9 Marzo 2026 ![]()
di Laura Minguell Del Lungo, anestesista e scrittrice
Di fronte alle tragedie del nostro tempo – guerre, violenze, crisi ambientali – può nascere un senso di impotenza difficile da nominare. Nel testo che segue, la dottoressa Laura Minguell Del Lungo, anestesista e scrittrice, prova a dare voce a questo sentimento attraverso una riflessione intensa e personale sul peso morale che gli eventi del mondo sembrano far ricadere su ciascuno di noi. “Pesa tutto sulle mie spalle” è un racconto che intreccia cronaca, memoria e interrogativi etici, invitando il lettore a fermarsi e a interrogarsi sul proprio ruolo di fronte al dolore del mondo.
Mi hanno chiesto di scrivere.
Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla guerra in Iran.
In realtà l’ho chiesto anch’io. Me lo chiede qualcosa dentro.
Devo scrivere. Ne sento urgentemente bisogno.
Mi sono alzata presto per farlo.
Perché scrivere, poi? A che serve? Dicono gli intellettuali, i politici, i politologi, gli storici, i filosofi e gli artisti, di restare uniti, raccontare, dire. Che scrivere è una delle poche armi che abbiamo contro le élite dello strapotere. Parlare con la gente, diffondere, consapevolizzare. Risvegliare le coscienze. E io ci provo, a catalizzare questo sentire che spero comune a molti. Anche se non ho il privilegio di una grande udienza, per voi che avrete la pazienza di arrivare fino in fondo, ecco perché scrivo.
Per riempire le pagine bianche di dolore e rabbia, paura e ragionamenti, di eventi e conclusioni, di amore e angoscia, di ribellione e pace.
Perché pesa tutto sulle mie spalle, lo so.
Il destino del mondo, la guerra nucleare imminente, il colonialismo, il riscaldamento globale, il traffico di minori, le microplastiche nel cervello, i morti nel Mediterraneo.
Pesano sulle mie spalle gli arti amputati, il narcotraffico che invade le strade, la totipotente pedofilia assassina, gli ospedali esplosi, il freddo che uccide, il disastro ambientale, i giornalisti ammazzati, la fame, la sete, l’acqua alle ginocchia, il traffico di organi su corpi abusati, martoriati.
Pesa sulle mie spalle la violenza istituzionale, il maltrattamento animale, il lavaggio del cervello ai popoli, la schiavitù, il napalm, il fanatismo omicida, la banalità del male, l’indottrinamento distruttivo.
Pesano sulle mie spalle i morti, incalcolabili che si contano a decine di migliaia.
Siria, 2011-2025: più di 600.000 morti.
Iraq, 2003-2024: circa 300.000 morti.
Sudan, 2023-2026: 150.000 morti stimati.
Ucraina, più di 15.000 civili e centinaia di migliaia tra i soldati ucraini e russi (per non parlare dei mercenari importati da paesi del terzo mondo).
Gaza, 2023-2026: 70.000 morti (per non parlare degli ultimi 80 anni).
Afghanistan, 2001-2021: circa 241.000 morti.
Etiopia: 100.000 morti.
Myanmar: 11.000.
Yemen: 377.000 morti, di cui 11.000 bambini.
Libia: si parla di 150.000-360.000 morti, nemmeno si sa.
Somalia: pare fino a 850.000 morti.
Congo: milioni di morti non quantificabili.
E ora, notizia di qualche giorno fa: Shajareh Tayyebeh, una scuola femminile in Iran.
165 bambine. Centosessantacinque vite. Volate in un bum.
Probabilmente grazie al fuoco amico di Trump.
165 bambine. Nella loro scuola.
Centosessantacinque bambine.
Provate a leggerlo a voce alta.
Io ne ho quattro, Elena, Irene Greta e Viola. Dai 4 ai 14 anni.
Non riesco a immaginare, per me, una tragedia maggiore che perdere le mie bambine.
Ne sono state uccise in un battito di ciglia 165.
Più di 41 volte le mie figlie.
165 bambine che sognavano una vita.
165 figlie di qualcuno.
165 persone.
Con dei nomi, dei volti, dei corpicini in fiore.
Pesano sulle mie spalle le loro morti.
