Medici-Scrittori

CELINE O DEL MESTIERE DI SCRIVERE

4 Marzo 2026

Di Ennio Cocco, Medico-chirurgo, neurologo, farmacologo, psichiatra.

“Questo articolo riprende, con poche modifiche, il testo già apparso con altro titolo il 2 marzo 2026 sul sito www.Barbadillo.it , che si ringrazia per aver autorizzato anche la nostra testata a ripubblicare il testo che segue“. 

Un certo interesse continuano a suscitare in Francia gli scritti sanitari di Céline, quasi si fosse finalmente capito che non è possibile coltivare e approfondire la conoscenza del grande scrittore prescindendo dalla sua identità medica, che egli tenacemente anche se ambiguamente sempre difese nel corso della sua vita.

Nello scorso mese di ottobre l’editore Du Lérot ha diffuso in tiratura limitata un libretto – poco piu di una brochure – che riunisce in forma di estratto undici articoli del Dottor Louis Ferdinand Destouches, articoli peraltro precedentemente apparsi dapprima sui Cahiers Céline e successivamente sulla Année Céline del 2024. Onze articles médicaux et pharmaceutiques 1930-1935 suivis d’une bibliographie des écrits scientifiques, médicaux et pharmaceutiques ne è il titolo, l’agile volumetto essendo curato da Gaël Richard, noto studioso di Céline.

Si tratta di una piccola (a dire il vero abbastanza eteroclita) raccolta, cronologicamente successiva al periodo della collaborazione del futuro scrittore con la Società delle Nazioni (S.D.N.), esperienza quest’ultima  conclusasi come noto nel 1927.

Si sta parlando di scritti di occasione, che non si fa alcuna fatica a definire minori, appartenenti a quella che oggi si suole etichettare in ambito medico, con sufficienza, come “letteratura grigia”, sottovalutando forse una certa complessità che le molteplici sfumature di tale colore possono a volte generare. Prosegue dunque come detto con questa operazione editoriale la lenta ricognizione, un po’ archeologica, sul percorso pubblicistico sanitario di Céline, che copre il lungo periodo intercorrente tra la tesi di laurea su Philippe-Ignace Semmelweiss, discussa nel 1924, e la sua ripubblicazione del 1936 per i tipi dell’editore DeNoël di Parigi, quando Céline è ormai uno scrittore affermato, anche fuori dai patrii confini.

Per quasi tutti questi articoli il committente è più che esplicito, e l’intento chiaramente promozionale. Sono testi molto brevi, che rappresentano anche degli esercizi di stile, come acutamente li definisce lo stesso curatore, rivolti comunque ad un pubblico di addetti ai lavori e motivati dal ruolo di impiegato, anzi di “redattore farmaceutico”, che Céline ha deciso di assumere presso alcune ditte, (anzi alcuni laboratori, per dirla alla francese) una volta venuta a cessare la sua collaborazione con la S.D.N. (la futura O.M.S., tanto per intenderci). 

Solo due degli articoli riportati allargano il discorso oltre i confini della “thérapeutique“, investendo dimensioni organizzative che oggi si è soliti fare rientrare nelle competenze della cosiddetta “sanità pubblica”, dimensione questa peraltro assai congeniale al Dottor Destouches. Si tratta di due interventi relativi il primo al problema dei costi dei farmaci (quindi un tema attinente a quella che sarebbe divenuta in seguito una vera e propria disciplina, la farmacoeconomia) e il secondo relativo alla esigenza di meglio definire il contesto clinico all’interno del quale valutare l’efficacia dei trattamenti (si è ancora, va precisato, nella preistoria di quella che solo nel Secondo Dopoguerra diventerà la farmacologia clinica). Non sono invece oggetto di questa riproposta editoriale altri articoli medici, riferibili allo stesso periodo, che raccolgono anch’essi riflessioni di ordine valutativo-sanitario.

