitaria, più fragile. Con la stampa, la medicina ha imparato a condividere: testi, osservazioni, anatomia, scuole, dibattito [3]. Poi sono arrivati i giornali, le riviste, le “gazzette”: la notizia diventa sistematica, la discussione pubblica si allarga. La comunicazione non è più solo tra specialisti: comincia a essere anche con la società. Il telegrafo ha accorciato distanze che sembravano naturali: le informazioni viaggiano più in fretta delle persone. Il mondo capisce che la velocità della comunicazione cambia la gestione dell’emergenza, delle crisi, delle epidemie, della logistica [4]. La radio e la televisione hanno trasformato la salute pubblica in una narrazione di massa: prevenzione, campagne vaccinali, stili di vita, messaggi che entrano nelle case. E oggi i social: un mezzo che non si limita a trasmettere contenuti, ma modella attenzione, emozioni, fiducia. Un mezzo che non è solo “canale”, ma ambiente. Non dobbiamo idealizzarlo. Né demonizzarlo. Dobbiamo comprenderlo [5,6].

Ambivalenza: il bene che amplifica, il male che accelera

Sul lato positivo, i social possono essere un moltiplicatore di salute:

Educazione sanitaria in linguaggio accessibile, con la capacità di intercettare dubbi reali, non solo domande “da manuale” [6].  

Prevenzione: una buona informazione, nel momento giusto, raggiunge persone che non avrebbero mai aperto un opuscolo o letto una linea guida.

Alleanza: il medico può tornare a essere una figura visibile, non come “influencer”, ma come fonte affidabile, calma, verificabile [1,2].

Contrasto alla disinformazione: non con toni da crociata, ma con pazienza, metodo, esempi, e una comunicazione che non umili chi ha paura [5,6,7].  Sul lato negativo, però, i social possono deformare la professione:

Semplificazione tossica: la medicina ridotta a slogan. “Questo fa male”, “questo guarisce”, “questo è inutile”. Senza contesto, senza probabilità, senza eccezioni [7,8].  

Spettacolarizzazione: la sofferenza trasformata in contenuto, il caso clinico in intrattenimento, il confine tra informazione e esibizione che si assottiglia [2,9].  

Erosione della fiducia: non per colpa della presenza del medico, ma per l’effetto di un ecosistema dove vale ciò che “funziona” emotivamente, non ciò che è vero [5,7,8].

Rischi etici e legali: privacy, identificabilità indiretta, consigli personalizzati travestiti da divulgazione [2,9,10].

E poi c’è una trappola più sottile: l’algoritmo premia ciò che genera reazione. La medicina, invece, spesso richiede l’opposto: tempo, prudenza, incertezza dichiarata, follow-up, dialogo. La buona medicina è raramente “virale”. Ma può essere autorevole, e l’autorevolezza è un investimento a lungo termine.

Usarlo e lasciarsi usare: la consapevolezza come immunità

C’è un punto che va affrontato senza ipocrisie: i social vanno usati. Ma è altrettanto vero che, se non li comprendiamo, ci usano. Ci usano quando ci spingono a parlare anche se non abbiamo nulla di utile da dire, perché “bisogna pubblicare”. Ci usano quando ci inducono a semplificare oltre misura per ottenere attenzione. Ci usano quando confondiamo la visibilità con l’impatto reale, il consenso con la qualità, i numeri con la cura [7,8].  La via d’uscita non è la fuga. È la consapevolezza: decidere obiettivi, confini, linguaggi. Stabilire cosa è divulgazione e cosa non lo sarà mai. Sapere che un post non è un consulto, che un commento non è un’anamnesi, che un like non è un follow-up [1,9,11,12].  E soprattutto: ricordare che la persona resta al centro. Non la persona “profilo”, “brand”, “account”. La persona medico, con la propria capacità ideativa, con la sensibilità che nasce dall’incontro con l’altro, con quella quota di improvvisazione non prevedibile che appartiene all’umano: l’intuizione clinica, la lettura di un silenzio, la scelta di una parola al momento giusto, la prudenza che non fa rumore ma salva. La tecnologia può assistere, suggerire, accelerare. Ma non può sostituire quel nucleo: l’umano che decide, ascolta, si assume responsabilità [2].