Ho sempre sostenuto e creduto nella pace, nella tolleranza, nella fratellanza dei popoli, nel pluralismo, nel cosmopolitismo, nel melting pot, la fusione tra culture. Figlia di quegli anni ’80 in cui tutto sembrava possibile, cresciuta a DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’ESSERE UMANO e WE ARE THE WORLD.
Volevo lavorare all’UNICEF, poi partire con Medici Senza Frontiere, con Emergency. Volevo cambiare il mondo, salvarlo.
Pensavo di poter essere un granello di sabbia nella valanga che avrebbe trasformato definitivamente il pianeta, pian pianino, in un posto migliore per tutte le persone.
E invece, anno dopo anno, e ultimamente mese dopo mese e poi, ora, giorno dopo giorno, sempre più si è trasformato il mio sentire: in una angoscia profonda e irreversibile, che mi accompagna sempre e fa parte della lente con cui guardo alla vita.
Un senso di impotenza e tristezza profonde, la sensazione di essere un granello che il vento spazza via.
Come queste 165 bambine, portate via da una nuvola di fumo rumorosa e ustionante, una distruttiva onda d’urto esplosiva, istantanea che ha spazzato quello che tanto tempo ci era voluto a fare.
I mattoni della scuola, le pareti, le lavagne, i banchi, gli infissi, i pavimenti. E i piedi che ci camminavano sopra.
Nove mesi, per ognuna di quelle bambine, ci avevano messo le loro mamme per portarle al mondo, e l’amore. Poi la cura, e altri anni, a crescere a vederle camminare, sentirle parlare, per la prima volta.
Tagliare i capelli, pettinarle, lavarle. Giorno dopo giorno, per anni. Ogni giorno, 24 ore al giorno. Perché la cura di una mamma non si ferma mai. Dal minuto zero fino al resto dei giorni.
Tanto tempo c’era voluto a farle, quelle bimbe, tanta fatica, soldi, sacrifici, notti insonni, ore spese a cucinare, a parlare, a piangere insieme, o chiuse in bagno.
A immaginare il futuro, coprire le necessità, fare le scelte giuste per la vita, la scuola giusta, lo sport giusto, mettere da parte i soldi in banca, per l’università.
Comprare i mobili nuovi per la cameretta, il colloquio con le professoresse, organizzare la festa di compleanno e il viaggio studio in estate.
Dare regole per fare i compiti e per guardare i cartoni, “per il tuo bene, per il tuo futuro”.
Così mi arriva tutto intero, addosso, come un’ondata di calore insopportabile, il senso di inutilità. O meglio il non senso.
Che senso ha avuto?
Che senso ha farlo? Essere madre, crescere, nutrire, accudire, ascoltare, dedicarsi, sacrificare, amare, costruire, progettare, creare, se poi arriva una bomba e in un secondo distrugge tutto?
Provo a immedesimarmi nei genitori di queste 165 vittime.
Ci provo, ma più che dolore oggi sento rabbia.
E mentre scrivo quest’articolo, arriva la notizia di un asilo bombardato in Sudan. UN ASILO! 80 morti, di cui 43 bambini. Bambini d’asilo.
Indignazione, dolore, e tanta: tantissima rabbia.
Per loro, per i più di 20.000 bambini e bambine palestinesi trucidati, per quelli vivi e orfani, per quelli vivi e amputati. Per quelli vivi e morti dentro.
E per i bambini e le bambine sudanesi, e per quelli afgani, i rohingya; per i figli della guerra in Cossovo e ovunque; per i bimbi delle mine del Congo, per quelli dell’industria tessile in Bangladesh; per i bambini e le bambine delle liste di Epstein; per i bambini soldato, i meninos de rua; per i bambini e le bambine che sniffano la colla nascosti nei tombini; per i bambini e le bambine nelle carceri USA, per i bambini e le bambine dell’atomica; per i neonati usati come bersagli volanti dai nazisti; per i bambini e le bambine migranti non accompagnati; per quelli seppelliti nelle acque del Mediterraneo; per i bambini e le bambine siriani e per tutti quelli cresciuti nei campi profughi.
Per quelli mai usciti dai campi di concentramento; per i bambini e le bambine ucraini che muoiono di freddo; per le spose bambine che muoiono di parto, e per quelle infibulate che muoiono di infezioni tra dolori atroci.