Con almeno alcuni di questi ultimi articoli il Dottor Destouches (che nel frattempo, nel 1928, è stato eletto membro della Accademia di Medicina di Parigi) intendeva riprendere e proseguire le riflessioni di medicina del lavoro già svolte per la S.D.N. un decennio prima (in un’epoca in cui, va ricordato, la medicina del lavoro era agli albori). Ci si riferisce in particolare ai famosi reportages riguardanti la medicina preventiva dei lavoratori presso le fabbriche statunitensi Ford e Westinghouse. Di questa intera messe di articoli, salvo errore, solo alcuni sono disponibili in italiano, e si tratta di quelli riportati nella vecchia raccolta (1993) di Giuseppe Leuzzi, per i tipi di Shakespeare e Company, titolata “I sotto-uomini. Scritti sociali”. Altri invece (uno per tutti “La Santé publique en France” apparso a Parigi nel 1930) sono tuttora inediti nella nostra Penisola.

Comunque, al di là di ogni divagazione sulla ricezione italiana degli scritti medici di Céline (ricezione la cui analisi qpprofondita resta forse ancora da fare), in questa sede si intende solamente dare la giusta enfasi ad una operazione che da un certo punto di vista potrebbe apparire addirittura spericolata. Ovvero l’edizione di un bouquin in cui Céline si rivolge ai medici (come acutamente rilevato da Gaël Richard) presentando questo o quel prodotto farmaceutico come un possibile ulteriore strumento messo a disposizione del medico all’interno della relazione terapeutica con il suo paziente. Non è possibile non notare come, da allora, entrambi i poli di questa relazione, il medico e il paziente, siano stati progressivamente marginalizzati, sostanzialmente espropriati, per dirla con Ivan Illich, della loro competenza diretta in materia di salute.

Questi scritti “farmaceutici” rappresentano dunque, pur senza averne probabilmente la minima intenzione, una vera e propria sfida alla mentalità che da allora è subentrata soprattutto nella medicina di base, e che ha consegnato l’intera gestione della creazione, produzione e commercializzazione dei farmaci all’industria farmaceutica. Il ruolo del medico è stato in poco meno di un secolo (e soprattutto negli ultimi trent’anni) progressivamente ridimensionato, divenendo spesso il terapeuta nient’altro che una sorta di prescrittore di complemento. A giusto titolo Richard mette invece in luce la dimensione addirittura artistica dei lavori presentati, in particolare il “tono” che la scrittura del Dottor Destouches assume evocando il rapporto del terapeuta con i suoi pazienti nell’ambito, altamente simbolico, della prescrizione, ambito in cui non vi è  assolutamente nulla di meccanico (impossibile non notare il contrasto con la rigidità introdotta oggi nelle procedure prescrittive, in particolare incoraggiando – o imponendo – il progressivo abbandono della redazione da sempre rigorosamente manuale e cartacea delle ricette in favore della loro “informatizzazione”).

Nessuna sorpresa comunque per coloro i quali (e chi scrive è fra questi) pensano che vi sia nel grande scrittore di Courbevoie – e a molti livelli – qualcosa di profetico. Se si guarda, infatti, al contesto sanitario attuale, alcune considerazioni appaiono evidenti. In fondo, cosa rischiano di diventare oggi, (perlomeno secondo le voci piu’ critiche) gli stessi professori universitari, i vecchi “baroni”, se non degli impiegati (dei dirigenti, se si vuole) di Big Pharma ? Cosa fa dunque Celine da autentico antesignano ? Si impiega come contractuel presso alcune aziende farmaceutiche, arrivando a quanto sembra addirittura a collaborare allo sviluppo di un nuovo principio attivo, riguardante la ancora oggi mai sufficientemente studiata ghiandola tiroide. Egli dunque precorre i tempi e sembra eliminare alla radice, sia detto au passage, l’ipocrita questione dei conflitti di interesse.