Un codice pratico per una presenza che fa bene

Se la presenza del medico sui social deve essere salute e non rumore, servono poche regole, chiare: Identità professionale nitida: chi sei, cosa fai, quali sono i confini del tuo intervento [1,2].  Nessuna ambiguità sul rapporto medico–paziente: non si fa diagnosi nei commenti, non si prescrive in DM [1,9,11,12].  Rispetto assoluto della riservatezza: anche quando “non si fanno nomi”. L’identificabilità indiretta è un rischio reale [2,9].  Metodo dichiarato: quando possibile, spiegare il ragionamento, non solo la conclusione [6].  Linguaggio accessibile, non infantilizzante: semplice non significa semplicistico [6].  Gestione dell’incertezza: dire “dipende” quando dipende è un atto di competenza, non di debolezza. No al sensazionalismo: la credibilità vale più di un picco di visualizzazioni. Tempo e salute mentale: non diventare prigionieri del feed. La cura richiede presenza anche fuori dallo schermo. Separare opinioni e evidenze: entrambe hanno diritto di esistere, ma non devono essere confuse. Formarsi alla comunicazione: non basta sapere, bisogna saper trasmettere. La comunicazione è una competenza clinica estesa.

Conclusione: la medicina non ha bisogno di più voce, ma di voce migliore La domanda non è se i medici “debbano” stare sui social. La domanda è: chi parlerà di salute, se chi ha competenza tace? E con quale qualità? La presenza del medico sui social può essere un atto di servizio, se guidata dall’ambivalenza consapevole: vedere opportunità e rischi insieme, senza ingenuità e senza paura. Come è accaduto ogni volta che un nuovo mezzo ha cambiato il mondo, la crescita non dipende dal mezzo in sé, ma da come lo abitiamo [3,4,5].  Usiamo questi strumenti. Ma facciamolo con il coraggio della misura, con la disciplina dell’etica, con la pazienza della scienza. E soprattutto con la certezza che, anche nell’era degli algoritmi, la medicina resta un incontro tra persone [2].

*Testo elaborato con supporto di strumenti digitali di scrittura e revisionato responsabilmente dall’autore per accuratezza, stile e coerenza editoriale.

Bibliografia

[1] Santoro E, Marinoni G, Carnevale G, Del Zotti F (Gruppo di Lavoro ICT FNOMCeO). Raccomandazioni sull’uso di social media, di sistemi di posta elettronica ed instant messaging nella professione medica e nella comunicazione medico-paziente. FNOMCeO; 21 luglio 2023.

[2] FNOMCeO. Codice di Deontologia Medica. 2014 (con successive modifiche pubblicate da FNOMCeO).

[3] Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Tipografia (voce Enciclopedia Italiana) / riferimenti alla stampa con caratteri mobili.

[4] Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Telegrafo (voce enciclopedica).

[5] World Health Organization. Infodemic (health topic).

[6] World Health Organization. Ethical Considerations in Infodemic Management: Guidance Document. 7 aprile 2025.

[7] Vosoughi S, Roy D, Aral S. The spread of true and false news online. Science. 2018;359:1146–1151.

[8] Lazer DMJ, Baum MA, et al. The science of fake news. Science. 2018;359(6380):1094–1096.

[9] General Medical Council (GMC). Using social media as a medical professional. Guidance pubblicata 4 dicembre 2023; in vigore dal 30 gennaio 2024 (con aggiornamenti successivi indicati nel documento).

[10] AGENAS / FNOMCeO. Pubblicità dell’informazione sanitaria: Linea-guida inerente all’applicazione degli artt. 55-56-57 del Codice di Deontologia Medica.

[11] American Medical Association (AMA), Council on Ethical and Judicial Affairs (CEJA). Professionalism in the Use of Social Media. CEJA Report 8-I-10; 2010.

[12] Federation of State Medical Boards (FSMB). Social Media and Electronic Communications: Report and Recommendations of the FSMB Ethics and Professionalism Committee. Adottato come policy; aprile 2019.