Per gli infanti di tutta l’umanità, passata, presente e futura. Vorrei dar loro gli strumenti per difendersi, vorrei poterli proteggere.
E invece non posso fare molto più che stare a guardare, e raccontare la mia rabbia e la mia impotenza.
Per questo il peso grava su di me, è tutto sulle mie spalle. Perché io dovrei, potrei, ma non posso farci niente. Perché questo articolo non è su di me.
È su di loro, e io non sono io, ma siamo tuti noi.
Sei tu, che leggi e piangi con me, e che da mesi non fai altro; sei tu, che leggi e non t’importa, perché devi pensare a pagare il mutuo; sei tu, che leggi e credi che esageri, che i numeri non sono veri ed è tutto frutto della IA; sei tu, che leggi e credi che non ti riguardi, “perché tu non hai fatto niente di male”; sei tu, che pensi che il mondo vada bene così, che certe vite non importino, che in fondo se lo meritano, solo perché tu hai la pelle bianca o un passaporto occidentale.
Io non sono io, le mie spalle non sono le mie: sono quelle di tutta l’Umanità.
Sono le spalle di te che scrolli e vai avanti, perché l’articolo è troppo lungo e non ti interessa; sono le spalle di te che non leggi niente, perché “leggere è noioso” e non sai che il sapere è il primo passo per la consapevolezza; sono le spalle degli insegnanti che tacciono; sono le spalle dei giornalisti che mentono; sono le spalle di quelli che imbracciano i fucili; sono le spalle di chi li paga quei fucili, di chi li fabbrica; le spalle di chi non scende in piazza a dire NO; di chi quelle piazze le condanna.
Pesa tutto su queste spalle, le condanne che cadranno e che il cielo manda giù con le sue alluvioni, le siccità, gli uragani; sulle spalle di chi abbassa lo sguardo su uno smartphone per anestetizzare il cervello, sulle spalle di chi sceglie il male come compagno di vita, di chi si accieca con ideologie, false o vere che siano.
Sulle spalle di chi pensa di non essere umano, di chi crede nell’onnipotenza terrena e smette di fare i conti con la natura.
La natura, quella umana, biologica. Siamo carne e ossa, nessuno è Dio. Moriremo tutti, anche quelli che non muoiono mai, le malerbe. Prima o poi torneranno alla terra. Mangiati dai vermi coi loro cadaveri dimenticati dal mondo e i loro nomi incisi sui libri di storia come un monito mostruoso a dire “MAI PIÙ”, per istituire un giorno internazionale contro quella cosa lì o in ricordo di. E quel giorno sembrerà che siamo tutti più buoni.
Ci scrolleremo quel peso dalle spalle indossando la maglietta bianca della pace, o quella viola contro la violenza di genere. E mi chiederò: «A cosa è servito?»
Intanto la Terra soffre. E non è la terra, quella cosa marrone che sta sotto ai nostri piedi e che non vediamo più, coperta com’è dall’asfalto.
Non è la Terra, il pianeta azzurro, perché banalmente lo stiamo distruggendo.
No.
È LA TERRA, il tuo mondo, il mio. L’unico che conosciamo. Ed è un mondo plurale, fatto di miliardi di cose, elementi, molecole, cellule, organismi, materia, ecosistemi, strutture, vita. Ed io non sono io, tu non sei tu, ma siamo noi parte di questa TERRA, fatti della stessa materia del pane che mangiamo, delle bombe che esplodono, fatti della stessa materia della bambina senza braccia, e della carne del pedofilo che ne abusa; fatti della stessa materia della divisa del soldato che stupra, dell’aereo che sgancia la bomba, della stessa materia della mano che scava per estrarre il cobalto del tuo i-phone, e della stessa materia dei sogni di chi quella mano la possiede. I sogni sono energia, l’energia è materia. Noi siamo materia, ed energia. Siamo solo piccoli pezzi di mondo, e senza il mondo non siamo niente.
La maya indù, come ci ricorda Jostein Gaarder nell’omonimo romanzo, è quella immagine illusoria della realtà, in cui viviamo immersi, cechi alla vera natura delle cose (la paramatma).
Poderosi individui bianchi, che rivendicano ascendenze divine, vivono nell’illusione della maya, credendosi onnipotenti, immortali, assoluti ed unici, a scapito di chiunque altro. Niente scrupoli, niente coscienza. Solo potere, denaro, forza, potenza, violenza e piacere.