Unico garante infatti dei testi di cui si sta parlando (promozionali, vale la pena di ripeterlo) è il suo Autore, vincolato nella stesura degli stessi dalla deontologia medica che come noto pone il primum non nocere quale proprio imperativo categorico, premessa di ogni attività professionale che alla pratica medica faccia riferimento. Va notato che Céline nello stesso periodo mantiene, in parallelo, il suo impegno di clinico nel famoso dispensario comunista di Clichy. Siamo ovviamente in un’epoca in cui è ancora al di là da venire quell’autentico ginepraio rappresentato dalle varie incompatibilità istituite per i medici dai cosiddetti sistemi sanitari universali.

È anche grazie a questa consuetudine con la pratica clinica di base (oltre ai contatti comunque sempre intrattenuti con il mondo scientifico e accademico dell’epoca), che Céline riesce a preservare per i suoi contributi promozionali l’intento fondamentalmente cooperativo e a mantenerli in una dimensione di collegialità che ne facilita probabilmente l’impatto. Come si vede dunque, pure nello spazio ristretto di undici articoli  destinati a rimanere minori (e destinati anche a riviste mediche minori, o di provincia come provincialmente si usa dire in Francia) emergono sia pure in modo implicito diversi motivi che hanno caratterizzato l’essere medico di Céline, anche in modo contraddittorio, dall’accento posto sulle politiche di prevenzione e sulla dimensione che per comodità si suole definire “igienista”, comunque organizzativa, al realismo naturalista (nel doppio senso dell’aggettivo, letterario e scientifico) con cui egli si rivolge al mondo della clinica e dei sintomi (alcuni dei quali, come noto, dall’insonnia all’emicrania, lo perseguiteranno per tutta la vita).

Quando Céline descrive, la sua descrizione è naturalistica, nel doppio senso appena ricordato. Da un certo punto di vista il suo sguardo, la sua osservazione, crudo fino ad essere spietato se necessario, si pongono al servizio della natura (vivere è vedere, diceva). Peraltro l’osservazione (chiamata anche ispezione) è anche, o dovrebbe essere, la prima tappa – indispensabile – della semeiologia  fisica medica, sempre meno conosciuta e quindi sempre meno insegnata. Come si può  constatare si è qui agli antipodi di ogni intento preventivo (siamo in ballo e dobbiamo ballare, sembra amasse dire nelle situazioni difficili, sfoderando la freddezza dell’urgentista). Lo sguardo di Céline di fronte alla malattia  diviene impietoso come la sua scrittura lo è nei confronti della realtà. Del resto se il medico pietoso fa il malato cancrenoso (come volgarmente recita il vecchio adagio) altrettanto farebbe lo scrittore che accettasse di edulcorare la realtà per compiacere il lettore.

Questo, e sia detto in guisa di conclusione, retroattivamente contribuisce forse a gettare una qualche luce sul triennio professionale brillante, prestigioso, ma anche conflittuale e in fondo enigmatico che Céline spese come ricercatore presso la S.D.N. Céline, aldilà della sua personale insofferenza per le gerarchie e in fondo per ogni relazione umana “politica”, sembra intuire che l’ideologia della prevenzione finirà presto o tardi per tradursi in un tentativo di standardizzazione della natura e della vita. Sotto il “fuoco amico” di questa standardizzazione la medicina rischierà di cadere, vittima della lenta ma inesorabile assimilazione dei complessi e specifici processi assistenziali agli standard (appunto !) tipici della produzione industriale.

Sembra in altre parole intuire, anche qui profeticamente, che la prevenzione implica un cambiamento di pelle della medicina, un suo diventare in-naturale (lui che era contro il parto indolore !) e, come detto, si chiama fuori. La medicina, a questo punto posta inevitabilmente sotto sequestro politico, diviene insomma un qualcosa di contro-natura, e lui sceglie la natura. In fondo, se la vita non è che lenta agonia (come recita la celebre   disperata invettiva finale di Re Lear) essere medico e volerlo rimanere a tutti i costi (visitava gratis !) rimane un modo – forse il modo par excellence – per rendere malgrado tutto omaggio alla sua misteriosa, shakespeariana dolcezza.