30 Dicembre 2025 ![]()
L’uso dei Social Media nel nostro quotidiano è divenuto un argomento – con tutto il rispetto – di ordinaria amministrazione, ma non solo: stare sui social è ormai oggetto e soggetto del nostro vivere, alla stessa stregua dell’aria che respiriamo. La presenza di queste piattaforme nel nostro vivere, pur riconoscendone l’utilità in molti casi, sta soverchiando in maniera assolutamente incontrollata molte delle nostre abitudini e sta modificando in modo sostanziale il nostro interagire più autentico e naturale, trasformando la nostra persona in una versione sempre meno “autentica”. È così che sta riprendendo forza e vigore, oggi, un disturbo già osservato in passato e descritto per la prima volta nel 1775 da Melchior Adam Weikard, medico e filosofo tedesco, che ne sottolineava l’insorgenza: questo disturbo, raccolto nell’acronimo ADHD, è noto come disturbo da deficit di attenzione con iperattività connessa (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).
Il suo segnalato aumento delle diagnosi negli ultimi anni è stato anche evidenziato in un report della Commissione Statunitense “Make America Healthy Again” e poi su “Nature” il 26 Novembre 2025; anche in Italia è stato rilevato dall’AIFA, che ha sottolineato come da maggio 2019 a giugno 2025 ci siano stati circa 20.000 nuovi casi di pazienti per un totale di 1,26 milioni di persone affette da questo disturbo. Vorrei pertanto concludere che, dal momento che oggi i social media stanno sovvertendo il modus vivendi personale e le abitudini generali, hanno certamente contribuito all’aumento dei disturbi ADHD in molte persone fin dall’infanzia.
E allora come non additarli quali responsabili di una serie di conseguenze in negativo? Pensiamo anche al rapporto medico-paziente: i social media hanno acuito la distanza, riducendo il confronto a comunicazioni asettiche, in rete e spesso superficiali, con le persone che troppo spesso si affidano alla rete per la risoluzione delle loro problematiche sanitarie e terapeutiche. La conclusione pare oramai ovvia: il medico ed il paziente non devono optare per un dialogo virtuale, ma – come sempre fatto – devono anche in futuro continuare a privilegiare il colloquio in presenza, che è la base dell’empatia e l’unica strada per definire patologie e terapie.
Dr. Gian Piero Sbaraglia,
già Primario di Otorinolaringoiatria,
Consulente Tecnico d’Ufficio Tribunale di Roma,
Direttore Sanitario e Scientifico
Centro di Formazione BLS-D, PBLSD, accreditato ARES-118 e IRC, Misericordia di Roma Centro – ODV.