Masse ammassate globalizzate e interconnesse vivono nell’illusione della maya che allontana dal dolore del vivere, dalla fatica del cercare, dell’imparare, del capire, analizzare e affrontare. Distanti dalla natura, quella esterna e quella interiore, lontani dalla realtà, dai fatti, dalle notizie, dagli altri. Silenzio assenso. Interconnessi e scollegati al tempo. Digitalmente lobotomizzati. Ignavi. Dante, questi qua, nemmeno li faceva entrare nell’Inferno: li lasciava nell’Antinferno, prima di entrare nei veri e propri gironi.
Ma anche se non credete all’inferno dantesco, pensate che vivere nell’ignavia non ci sgrava da quel peso sulle spalle. Nessuno escluso, quello che succede ci riguarda tutti.
E non parlo solo della coscienza, perché malauguratamente molte persone ne sono prive. Senza voler pretendere di essere migliore, sono consapevole che ognuno abbia la propria sensibilità. La mia neurodivergenza mi porta senz’altro a sentire le cose in un modo più intenso, più profondo, più assoluto rispetto ai normopensanti. Lo accetto.
Ma parlo concretamente del fatto che ogni danno che viene arrecato al sistema TERRA, ci riguarda tutti. Presto o tardi arriverà anche a noi o ai nostri figli. Pensiamo all’inquinamento, fino a quando alzeremo le spalle? Le alziamo per scrollarci il peso di dosso. Perché non si sopporta l’idea che tra trent’anni potrebbe finire tutto, più facile scrollare via i pensieri negativi e continuare con comportamenti irresponsabili ma confortevoli.
E pensiamo alle tragedie umane. Quelle causate dagli esseri umani su alti esseri umani. Perché pensiamo sempre che a noi non succederà? E come facciamo a credere che in ogni caso, posto che sia così, questo non ci riguardi?
La violenza ne genera altra, è non è una frase fatta da sinistroidi radical chic. È un fatto. Il terrorismo nasce da un malessere profondo. Dal trauma della violenza della distruzione, dalla mancanza di futuro, di prospettive, di istruzione, di orizzonti. L’odio genera altro odio, da Caino e Abele in poi, la Storia o la Fantasia ce ne hanno già parlato.
Un mondo più violento è un posto peggiore per tutti. Prima o poi arriva anche da te. Come il COVID, vi ricordate quando si pensava che fosse una cosa lontana? Tanto sta in Cina, qui non arriva. È uguale. Il nostro mondo è interconnesso, oggi più che mai, siamo tutti spot di reti infinite, dal livello biologico più materiale, a quello tecnologico più etereo.
Senza voler banalizzare l’effetto farfalla, finché non ci responsabilizzeremo, come esseri umani, dell’Umanità intera e della Terra come luogo di appartenenza e sopravvivenza, la speranza per il nostro futuro di specie resta ben misera. L’evoluzione ci ha dato l’opportunità di essere la specie più progredita, con la civiltà. Una roba meravigliosa che serve, tra l’altro, a contenere l’egoismo, la cecità e la becera violenza. Ma purtroppo l’evoluzione si è scordata di estinguere gli istinti predatori dell’essere umano prima di dotarlo degli avanzati mezzi tecnici di cui disponiamo e di cui alcuni si avvalgono per esercitare i loro malvagi istinti. Di passo, la civiltà non è progredita tanto quanto sarebbe bastato ad annullare gli effetti di tali istinti. Pertanto si può affermare che, tecnicamente, da un punto di vista evoluzionistico, l‘essere umano è un fallimento totale.
Una specie che non protegge la propria progenie, oltre che essere contro natura, è destinata a estinguersi. E forse, penso, l’evoluzione naturale ci sta portando progressivamente verso questo appuntamento con la Storia dell’Umanità.
Sarà meglio così, tutto sommato.
Almeno, dicono le mie figlie, le piante e gli animali vivrebbero tranquilli.
Mi avevate chiesto di scrivere su questa ennesima guerra, che potrebbe essere l’ultima, che volete che dica che già non si è detto?
Posso solo citare il grandissimo, l’immenso, rimpianto Gino Strada:
“Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia degli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.”
