5 Maggio 2026 ![]()
di Olivia Ninotti, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, Direttrice sanitaria AIAS ETS Milano, già autrice dei due volumi “Sembrava un British invece era un Merdish” editi da Scatole Parlanti (2022; 2024)
Con il saggio “La scimmia antropomorta – Come siamo scesi dagli alberi per perderci in uno smartphone”, pubblicato da Solferino (maggio 2026), la neuropsichiatra e psicoterapeuta Olivia Ninotti propone una riflessione lucida e provocatoria sull’evoluzione dell’essere umano e, soprattutto, sulle trasformazioni rapidissime che stanno attraversando le nuove generazioni. Si presenta come un testo di taglio divulgativo ma ambizioso, a metà tra antropologia, psicologia e riflessione culturale
Il titolo, volutamente spiazzante, introduce subito il cuore della questione: cosa significa oggi essere umani, in un’epoca in cui la tecnologia ha ridefinito non solo il nostro modo di vivere, ma anche quello di percepirci? Il libro parte da un’idea abbastanza potente: l’essere umano moderno è il risultato di un’evoluzione che non ha cancellato la sua natura originaria, ma l’ha semplicemente “traslata” dentro contesti sempre più artificiali. Dal fuoco delle prime comunità fino agli schermi degli smartphone, Ninotti ricostruisce il modo in cui le relazioni sociali si sono trasformate — e con esse anche la nostra mente. In sostanza, siamo “scimmie” adattate a un ambiente che cambia troppo velocemente rispetto alla nostra struttura psicologica rischiando ora di renderci biologicamente vivi ma umanamente morti— da qui il titolo provocatorio.
Un viaggio lungo millenni
Il libro nasce da una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: cosa abbiamo guadagnato — e cosa perso — nel passaggio dall’Homo sapiens delle origini alle società ipertecnologiche contemporanee? Ninotti costruisce un percorso che parte dai fuochi primitivi, simbolo delle prime forme di comunità e condivisione, e arriva fino agli schermi luminosi dei dispositivi digitali, nuovi focolari attorno a cui si raccolgono — ma anche si disperdono — le identità contemporanee. Attraverso un intreccio di storia, antropologia e cultura, l’autrice offre una chiave di lettura psicologica capace di rendere accessibili temi complessi anche a un pubblico non specialistico.
La crisi narcisistica come esito evolutivo
Uno dei nuclei più forti del saggio è la reinterpretazione del disagio contemporaneo. Ansia diffusa, senso di vuoto, iper-esposizione e identità sempre più fluide non vengono letti come anomalie, ma come esiti coerenti di processi evolutivi, sociali ed economici. La cosiddetta “crisi narcisistica” diventa così una strategia sociale implicita: un adattamento alle condizioni di un mondo in cui il riconoscimento passa attraverso lo sguardo degli altri, amplificato all’infinito dai dispositivi digitali e da una società che funziona per immagine e dati. Il confronto continuo, la ricerca di approvazione e la solitudine che ne deriva non sono quindi deviazioni, ma conseguenze strutturali di un sistema che ha trasformato radicalmente le relazioni umane.
Gli schermi come ambienti, non strumenti
Un passaggio centrale del saggio riguarda il modo in cui interpretiamo la tecnologia. Gli schermi digitali e l’intelligenza artificiale non sono più semplici strumenti ma sono veri e propri ambienti di vita. Come ogni ambiente, possono essere progettati, modellati e trasformati dall’essere umano. Ma, allo stesso tempo, esercitano su di noi una forza plasmante e influenzano i nostri comportamenti, le nostre abitudini cognitive, il linguaggio e perfino la costruzione dell’identità. Non li abitiamo soltanto — ne veniamo abitati. Questa doppia dinamica — la possibilità di plasmare e quella di essere plasmati — rappresenta uno dei nodi più urgenti del presente. Riconoscerla significa assumersi una responsabilità nuova: non subire passivamente questi spazi, ma comprenderli e orientarli.
Le nuove generazioni: talenti e fragilità inedite
Particolare attenzione è dedicata alle nuove generazioni, che crescono in un ambiente radicalmente diverso rispetto a quello di appena vent’anni fa. Velocità cognitiva, capacità di adattamento e nuove forme di creatività convivono con fragilità psicologiche inedite, difficoltà relazionali e un senso diffuso di smarrimento.Il saggio non indulge in facili nostalgie né in condanne moralistiche. Al contrario, invita a comprendere questi cambiamenti come parte di un processo più ampio, che richiede nuovi strumenti interpretativi e nuove forme di educazione emotiva e sociale.
Un libro accessibile e formativo
Uno dei punti di forza del lavoro di Ninotti è lo stile: chiaro, diretto, pensato per essere accessibile a tutti. Non a caso, il testo si presta anche come lettura con gli studenti delle scuole secondarie come una mappa per orientarsi nel complesso paesaggio psicologico e culturale del presente senza dimenticare il passato su cui questo stesso presente si fonda.
Una mappa per il presente (e per il futuro)
L’obiettivo del libro è ambizioso ma necessario. Fornisce strumenti per comprendere il disagio collettivo senza rinunciare a uno sguardo costruttivo. Perché, se è vero che l’essere umano sembra essersi “allontanato” dalla propria natura originaria, è altrettanto vero che conserva una risorsa fondamentale.
Come suggerisce l’autrice finché l’uomo continuerà a immaginare, sognare e creare — anche cose apparentemente inutili — non sarà mai davvero “antropomorto”.
In questa tensione tra perdita e possibilità, tra crisi e creatività, si gioca il senso più profondo del nostro tempo. E forse anche la direzione del nostro futuro.
